
Il prof. Alessandro Finzi
Alessandro Finzi
Caro Mauro,
in un recente pomeriggio piovoso di inizio della primavera trascorso in volontaria clausura, finalmente era riemerso da un angolo della memoria dove avevo letto la parola Gilead, il nome della casa farmaceutica israeliana in gara fra i centri di ricerca che cercano di arrivare per primi al salvifico vaccino che ci renderà di nuovo liberi.
Ecco i versi: " Is there – is there balm in Gilead – tell me – tell me, I implore!" (C’è là - c’è là un balsamo in Gilead? - dimmi – dimmi, io t’imploro!). Il poeta è l’americano Edgar Allan Poe che aveva perso la donna amata, la “rara e raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore, ormai qui senza nome per sempre”. Probabilmente si tratta, con mutato nome, della giovane cugina e moglie, sposata tredicenne e morta giovanissima di tubercolosi. Ma non c’è balsamo che curi la sua pena e il nero corvo che si è posato sul bianco busto di Pallade, simbolo dell’incubo che domina la ragione, risponde: “Nevermore”, “mai più”, la parola dal suono cupo che il poeta considera che consenta di esprimere tutta l’incessante disperazione di chi ha perduto la donna amata. E probabilmente è solo per ragioni di rima che Virginia, nome vero, è diventata Lenore
Poiché in gioventù avevo imparato a memoria le ultime due strofe di The Raven” (Il corvo), evidentemente, anche se non ne ero consapevole, il nome di Gilead aveva trovato posto nella memoria.
Sono dunque andato a cercare la località che è una regione ad ovest del Giordano che arriva a sud a toccare le rive del Mar morto. Questo naturalmente non dava soddisfazione alla mia curiosità di sapere perché il poeta avesse nominato quel territorio. Ho trovato allora che il nome di Gilead ricorre, in un noto spiritual afroamericano: “There is a balm in Gilead to make the wounded whole?” (C’è un balsamo in Gilead che renda integro il ferito?) Gli spiritual in origine erano i lenti canti di dolore e di speranza degli schiavi che aspiravano alla libertà, frequentemente ispirandosi al Vecchio Testamento via via che venivano integrandosi nel sistema religioso protestante.
La ricerca si faceva interessante; nella Bibbia Gilead è nominata molte volte, ma il riferimento utile l’ho trovato in Geremia 8,22: "Is there no balm in Gilead? Is there no physician there? Why then is there no healing for the wounds of my people?” (Non c’è balsamo in Gilead? Non c’è medico laggiù? Perché dunque non vi è cura per le ferite del mio popolo?)
Contrariamente a quanto avviene per i cattolici che si affidano alla “mediazione interpretativa” della Chiesa, per i protestanti la lettura del testo integrale è doverosa e tutti sono in grado di comprenderlo. Credo che pochi sappiano che, come mi ha spiegato un pastore a cui lo avevo chiesto, i protestanti si chiamano così perché sono “pro testo”.
La notte, nel dormiveglia, mi sono recitato le ultime due strofe del poema. Quando il poeta, preso della disperazione, vuole cacciare il corvo, si esprime con una eccezionale serie di quindici rabbiosi monosillabi consecutivi: “Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!” (Togli il tuo becco via dal mio cuore e togli la tua forma via dalla mia porta!), ma alla fine deve rassegnarsi: dall'ombra del corvo che la lampada fa oscillare sul pavimento la sua anima non si risolleverà mai più.
Due storie si erano associate a queste notazioni. Una dimostra il profondo impegno alla conoscenza dei testi che anima i protestanti. Una volta, in Niger, durante una missione per la sicurezza alimentare, una donnina mi disse di non fare più i sacrifici di animali della religione animista perché era diventata cristiana e Gesù lo aveva proibito. Le promisi allora una bella cifra se me lo dimostrava e rimasi sbalordito a vedere con quale rapidità, tirata fuori una Bibbia che appariva tutta sottolineata in blu e in rosso, prova di uno studio meticoloso, trovò il passo di una lettera di Pietro. Ma Pietro non escludeva i sacrifici, diceva solo che era privilegiato quello dello stesso Gesù, figlio di Dio. Ci rimase male, ma, poiché mi aveva insegnato una semplice e intelligente innovazione tecnica che aveva inventato, io le diedi ugualmente la cifra promessa in cambio del suo impegno a non vendere tutti i polli e i conigli, ma di usarne una parte perché i suoi bambini potessero mangiarne almeno una volta alla settimana non potendone più ricevere in occasione dei sacrifici.
L’altra reminiscenza si riferiva al poeta spagnolo Antonio Machado. Per una strana coincidenza anche lui, già in relazione, sposò una giovanissima al compimento dei quindici anni, appena lo consentivano le leggi dell’epoca. La sposa, seconda coincidenza, si chiamava Lenor e anch’essa, terza coincidenza, morì tre anni dopo di tubercolosi. Dei versi di Machado ricorderò solo la serie di cinque aggettivi consecutivi con cui chiede una poesia in cui immagina di vedere ancora Lenor e di parlarle. Ripresa coscienza della sua solitudine conclude: "Por estos campos de la tierra mía, bordados de olivares polvorientos voy caminando solo, triste, cansado, pensativo y viejo" (Per questi campi della terra mia, bordati da oliveti polverosi cammino solo, triste, spossato, pensieroso e vecchio). In realtà era giovane ma, come dice altrove: “Quando morì la su amata pensò di farsi vecchio”.
Poi ho scritto e così è fuggito il tempo di due giorni di inizio della primavera, dimenticando il flagello che stava percuotendo il mondo.
Un abbraccio a te e un saluto a tutti i lettori.






















