Federico Fellini a Viterbo, Pier Paolo Pasolini, Benedetto Croce

 

Pietro Angelone
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C’è in giro abbondanza di colore rossiccio in teste che il tempo ha reso grigie o bianche e la vecchiaia è diventata patetica.

C’è in giro abbondanza di colore viola-azzurro-biondo e di jeans lacerati e sdruciti, perché presentino il plusvalore del burattino, ma è lontana la commedia dell’arte: siamo alla farsa sdrucita.

C’è in giro obesità infantile sì che i dondoli cigolino per un peso innaturale e gonfiato di alimento odoroso, offesa alla fame africana e bestemmia dell’abbondanza superflua verso seni vizzi di un continente alla deriva.

Nel fondo del Mediterraneo disgraziati cadaveri, come mummificati da residui di plastica.

C’è in giro il gusto del nordico e il Sud ha disperso il bronzeo della Magna Grecia insieme al sorriso etrusco, mentre l’acconciatura della matrona romana resiste soltanto nella statua sopravvissuta nel film Roma di Fellini, la Roma sotterranea che si è dissolta nell’aria come un affresco.

Il sudore, che fu caratteristica della civiltà contadina, la cui scomparsa, come ebbe a dire Pasolini, ci avrebbe reso consumatori delle troppe cose, e mi permetto di aggiungere ormai di noi stessi, non bagna più la terra, preparata così per rendere meno dura la morte. Altro sudore inzuppa il corpo all’ossessione della magrezza, prossima al gusto suicida dell’anoressia e la fisionomia essenziale sembra tendere alla gabbia della struttura scheletrica, demenziale proiezione all’inconscio dell’esistenza.

Così prevale l’incedere in passerella delle modelle, accompagnato da approssimative espressioni concettuali, come in sostituzione del buon senso, cioè l’elaborazione filosofica divenuta patrimonio comune, come ebbe a dire Benedetto Croce. E’ così preferibile lo incedere dei prelati, sempre nel sopra citato film Roma, colonna sonora di Rota e Gravina: un incedere ripetitivo e rassicurante, che pare voglia rallentare l’ineluttabilità del tempo.

Aggiungo: che fine hanno fatto l’idea platonica e la razionalità aristotelica, la sapienza socratica e la speranza nazarena avverso il predominio del nuovo idolo che si chiama cosmesi? Il sacrificio collettivo all’antiestetica, avrebbe detto Pasolini.
La confortevole bellezza giunonica è morta con la grandezza del tempio greco, mentre la storia stende un compassionevole sguardo, che muore per ultimo, non lasciando in eredità nemmeno la speranza, quella Spes che la cultura latina aveva reso divinità, a conforto della condizione umana. C’è in giro…

Così si potrebbe continuare e continuare.

Poi si è presentato diabolicamente e improvvisamente il fantasma Coronavirus che ha spazzato e sta spazzando via le troppe false certezze del cosiddetto villaggio globale (ossimoro) e la trasformazione della realtà in una disumanizzata dimensione virtuale, dove non esiste più l’essere ma il sembrare.

Meglio l’oblio, quello di sempre, e Roma, questa volta ricordata urbanisticamente, cioè realmente e non nella finzione filmica, sembra essere riferimento per un preannuncio della fine, come nella scena delle gozzoviglie alla Festa de noantri, sempre nel ricordato film, affidando Fellini la profezia al personaggio dello scrittore americano: l’intelligenza sa leggere il futuro.

 

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