Il virus non viaggia a cavallo delle polveri sottili

Viterbo - Carrozze in Piazza delle Erbe nel 1910 (Archivio Mauro Galeotti)

Viterbo - Carrozze in Piazza delle Erbe nel 1925 (Archivio Mauro Galeotti)
Umberto ricorderà, da viterbese, le cacche di cavallo lungo Corso Italia ancora negli anni ’60, quando circolavano normalmente i carretti a trazione animale, generando condizioni igieniche insopportabili [...]

Francesco Mattioli, sociologo
Voglio rispondere all’amico Umberto Laurenti che si chiede se l’ambiente, o meglio le ferite inferte all’ambiente entrino in qualche modo nell’insorgere e nel diffondersi della pandemia, e perché prima di tutto in Cina e nel Nordest italiano, piuttosto che altrove.
Non sono un infettivologo, un epidemiologo né un esperto di dinamiche ambientali di tipo naturalistico, ma come sociologo ho qualche spiegazione da fornire che a me sembra decisiva, al netto della considerazione che i fenomeni fisici, ambientali o sociali che siano, hanno pur sempre una qualche interrelazione fra loro.
Molti hanno notato che il “sud del mondo” appare quasi risparmiato rispetto all’emisfero settentrionale e gli esperti ascrivono questo fenomeno anche al clima più caldo, che sfavorirebbe il diffondersi dell’epidemia. Ma, con le dovute eccezioni, il “sud del mondo” è anche il più povero e più arretrato.
Gli esperti suppongono che la nascita in Cina del coronavirus si debba correlare a certe pratiche culturali che creano promiscuità fra uomo e animale; il sorgere ricorrente di epidemie in Cina, fin dall’antichità, ma oltre al coronavirus anche l’insorgere dell’Hiv, della Sars, della febbre suina, dell’Ebola sembrerebbero confermare questo assunto.
Quindi non è tanto il “degrado” ambientale che oggi favorirebbe l’insorgere delle pandemie, quanto una cattiva prassi igienica di origine socioculturale; il lungo elenco di epidemie fornito da Laurenti, dall’alto medioevo fino alla spagnola degli anni 1918-20, testimonia che si tratta di fenomeni non correlati necessariamente allo sviluppo industriale.
Con la riduzione del traffico veicolare è ovvio che l’aria delle città sia più pulita; ma rubricherei questo beffardo risultato tra le curiosità, piuttosto che tra gli indicatori del fenomeno Covid-19.
In attesa della diffusione totale delle auto elettriche l’inquinamento atmosferico è uno dei prezzi inevitabili da pagare alla libertà di movimento offerta dal progresso tecnologico.
Semmai su questo prezzo si può chiedere uno sconto, attraverso i palliativi che riducono le emissioni, mediante le ztl, ecc. Se non circoli non inquini: ma puoi non circolare?
Umberto certamente ricorderà, da viterbese, le cacche di mucca, di cavallo e di asino lungo Corso Italia ancora negli anni ’60, quando circolavano normalmente i carretti a trazione animale, generando condizioni igieniche insopportabili (e il rischio tetano era all’ordine del giorno…).
Ma torniamo a noi.
In Cina, la crescita esponenziale dell’epidemia ha riguardato una provincia ricca e sviluppata, piuttosto che la Mongolia; in Italia, il triangolo industriale del nordest e poi il nord, cioè le province che tutte le classifiche di qualità della vita mettono nelle prime posizioni; in Spagna, la capitale Madrid; è l’Europa che conta quella che sta subendo il più rapido contagio; negli Stati Uniti, accade in California e a New York, come dire nel centro del mondo.
Non è uno scherzo della natura o del destino.
E’ la conseguenza del fatto che in queste aree la circolazione, lo scambio, l’interazione, le dinamiche della socializzazione, delle produzione, della globalizzazione sono molto più attive che altrove. Il virus non ha bisogno solo di promiscuità, ma anche che questa promiscuità si muova, circoli, sia viva e vitale. E’ un po’ come quel turista che va a Ibiza perché lì le notti sono una botta di vita e puoi conoscere un sacco di gente interessante.
L’operatore economico va a Bergamo, a Brescia, a Milano, perché è lì che si fanno gli affari, non a Rieti, a Potenza o a Ragusa.
Il coronavirus è un turista curioso e un affarista occhiuto. Che sia toccato all’Italia piuttosto che ad altre nazioni europee come Francia, Germania o Regno Unito forse è solo un accidente, o forse è perché noi l’abbiamo detto subito e quei paesi un po’ più saccenti di noi hanno sottovalutato il problema. Del resto, il terrorismo islamico ci ha graziato forse perché abbiamo una intelligence migliore, e oggi il virus è toccato prima a noi perché in Italia ci si parla più vicini che tra i nordici, ci si abbraccia di più, piace di più toccarsi reciprocamente (comportamenti studiati dalla prossemica), così che il morbo possa aver trovato condizioni iniziali più favorevoli.
Insomma, per fornire una risposta sociologica all’amico Laurenti, non credo che l’ambiente come si intende in genere c’entri più di tanto nello sviluppo del coronavirus. A meno che non si parli di “ambiente sociale”.
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Articolo a cui si riferisce Francesco Mattioli
Ma con le epidemie, coronavirus in particolare, c’entrano le condizioni dell’ambiente?





















