
Uomo vitruviano di Leonardo
Viterbo ESSERE UMANO
Francesco Mattioli
La storia dell’Essere Umano non è una storia di separazione della Natura. Ne è ovviamente parte, con i suoi meccanismi di integrazione e di sopravvivenza nell’ambiente.
La storia dell’Essere Umano è piuttosto una storia di emancipazione. Nel tempo, nella sua evoluzione si è reso conto di possedere una qualità esclusiva: la consapevolezza di Sé. Un qualità a doppio taglio: perché da un lato gli consentiva di compiere scelte e di farsi homo faber, attore protagonista dei suoi destini; dall’altra lo rendeva drammaticamente edotto della sua esistenza, delle sue responsabilità, ma anche della sua finitudine. La formica e il leone non pensano che dovranno morire; vivono la loro vita fino all’ultimo, senza rodersi l’anima sui propri destini. L’Essere Umano, di fronte ad eventi più grandi di lui – un fulmine, una carestia - ha ipotizzato l’esistenza di un Dio che tutto può e tutto decide; di fronte alla morte ha ipotizzato e sperato in un al di là, in un “altro mondo”. E di fronte alla competizione, al conflitto, alle scelte di valore che la convivenza consapevole esigeva, ha ipotizzato anche che questo al di là, così voluto e sperato, andasse “meritato”.
L’Essere Umano, diversamente dagli altri animali, che per millenni continuavano ad adattarsi ad un comportamento prettamente istintivo e ripetitivo, è continuamente cresciuto. Da cacciatore si è fatto agricoltore, poi artigiano, commerciante, artista, politico, inventore, creatore egli stesso, ragionando sulla sua stretta relazione con Dio, fino a farsene figlio ed erede sulla Terra.
Ma l’Essere Umano, proprio in virtù della stilla di luce dell’intelligenza che aveva sviluppato, si è fatto anche filosofo. Ha ragionato su di sé a tutto tondo; non solo chiedendosi da dove veniva, cosa era e dove andava, ma anche su come realizzare al meglio sé stesso. Così ha scoperto che la propria realizzazione non poteva prescindere dall’Altro, che se i suoi legami con la Natura erano inevitabili, i legami fra esseri senzienti erano forieri di una creatività sociale esclusiva, perché fatta di scelte.
All’Essere Umano è sembrato di essere parte di un “disegno”, di una ”crescita”, quindi di una sorta di processo escatologico fondato sulla progressiva emancipazione dell’individuo, della “persona”. Così è cambiato anche il rapporto con Dio: non più una cieca e timorosa obbedienza, ma piuttosto un rapporto sentito, provato, meditato, in cui si assumono responsabilità, in cui si dialoga con la divinità sulla capacità di essere più vicino a lei che all’istinto primordiale comune a tutte le cose del creato.
Tuttavia in una parte del pianeta l’individuo filosofo si è ripiegato su sé stesso, alla ricerca di una emancipazione interiore, ravvivando un legame infinito e indicibile con l’ampio spettro della Natura, disinteressandosi se la società umana si manifestava secondo criteri di organizzazione semplificati, verticistici, che miravano solo ad una definizione funzionale del potere. In questa parte del pianeta, Oriente ed Estremo Oriente soprattutto, all’innegabile progresso tecnologico ancora oggi non corrisponde un analogo progresso sociale, che abbisogna di un apporto etico attivo, condiviso, “politico”.
In oriente monarchie assolutistiche e imperi si sono susseguiti per millenni, fino ai nostri giorni, quasi senza vera opposizione: tendono a mortificare i diritti degli individui, assoggettati agli interessi collettivi, a loro volta interpretati e rappresentati dagli interessi di una strettissima oligarchia. L’idea di un Dio lontano e inaccessibile, la pratica di un monachesimo autoreferenziale, ma anche la scelta di un “ritiro” intellettuale di autoemancipazione dai dolori del mondo nascono e si sviluppano in un ampio arco territoriale che va dall’Asia Minore alla Cina e che, per certi versi, interessa anche l’Egitto, incapace di “cambiare passo” per tremila anni e il mondo celtico, impegnato in una dura lotta per la sopravvivenza in condizioni climatiche sfavorevoli.
Se l’individuo si ritira, se si arrende al mondo fenomenologico, l’emancipazione umana diventa affare personalistico, individuale o si lega alla capacità o meno di inventare oggetti funzionali al potere. Così, in Oriente sono i primi a inventare la carta, la polvere da sparo, la bussola, a lavorare finemente i metalli, ma la società resta organizzata in modo arretrato, stratificato, e gli individui per millenni continuano a brulicare come formiche e api, piuttosto che come individui. Più recentemente, al totalitarismo monarchico-imperiale si sostituisce quello comunista, mentre i pensatori si chiudono nelle loro stanze a guardare in sé stessi, senza impegnarsi a far crescere, con sé stessi, l’organizzazione sociale.
Questo vale nel mondo islamico come in quello indù o cinese, princìpi che informano ancora nel 1993 la Dichiarazione di Bangkok, sottoscritta da paesi musulmani ed estremo-orientali: nella Dichiarazione, contrariamente a quella dei Diritti dell’Uomo del 1948, viene asserito che i diritti e la dignità dell’individuo possono essere assoggettati agli interessi della collettività, dello Stato, laico o religioso che sia.
Per fortuna dell’Uomo, in un piccolo paese montuoso e marinaro affacciato sul Mediterraneo, la Grecia, si sviluppò un’idea filosofica che accelerava proprio sulla natura “attiva” dell’Essere Umano: sulla dignità dell’individuo, sulla inviolabilità della sua persona. Sulla sua vocazione sociale. Sulla libertà. Sulla democrazia. Sulla responsabilità. In occidente non solo si verifica una crescita dell’ingegno umano, della “ragione”, rappresentata dal mito di Prometeo, ma nasce il senso di “comunità”, di partecipazione attiva, la necessità che la dignità dell’essere umano passi attraverso la sua sociabilità, il suo impegno sociale, il “rischio personale” della scelta e quindi la responsabilità individuale.
Con l’ellenismo nasce l’idea della grandezza della ragione umana, intesa come consapevolezza di essere sì un unicum, ma anche di essere assoggettata ad una finitezza naturale. Così filosofia e religione in occidente si interrogano sul perché di tale consapevolezza, sul suo destino e finiscono per immaginare l’esistenza di un fine superiore, di un processo di crescita che va al di là dei limiti della Natura, aprendosi ad una dimensione sovra-naturale che non respinge la naturalità dell’individuo ma la trasporta ad un livello più elevato e qualitativamente differente.
La scienza, diversamente da quanto si creda, non crea materialismo e ateismo; piuttosto, allargando continuamente i limiti del pensiero dell’Essere Umano, lo pone di fronte ad un concetto sempre più variegato di natura, di realtà, di specificità umana, di “spirito”. Nessuno scienziato vero si è mai macchiato di un delirio di onnipotenza, che appartiene ad un becero neopositivismo intellettuale; Einstein, Heisenberg, Fleming, Monod hanno sempre sottolineato l’incompletezza e la perfettibilità della scienza, il suo carattere critico, la necessità che essa si misurasse con il sociale, con i concetti di libertà, democrazia, partecipazione, con i perché dell’Essere Umano. Ed è la scienza, quella vera, a sottolineare i limiti naturali dell’onnipotenza umana, la necessità di convivere con la natura, che è parte integrante dell’Essere.
L’occidente ha prodotto una filosofia attiva, sociale, relazionale e la esporta nel mondo. Il movimentismo libertario di Hong Kong è un prodotto occidentale, nulla di ciò che si dice e che accade lì è di origine orientale.
L’occidente inoltre ha prodotto una religione “attiva”, che è assunzione di responsabilità individuale, impegno, che significa immergere le mani e l’anima nelle miserie e nei tesori dell’umanità. Una religione che chiama a raccolta le persone, le porta in piazza, le invita a crescere insieme. Certo, una religione che ha prodotto anche guasti; è la “storicità” della religione, il sui dipanarsi nei meandri complicati del vissuto sociale umano. Il cristianesimo ci ha messo quasi duemila anni a farsi portatore dell’emancipazione dell’Essere Umano, e ancora prova difficoltà. Ma sta sul pezzo, non si chiude in sé stesso. E’ una religione rischiosa, che si espone agli alti e ai bassi della precarietà umana; che non si depura nascondendosi o disdegnando l’intorno, semmai cresce e si evolve partecipando all’ emancipazione umana anche quando fa la parte dell’interlocutore più tradizionalista e più lento al cambiamento e alla crescita.
L’Occidente esprime una cultura che muove all’emancipazione non solo intellettuale o spirituale, ma anche sociale, politica. dell’Essere Umano. E’ una cultura della carità intesa come azione, non come ignave compassione contemplativa. La cultura dell’Occidente è un diverso Samaritano, che non si limita a compatire il viandante assalito, né solo ad alleviare le sue ferite. Si alza, si guarda intorno, va a cercare quei ladroni, a chiedere il conto delle loro malefatte, perché in futuro non ci siano altri viandanti assaliti.
Quel che si legge negli scritti politici greci, nel pensiero stoico, nella Sapienza, nel Qelet, oltre che nel Nuovo Testamento e nell'etica della filosofia moderna non sono ammonimenti per depurare la propria coscienza dentro i meandri del proprio cervello o intessendo egotistiche relazioni spirituali con la natura e con i propri simili. Sono un invito ad “esserci”, a partecipare, ad assumere responsabilità, ad opporsi alle ingiustizie del mondo e a riparare i danni della storia. Perché solo chi agisce può sbagliare, ma solo chi agisce può riparare all’errore e ripartire. E l’Essere Umano è tale solo se agisce, se sceglie, se rischia: se rinuncia a farsi assorto stilita o linfa celata nei precordi della Natura.






















