Viterbo RICORDI DI VITA Io felice di avere un bel cappotto, intesi non far spendere altro denaro ai miei genitori
  di Bruno Matteacci  

 

Bruno Matteacci

Nella mia famiglia il "poco" c'è sempre stato, la miseria non l'abbiamo conosciuta perché è stato sempre un miraggio raggiungere l'abbondanza, traguardo arrivato negli anni che vanno dal cinquanta al sessanta grazie ai sacrifici ed al lavoro dei miei genitori.

Il babbo e la mamma nella loro gioventù hanno praticato le sale da ballo di Gubbio ed erano due amanti del ballo liscio. Durate il Carnevale del 1952, avevo sedici anni, i miei genitori mi acquistarono un cappotto della marca XXWW, ero un omino legante e lo inaugurai la stessa sera in cui i miei amici andarono a ballare in una casa di campagna nella zona della Palanzana,

Io felice di avere un bel cappotto, intesi non far spendere altro denaro ai miei genitori i quali avevano soddisfatto, con quel cappotto, i miei desideri.

Sul tardi della giornata rientrò dal lavoro mio padre e, nel vedermi nel negozio di mamma, proprio il giorno di sabato, rimase stupefatto. Mi domandò perché non ero andato con gli amici, come di consueto. Risposi con una bugia, dicendo che non me la sentivo di andare via con quel tempo, infatti, stava nevicando.

Mio padre, che era un uomo molto intelligente e scaltro, non credette a quello che gli dissi e dette uno sguardo alla mamma, la quale gli fece capire che ero già soddisfatto del nuovo cappotto e che, in precedenza, le avevo lasciato intendere, che non volevo far spendere altro denaro per la mia persona.

Mio padre cambiò tono di voce. Con un ordine repentino mi ordinò di andare a casa, cambiarmi, indossare il nuovo cappotto e raggiungere gli amici per poi andare a ballare.

L'appuntamento era ad una determinata ora, nei pressi dell'abitazione di Angelo Petroselli sita all'inizio della strada Cimina dove ora è un albergo.

Giunsi con ritardo all'appuntamento, non trovai gli amici i quali erano stati avvisati della mia probabile assenza.

Non mi detti per sconfitto, al buio della notte, sotto la neve, in una strada incerta, mi avviai con la sicurezza di poter raggiungere il gruppo degli amici e trascorrere la nottata in loro compagnia.

Camminai, camminai, scivolai, mi arrancai fino a quando un vecchio camion transitò, lentamente, nella mia stessa direzione. 

Con un balzo riuscii ad attaccarmi al cassone e mi lasciai trasportare fino ad una curva dove i fari illuminarono un cartello stradale con scritto: Canepina.

Avevo calcolato male il percorso, avevo oltrepassato di molto il punto in cui sarei dovuto andare, abbandonai la presa del cassone e, con un bel ruzzolone, toccai il fondo della strada, ricoperto da molta neve che bagnò il mio bel cappottino nuovo.

Giunsero alle mie orecchie le note musicali di una fisarmonica, ero arrivato, la contentezza dei miei amici fu immensa. 

La proprietaria della casa mi prese il cappotto e lo mise in una stampella, davanti al focolare, per farlo asciugare.

Qui accadde quello che non mi sarei mai aspettato, il cappotto, nell'asciugarsi, si era ritirato ed era diventato un piccolo giaccone.

Il fatto fece sorridere i presenti, ma non certo i miei genitori che si preoccuparono ad avvisare il commerciante il quale dette loro un altro cappotto di altra marca.

 Bruno Matteacci

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