di Claudio Santella

V’è quasi ragione di credere che una vita tranquilla non faccia per noi, che sia contraria alla nostra indole: il successo ottenuto da Vasco Rossi con la sua canzone Vita spericolata sembra esserne la conferma.
Come facciamo fronte, poi, a tutta questa serie di emergenze? Con emergenze che rivestiamo con il nome di provvedimenti urgenti, che esterniamo attraverso varie forme legislative cui, da ultimo, abbiamo preso il vezzo di affibbiare dei nomignoli vezzeggiativi, in inglese, naturalmente, così si capisce di meno. Tutte chiacchiere. Consulitur, riassunse magistralmente il cardinale Pappalardo in una sua celebre omelia pronunciata, guarda caso, in occasione di un’altra emergenza, se tale vogliamo considerare la strage di Capaci.
Dacché ho raggiunto l’età sinodale, ma in verità da molto prima, non sento parlare che di momenti particolari, di situazioni contingenti, di periodi di crisi: non ho mai visto, però, adottare provvedimenti seri e concreti per la soluzione dei vari problemi, dei vari stati necessità e di bisogno in cui ci siamo lasciati di volta in volta infognare. E’ contro la nostra indole rimboccarsi le maniche ed affrontare le cose seriamente, se non nell’emergenza.
Siamo, dunque, il popolo dell’emergenza?
Sembrerebbe di si; potremmo essere un popolo di emergenti, perché di capacità ne abbiamo, capacità che ci vengono universalmente riconosciute, ma non ne facciamo uso se non nell’emergenza. Abbiamo in noi uno spirito latino che ci distingue positivamente, ma non abbiamo l’educazione a renderlo utile e ci perdiamo dietro un susseguirsi di furbizie che mostrano il lato negativo di noi e ci pongono in cattiva luce. Commettiamo errori su errori e li ripetiamo continuamente fino a creare una situazione di emergenza: allora risorgiamo.
La politica fa eccezione a ciò, perché dal fango non risorge mai: è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo, sebbene ci sia fondato timore che in quel campo la reazione ad una situazione di vera emergenza non arriverà mai, ci trastulliamo, senza soluzione di continuità, in una serie di errori di cui il più grande è quello continuare a lasciare il timone della nave Italia a comandanti peggiori di quello della nave Costa Concordia, il quale si mise in salvo, senza curarsi dei passeggeri, mentre nave stava affondando; costoro, invece, in salvo ci si sono già messi ancor prima di aver portato la nave Italia al naufragio: che poi la nave affondi e che il popolo sia in mare poco importa.
Eppure una soluzione c’è, e sta tutta nella risoluzione delle due emergenze principali, delle due emergenze sistematicamente ignorate e che non abbiamo nominato: quelle della meritocrazia e dell’etica.
Qui gatta ci cova.
Claudio Santella






















