Viterbo CONSIDERAZIONI La colpa è nostra perché, nonostante i continui risultati negativi, continuiamo ad eleggere sempre le stesse persone
di Claudio Santella

 

Esercitavo attività sindacale quando, prossimi ad un’altra avventura elettorale, mi pervenne, nella qualità, una lettera, di buona fattura e di miglior contenuto, che esordiva affermando: “La colpa è nostra”. “Consideriamo che cosa hanno fatto e fanno coloro che abbiamo votato, compresa la cosiddetta, inesistente opposizione. Riflettiamo al momento del voto, unica arma efficace in democrazia, tanto nessuno ci vede”.

La lettera, che ancora conservo, proseguiva riportando un carteggio tra Arturo Carlo Jemolo e Paolo Baffi.

Mutatis mutandis, fatte cioè le opportune comparazioni, la lettera conserva intatto il suo valore. (1)

Jemolo scrive un duro e appassionato articolo pubblicato sulla prima pagina della “Stampa”- “Eccessivo potere di un giudice” (2) e Baffi ne è profondamente commosso. Nel carteggio tra Jemolo e Baffi (3) si ritrova la lancinante delusione del governatore cosciente di aver servito lo Stato con dedizione.

Una lettera di Jemolo deve averlo allora ripagato, se le parole possono servire a lenire l’ingiustizia subita in quell’ “oscuro disegno”.

“Mi commuove il Suo biglietto in data di oggi, così benevolo per me, fino a qualificarmi di alta autorità morale (e credo di essere tanto poco conosciuto), mentre sono ancora scosso dal leggere le dichiarazioni che hanno accompagnato la Sua relazione.

Comprendo benissimo che siamo già entrati in una situazione di sfacelo in cui non si dà più separazione di poteri e di competenze, e il Governatore dell’Istituto di emissione è tra l’incudine ed il martello, la prepotenza dei politici, e quella dei magistrati, che si considerano ormai organo sovrano con poteri illimitati.

Credo che conosca il mio pessimismo circa le sorti dell’Italia e le illusioni di chi crede in una solidarietà europea; tuttavia anche il rallentare la caduta, la discesa verso il baratro, è opera di amor patrio (per quanto pochi, ormai, questa parola dice ancora qualcosa?), ed è uno di quei sacrifici tanto più grandi, in quanto non è la massa del popolo a comprenderli e rendersene conto.(…)

Il Suo allontanamento non può quindi essere che un pregiudizio non lieve per il Paese.

Le scrivo con un particolare acuirsi del peso che ho sul cuore nel vedere l’Italia d’oggi, io che ho visto e ancora servito, sia pure in posizioni modeste, quella dell’inizio del secolo; ma posso solo dirLe come italiano: si sacrifichi finché può; e so che è una esortazione-preghiera che non sono degno di fare perché ignoro la mia capacità di sacrificio, essendo ben insignificante cosa le scelte e le rinunce che in anni lontani ebbi a fare.

Creda nella mia sincera ammirazione e nella mia sconfinata stima e mi abbia

Suo dev. e se permette aff. Arturo Carlo Jemolo .

Queste due grandi autorità, per loro fortuna, se posso usare un eufemismo, non sono più in vita, o meglio, considerate le riflessioni sopra riportate, sono passati a miglior vita.

Che cosa direbbero, ora, i medesimi nostri compatrioti, del loro e nostro Bel Paese che, da allora, si è lasciato continuamente e sistematicamente degenerare acquisendo, addirittura, una tendenza inarrestabile al degrado.

E la colpa di tutto ciò, piaccia o non piaccia, è nostra, come affermava ed afferma la lettera che una qualche esperienza consumata ebbe il buon gusto di farmi pervenire.

Sono portato a credere che quella lettera non sia stata fatta pervenire a me solo, considerata, per usare le stesse parole del prof. Jemolo, la mia modesta posizione di allora, sono però, e purtroppo, portato anche a credere che essa non abbia raggiunto gli effetti ed i risultati sperati.

La colpa è nostra perché, nonostante i continui risultati negativi, continuiamo ad eleggere sempre le stesse persone le quali soltanto per ragioni di età abbandonano la scena, però riciclandosi,

Non mi riferisco solamente ai vari esponenti politici alternatisi alla guida del Paese, o di una parte di esso, ma anche e soprattutto all’insieme delle varie assemblee rappresentative chiamate ad amministrarci, si chiamino esse Parlamento, consiglio regionale, consiglio provinciale, comunale, circoscrizionale, di vicolo, assemblea di condominio che dir si voglia, o altro, in cui, poi, la cariche sono ripartite nel più rigoroso rispetto del manuale Cencelli.

Vi faccio grazia delle considerazioni pertinenti il potere economico, sul cui libro paga è finita la classe politica, signore e padrone delle varie cricche che hanno sostituito, nei fatti, i partiti che, per definizione, a parere di chi scrive, non potevano assurgere al governo dell’insieme rifugiandosi dietro lo scudo della democrazia.

Servi dei privilegi autoattribuitisi e schiavi della cupidigia, codesti signori, presi tutti e soltanto dai loro interessi, hanno lasciato che il Paese degenerasse fino al degrado. Degrado voluto, seminato, coltivato; difficile dire se con dolo o con colpa.

Ai posteri giudicare le scriminanti.

Viterbo, purtroppo, a ciò non fa eccezione, anzi ne è il microcosmo.

Claudio Santella

(1) La lettera è del 1° giugno 1979.

(2) Arturo Caro Jemolo, in “La Stampa”, 26 aprile 1979

(3) Paolo Baffi e Arturo Carlo Jemolo, in “Nuova Antologia”, luglio-settembre 1990.

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