Viterbo RACCONTO Il problema è uno specchio, un grande specchio due metri per tre

Piazza del Plebiscito e Via Cavour
“E mo’ chi lo rompe?”
Questa domanda se la pone Paolo, tra sé e sé, ma ad alta voce e in mia presenza, tanto per farmi conoscere il problema. Un grave problema! Almeno secondo Paolo che ha l’aria desolata di chi non ha speranza di trovare una soluzione.
Oppure mi vuole coinvolgere? Forse spera che la soluzione gliela trovi io?
* * *
Paolo, uno dei miei amici, ha ereditato da uno zio, scapolo e quindi senza eredi diretti, un piccolo appartamento nel centro storico di Viterbo. L’appartamento, che si trova in un vecchio stabile, si affaccia con una finestra su via Cavour e con altre tre finestre su vie laterali.
Paolo mi ci ha portato e me lo mostra. Lo stabile è stato restaurato di recente nella parte condominiale esterna, ma l’appartamento è in cattive condizioni e ha bisogno di una ristrutturazione radicale. Appena ne ha preso il possesso, Paolo ha avuto l’impulso di venderlo per non crearsi grattacapi e non dover pagare altre tasse, ma quella finestra su via Cavour lo ha affascinato. Gli permetterebbe di vedere il passaggio della macchina di santa Rosa e quasi di toccarla. Per un viterbese è la realizzazione di un sogno. Ha pensato di affittare l’appartamento a studenti: pochi rischi e settembre libero per la “macchina”. Quindi, dopo dubbi e ripensamenti, ha deciso di tenere l’appartamento e di restaurarlo, e ha affidato il lavoro ad un muratore artigiano.
Ma allora qual è il problema?
Il problema è uno specchio, un grande specchio due metri per tre, che, dopo essere stato tolto da una parete, ora sta appoggiato sul pavimento del soggiorno. Sembra uno specchio da “atelier di abbigliamento” e perciò non si capisce a che cosa potesse servire nella casa di un vecchio scapolo. Ed è pure un mistero come ci sia entrato in quell’appartamento: non passa nelle finestre ed è difficilmente trasportabile per le scale, pesante e fragile com’è. Comunque, secondo Paolo, quello specchio è assurdo e deve essere eliminato.
L’artigiano che sta facendo la ristrutturazione ha già tolto il vecchio pavimento e dovrebbe mettere in opera quello nuovo, ma non può procedere se non viene portato via lo specchio. Ha sospeso i lavori e ha detto a Paolo:
“Signò, sto specchio nun se pò portà vea. Adè troppo pericoloso. Se romparebbe de sicuro co’ rischio de ferite... e de guai. Tocca rompello miqquì, ma si nun lo rompete voe sto specchio, io me fermo co’ llavoro.”
“Ma lo rompa, lo rompa lei, l’autorizzo!” ha detto Paolo all’artigiano, che ha replicato:
“E noe! Io nun lo rompo. Mica me vojo procurà sette annate de guae!”
“Superstizioso?”
“Io nun sarebbe sperstizzioso. Ma rompe ‘no specchio… e poe accussì grosso… nun me la sento. Sapé come se dice? Nun ce credo, ma nun se sa mae… Pensatece voe”.
* * *
“E mo’ chi lo rompe?” ripete Paolo; e più esplicitamente mi chiede: “Tu che faresti?”
Mi metto a ridere e spiego la mia ilarità: “Scusa Paolo, ma siamo nell’anno 2014! Ancora queste paure superstiziose! E rompilo tu… Come? sei superstizioso? chi l’avrebbe pensato. Eppure sei istruito, moderno, sei un cattolico convinto e praticante… La superstizione è un peccato, o no?... Però non te la senti. Andiamo, se vuoi, te lo rompo io e subito.”
Paolo, felicissimo, accetta la mia proposta. Adesso sono certo che mi ha portato a vedere l’appartamento proprio con la speranza di un aiuto da parte mia, dato che mi conosce come persona molto concreta e razionale; inoltre mi promette che in cambio mi offrirà la cena.
Non ci penso un attimo, prendo un piccone che sta in un angolo e: “Rompo?” “Rompi!”
Con pochi colpi riduco lo specchio in schegge facilmente asportabili.
La sera stessa ci ritroviamo insieme perché Paolo vuole subito pagare il suo debito, cioè la promessa della cena. Andiamo dunque in una pizzeria della quale Paolo conosce il proprietario, Peppino, che ci riceve con la cordialità di un vecchio amico e ci dà il tavolo migliore (“migliore” lo dice lui, perché i tavoli a me sembrano più o meno tutti uguali; ma si sa: il bravo oste loda sempre il vino che ti offre!).
Paolo nota che Peppino ha la mano sinistra fasciata e gli chiede se si è fatto male in cucina.
“No,” risponde Peppino “mi son tagliato a casa con le schegge di un specchio che mi è cascato di mano e si è rotto. Maledetti gli specchi e la sfortuna che portano!... e speriamo che sia finita qui. Comunque ho fatti i debiti scongiuri”.
Come prova degli scongiuri ci mostra un vistoso cornetto rosso che porta attaccato al cinturino dell’orologio. Paolo abbassa gli occhi; forse si sente un po’ a disagio.
* * *
E’ quasi mezzanotte quando vado a letto. Sono lieto perché ho fatto un favore ad un amico e perché mi sento piacevolmente soddisfatto da una eccellente pizza con funghi porcini e salsiccia, e da due (o erano tre?) bicchieri di prosecco e grappina finale.
Tutti dicono che con la pizza ci vuole la birra, ma io ci preferisco un vino frizzante. Non siete d’accordo? Non me ne importa niente. Però forse avete ragione voi, perché ora la digestione mi si fa un po’ difficile, non so se a causa del prosecco o dei funghi e della salsiccia. Il sonno è agitato e comincio a sognare…
Mi trovo in una stanza sconosciuta, senza porte e senza finestre. Come ci sono entrato?Non lo so. I sogni non sono mai logici, perlomeno non lo sono secondo la logica comune; ci vuole Freud e la psicanalisi per capirli; ma avverto un grave senso di oppressione. Vorrei andar via, ma non riesco a muovere le gambe, mi sembra di essere fasciato come una mummia. Da un angolo buio esce un uomo. E’ Peppino il pizzaiolo. Peppino avanza verso di me, ha uno sguardo cattivo; noto che ha una mano insanguinata e con quella mano impugna il cornetto rosso come un’arma e lo punta contro di me dicendo: “Vedi? è tutta colpa tua che non ci credi…”. Mentre Peppino si avvicina il cornetto si trasforma in un pugnale insanguinato e diviene evidente l’intenzione di colpirmi. Terrorizzato faccio uno sforzo e riesco ad allentare la fasciatura, faccio un salto di lato e…
… mi sveglio sul pavimento. Sono caduto dal letto e mi ritrovo malamente avvolto dal lenzuolo che mi sono trascinato dietro. Cadendo ho battuto violentemente il piede sinistro. Sono un po’ stordito e confuso, ma almeno l’incubo è finito. Però avverto chiaramente che l’alluce sinistro comincia a pulsare e a dolorare.
* * *
Due giorni dopo.
Viene a farmi visita Paolo. Mi vede un po’ zoppicante e mi chiede cosa mi è successo. Mi vergogno a raccontargli il sogno e la caduta dal letto, perciò mi invento li per lì il riacutizzarsi di un vecchio dolore. Gli chiedo se i suoi problemi siano risolti e lui mi dice con aria sconfortata:
“No! I lavori sono di nuovo fermi.”
“Perché?”
“Stamattina il muratore è andato al lavoro, ma ha trovato un gatto, un gatto nero nero, dentro l’appartamento. Non sa come sia entrato, ma sembra che non voglia uscire spontaneamente, e allora il muratore se ne è andato a lavorare da un’altra parte. Non è che tu…?”
Agostino G. Pasquali






















