
Natale a Viterbo nel 1960 c.
Francesco Mattioli, sociologo
Con un rapporto tra Alberi di Natale e Presepi che qualcuno calcola di circa 5 a 1 in Italia e probabilmente di oltre 50 a 1 nel mondo, difficile confermare che – oggi – il Natale sia una festa cristiana.
Lo festeggiano persino in Cina, dove la nuova vocazione onnivora e consumistica di quel Paese sta rapidamente assorbendo i modelli culturali occidentali (democrazia esclusa). Va detto che i cristiani – e i cattolici in particolare - se la sono andata a cercare: per motivi di opportunità e di continuità hanno ritenuto di festeggiare il “dies natalis” di Gesù a dicembre, in occasione del solstizio d’inverno, nonostante fosse ovvio che la vicenda di Maria e Giuseppe, alle prese con un censimento imperiale, dovesse essere collocata quanto a primavera, stagione di viaggi, di iniziative amministrative e di guerre.
In realtà il Natale, soprattutto nelle popolazioni latine e mediterranee, è venuto a sovrapporsi al culto del Sol Invictus, di quel sole che, dopo il progressivo declinare all’orizzonte, avvolto nelle tenebre che sembravano inghiottirlo a partire dall’ equinozio d’autunno, rialzava la testa e rigoglioso cresceva e cresceva garantendo i nuovi raccolti della bella stagione. Nelle popolazioni celtiche, e nordiche in generale, al culto del sole si aggiungeva quello dell’albero, espressione totemica di un’economia in parte nomadica, mai del tutto consegnata all’agricoltura e alla conseguente stanzialità urbana. Riti solari che peraltro, a vedere cosa accadeva con il sole a Stonehenge e nei templi egiziani di Abu Simbel, erano diffusi ovunque e datano a migliaia di anni prima di Cristo.
Nella tradizione popolare il passaggio dal culto della rinascita del sole al culto della nascita del Figlio è stato abbastanza rapido; non era così rivoluzionario, semmai diveniva più pregnante, più profondo nei significati, soprattutto perché esaltava il concetto sacrale di famiglia, e segnatamente quello di famiglia nucleare, che stava diventando rapidamente la base e il sostegno organizzativo ed etico della crescente civiltà urbanizzata.
Insomma, il trapasso da una festa pagana ad una festa cristiana, per secoli, è sembrato naturale, e il Natale – specie a partire dalla tradizione francescana sorta nel XIII secolo - è diventato progressivamente la festa della famiglia raccolta in adorazione intorno al Presepe.
Nella stessa storia dell’arte si può notare come la rappresentazione della Natività, con tutti i suoi personaggi tradizionali, appaia soprattutto a partire dal XV secolo; mentre l’idea di “fare il presepe” in casa risale all’epoca della Controriforma ed è una usanza prettamente italiana e neolatina, sebbene diffusa anche nella cultura germanica. La particolare tradizione partenopea del Presepe, esplosa a partire dal primo XVIII secolo, testimonia la crescente importanza del Presepe in Italia, già allora espressa anche in forme velatamente folcloristiche e consumistiche.
Ancora cento anni fa in Italia a Natale si faceva solo il Presepe, non si parlava quasi per nulla di Albero di Natale e non c’era un vero scambio di regali, semmai talvolta di dolci. In realtà era la Befana (antropomorfizzazione dell’Epifania) la portatrice privilegiata di doni, ispirati a quelli dei Magi.
La connessione tra Natale e Albero di Natale sorge con la diffusione della cultura anglosassone a seguito del processo di globalizzazione, intorno agli anni ’30 del ‘900, per poi estendersi in modo veramente preponderante dagli anni ’50, cambiando volto al Natale tradizionale. Nella prospettiva multiculturale e globale di un consumismo diffuso, l’Albero è divenuto il simbolo natalizio più facilmente esportabile, dal Medio Oriente al Giappone.
Certo, qualcuno nella prospettiva sessuocentrica freudiana, lo ha anche visto come un simbolo fallico, tal che, nelle avventate parole di una sessuologa, inviterebbe addirittura alla copulazione all’ombra delle sue lucine…. Se le cose stessero così, l’Albero di Natale rischierebbe tuttavia un anatema in chiave #metoo e la vedrei scura per il suo futuro…
Insomma, sul piano del godimento della “festività” e soprattutto su quello del consumismo, il Natale è diventato sostanzialmente una celebrazione laica o quanto meno transculturale che coniuga gioioso divertimento (convivialità), mistero e magìa (Babbo Natale), sorpresa (doni), spettacolo (luminarie), rituali religiosi (canti, attesa dell'Avvento, Messa di mezzanotte) in una prospettiva di chiusura festaiola dell’anno solare all’ombra di uno sfavillante Albero di Natale. Negli Stati Uniti pullulano i canti natalizi che richiamano, alla natività, alla stella, ai pastori, all’amore e alla pace, ma nelle case mancano i presepi e fra un canto e l’altro si attende l’arrivo non tanto di un Bimbo in fasce ma di un vecchio Santa Claus, che porta i doni da mettere sotto l’onnipresente Albero.
Né potrebbe essere diversamente, in un processo di forte secolarizzazione come è quello della società odierna, che ha sancito la crescente trasformazione in senso consumistico di numerosi modelli culturali di origine religiosa. Halloween, del resto, in concomitanza con la festa di tutti i santi e di quella conseguente dei defunti, ne è una ulteriore prova.
Un giorno assistetti ad un dibattito tra un cristiano e un ateo, in cui il primo rimproverava al secondo di godere incoerentemente delle vacanze natalizie, cioè di una festa cristiana. L’altro ribatteva che in realtà lui godeva di una festa dove – a vedere cosa avveniva nelle piazze, nei centri commerciali e in tivvù - si addobbava un albero, spesso finto, e si mangiava panettone e torrone. Dove stava tutta ‘sta religione?
Certo il politicamente corretto in questo è abbastanza tassativo: se tutti hanno il diritto di festeggiare, è necessario ridimensionare il Bambinello, che risulta divisivo, e incoraggiare il culto neutrale, al massimo naturalistico, di un Abete.
D’altronde la vera festa cristiana è la Pasqua, che celebra la Resurrezione e il disegno escatologico della mano di Dio. Anche se, visto il proliferare delle uova con sorpresa e delle uscite enogastronomiche di Pasquetta, non ci sarebbe da meravigliarsi se anche qui il consumismo e i riti laici della festa prendessero il sopravvento. Il clima primaverile invita ai viaggi (Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi…), le uova di cioccolata sono terribilmente appetitose e, per molti, lo sono anche le costine d’agnello…
Comunque, chi vuole, la sera della vigilia si accosti con spirito natalizio anche al Presepe, rivolgendo un pensiero speciale alla famiglia; di ogni tipologia, genere e dimensione, tanto vale solo l’affetto fra coloro che ne fanno parte.






















