Viterbo CRONACA L’imperativo categorico del nostro tempo è che tutti gli esseri umani sono considerati come persone
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Torniamo alla pasticciata sentenza n. 27/75, che meglio sarebbe definire sentenza politica, dal momento che, a mio avviso, fa perdere di vista l’orizzonte stesso che il giurista nel suo proprio ambito dovrebbe avere sempre di fronte, vale a dire la giustizia.
Tutti gli esseri umani sono persone.
L’imperativo categorico del nostro tempo è che tutti gli esseri umani sono considerati come persone o, per usare una densa espressione del filosofo Adorno, che Auschwitz non si ripeta mai più. Tale imperativo è credibile a condizione che si riconoscano tutti gli esseri umani come persone.
Al di là dell’assioma fondamentale sopra ricordato e secondo il quale l’uomo è persona il tutti i sensi, la Corte per giustificare la prevalenza del diritto alla vita della madre, sul diritto alla vita del concepito che – horribile dictu – persona deve ancora diventare, non solo ha fatto uso del termine persona senza specificarne in che senso (filosofico? Sociologico? Giuridico?), ma al tempo stesso ha introdotto una distinzione pericolosissima, ingiustificata e del tutto arbitraria.
VITE UMANE PRENATALI
Ci si chiede: è possibile alla luce della sentenza n.27/75 della Corte Costituzionale, per giustificare la prevalenza del diritto alla salute della madre sul diritto alla vita del concepito, ritenere la vita umana prenatale come prepersonale e quindi non meritevole di assoluto rispetto?
Chi elabora una risposta affermativa, come ha argomentato la Suprema Corte nella sentenza n. 27/75, ritiene non possibile distingue l’identità fisica di un individuo (identità che biologicamente sussiste fin dal concepimento) dalla sua individualità morale. E’ tuttavia impossibile stabilire con criteri non arbitrari in quale momento l’individualità fisica (in ipotesi non ancora degna) di una vita prenatale acquisisca valore morale, e quindi dignità.
Alcuni criteri in passato sono stati proposti: l’emergere, durante lo sviluppo fetale, della stria primitiva, come segno degli inizi di un’attività cerebrale, oppure il parto, come momento il cui il feto acquisisce capacità di vita autonoma rispetto alla madre. Tali criteri sono però assai poco soddisfacenti, perché indurrebbero a ritenere che nello sviluppo fisiologicamente continuo di un essere, la cui vita è iniziata col concepimento, si possano ipostatizzare salti di qualità.
Ma, dal momento che questi salti di qualità sono comunque e restano comunque fisiologiche attualizzazioni di potenzialità già implicite nella fase anteriore di sviluppo dell’individuo, non si vede perché ipotizzare tutele differenziate rispetto ai diversi stadi di sviluppo della vita prenatale.
Sarebbe come pensare, per analogia, che la tutela della generatività di cui gode ogni soggetto dopo la pubertà, non debba essere estesa ai bambini prepuberi, ad esempio proibendone la castrazione, per il solo fatto che la loro generatività è ancora solo potenziale.
Continua, fine terza parte
Giuseppe Bracchi
Pubblicista – Avv. Ecclesiastico
Già Difensore del Vincolo TER Umbria






















