Giuseppe Occhini
1- Guerra del Vietnam.
La storia delle malefatte degli americani si ripete. Invasati dall’idea che tutto il mondo sia obbligato a funzionare come loro vogliono e che tutti debbano assecondare i loro interessi si ritengono autorizzati ad imporre con tutti i mezzi la loro volontà e ad intervenire militarmente anche a costo di produrre disastri e milioni di morti. La giustificazione ufficiale più frequente delle loro imprese militari è la lotta al terrorismo o l’esportazione della democrazia.
Prima di parlare della recente fuga dall’Afganistan è opportuno per certe analogie parlare della guerra (persa) del Vietnam. Questo territorio con la sconfitta dei giapponesi alla fine della seconda guerra mondiale fu in parte rioccupato dai Francesi che l’avevano in precedenza colonizzata, mentre Ho Chi Minh aveva proclamato ad Hanoi nel settembre del 1945 la Repubblica Democratica del Vietnam controllata dai comunisti. Si determinò pertanto un duro scontro tra le parti che terminò con la totale sconfitta delle forze francesi nella definitiva e disatrosa battaglia di Dien Bien Phu.
Le cause della sconfitta francese avrebbero dovute essere una riflessione ed un monito per qualsiasi altra avventura consimile; ma la sindrome di onnipotenza e la cronica superficialità della politica americana non ne tennero conto.
L’esercito francese discretamente organizzato, con un certo numero di contingenti di buona qualità (paracadutisti e legione straniera), con comandanti professionalmente competenti e l’importante appoggio di unità navali, risultò sconfitto pur avendo combattuto in maniera decisa e spesso ad oltranza. La legione straniera preferì ad esempio farsi sterminare piuttosto che arrendersi. Perché allora i Viet Minh di Ho Chi Min prevasero? Il primo motivo fu che erano fortemente motivati: difendevano l’indipendenza del proprio paese ed erano fanatizzati dall’ideologia comunista. Il secondo fu che avevano una conoscenza del territorio notevolmente superiore a quella dei Francesi. Il terzo che i soldati Viet Minh avevano capacità di adattamento ambientale migliore e di sopravvivenza con minore quantità di mezzi. Il quarto che il rapporto e l’approccio dei Viet Minh con le popolazioni, della stessa etnia, erano più conformi alla realtà socioeconomica locale. Il quinto infine che essi potevano contare sul sostegno di Cina ed Unione Sovietica.
Nello stesso anno della sconfitta francese una Conferenza di Ginevra stabiliva la divisione in due del Vietnam: al nord il governo di Ho Chi Minh e a sud il governo filoamericano di Ngȏ Ðinh Diêm. Costui iniziò ad attaccare le residue forze Viet Minh rimaste nel sud provocando da parte del governo di Hanoi la creazione di gruppi armati comunisti che iniziarono ad operare nel delta del Mekong. Inoltre i comunisti nel novembre del 1955 crearono il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) per dare inizio ad un’insurrezione con guerriglia ed atti terroristici. Gli Americani vennero in aiuto di Diêm con un iniziale invio di consiglieri ma nel 1962 essi erano già presenti con 12000 soldati. Presto sorsero dei dissidi con Diêm il quale non intendeva completamente adeguarsi alle direttive degli Americani che volevano gestire la guerra a modo loro. Con una procedura per essi non insolita si accordarono con alcuni generali corruttibili per effettuare un colpo di stato e pertanto Diêm venne assassinato insieme al fratello. Ciò ebbe ripercussioni anche sull’opinione pubblica per quanto attiene l’affidabilità degli Americani ed aumentò i dissidi e le tensioni interne.
Col nuovo governo fantoccio gli Americani ebbero mano libera di condurre la guerra secondo i loro criteri inconcludenti. Nel 1965 vi erano in Vietnam 184.000 soldati statunitensi, nel 1966 ve ne erano 385.000 e nel 1969 erano arrivati a 550.000. Le truppe comuniste del sud (Viet Cong) unitamente a quelle dei Viet Minh del nord, pur subendo notevoli perdite, erano in definitiva imbattibili; gli Americani continuavano a ritenere che per vincere una guerra basta disporre di una superiorità di armamenti e non avevano appreso la lezione della sconfitta francese. La guerra si protrasse con un continuo logoramento dell’esercito americano e con crescenti contestazioni all’interno degli Stati Uniti sino ad arrivare, tra il 1972 ed il 1973, dopo confusi tentativi di pace,, ad una situazione sempre più fragile e drammatica. Infine il Congresso degli USA decise l’annullamento delle sovvenzioni al Vietnam per l’anno 1975-1976. Ciò significava che la guerra si riteneva persa e che l’unica cosa che restava da fare era mettersi in salvo al più presto cercando di portare con sé un certo numero di sudvietnamiti compromessi con l’esercito americano. In effetti, il Presidente Ford e Kissinger erano soprattutto interessati al salvataggio dei militari e dei civili americani.
Il 30 aprile 1975 le truppe nord vietnamite entrarono a Saigon incontrando scarsa resistenza da parte dell’esercito sudista abbandonato dagli americani fuggiti con un ponte aereo. Nel caos e nella fretta della fuga la CIA lasciò nell’ambasciata l’elenco di 30.000 collaboratori vietnamiti che catturati, furono a mano a mano tutti eliminati.
Le cause della disfatta americana furono molteplici: in primo luogo furono le stesse già elencate sopra per la sconfitta dell’esercito francese a cui si aggiunse il discredito nei confronti della popolazione locale verso il governo fantoccio successivo all’assassinio di Diêm, i dissidi interni fra cattolici e buddisti, la quantità di inutili devastazioni che fecero crollare l’economia locale, il comportamento nei confronti degli abitanti del sud più simile a conquistatori che ad alleati, ed infine la superiore saldezza psicologica, morale e disciplinare dei Vietcong e delle truppe nordiste. Gli Americani riportarono in patria i resti di un esercito demoralizzato, stanco, demotivato, frustrato, con abbondanti casi di drogati e di bisognosi di cure psichiatriche.
Si può ammettere che in clima di “guerra fredda” il contenimento dell’avanzata comunista fosse necessario, ma tale contenimento fu portato avanti nel modo peggiore. Il comunismo internazionale ne uscì rafforzato avendo dimostrato determinazione ed efficienza e potendo dal punto di vista propagandistico sostenere che esso combatteva per la libertà e l’ indipendenza dei popoli.
2-Guerra dell’Afghanistan.
Secondo alcune autorevoli testimonianze i poteri che determinano la politica degli USA avevano, ancor prima dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 alle due torri del quartiere della Lower Manhattan di New York, programmato una serie di interventi militari diretti o indiretti contro diversi stati del vicino e medio oriente. L’attacco terroristico dell’11 settembre fu pertanto l’evento propizio che venne utilizzato nel momento giusto per dare inizio e legittimazione agli interventi militari in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia. L’intervento degli USA e dei loro sudditi-alleati in Afghanistan aveva come scopo reale di garantirsi una presenza militare per opporsi all’influenza russa, iraniana e cinese e impedire il progetto della via della seta. Questo intervento, come tutti gli altri, fu però ufficialmente motivato con la lotta al terrorismo e l’esportazione della democrazia. Fu diffusa l’opinione che autori degli attentati fossero stati dei terroristi kamicaze appartenenti ad al Qaida, l’organizzazione finanziata e guidata da Osama bin Laden. Costui durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan aveva inviato, con la collaborazione degli USA, finanziamenti e combattenti in aiuto ai mujaheddin che combattevano contro le truppe sovietiche impegnate a difendere il governo afghano della Repubblica Democratica Afghana. Quando le truppe sovietiche si ritirarono egli rimase sul territorio e nel 1996 creò l’organizzazione fondamentalista e terroristica islamica che prese il nome di al Qaida. In particolare si alleò con i Talebani i quali avevano in precedenza combattuto contro Tagiki ed Uzbeki. Nell’ottobre 2001 gli USA e la NATO iniziarono a dare supporto militare all’Alleanza del nord costituita dai gruppi afghani ostili ai Talebani. In una fase successiva,dopo aver espulso i Talebani dalla capitale Kabul, le truppe Usa e britanniche intervennero occupando vari tratti di territorio. Lo scopo dichiarato dall’amministrazione americana di Bush era distruggere al Qaida, abbattere l’organizzazione dei Talebani ed uccidere bin Laden. In effetti costui, secondo le autorità militari e politiche degli USA, sarebbe stato ucciso, senza tentare di catturarlo, (i morti non possono parlare) insieme ad altri tre uomini ed una donna, nella città pakistana di Abbotabad a 50 Km da Kabul. Stranamente il suo corpo non fu fotografato e secondo la versione ufficiale non fu sepolto ma gettato (frettolosamente) in mare da una nave statunitense. Di scarsa rilevanza osservare che l’azione armata avvenne con palesissima violazione del diritto internazionale all’interno di uno stato sovrano che era completamente ignaro.
L’eliminazione di bin Laden ebbe una minima importanza ai fini bellici: gran parte del vasto territorio impervio, abitato da 7-8 gruppi etnici spesso in lotta fra di loro, un’infinità di dialetti, un avversario determinato e fanatico ottimo conoscitore del territorio e armato non solo con i residuati di guerra dei tempi dell’invasione sovietica ma (stranamente) con sofisticate armi di produzione statunitense, tutto ciò rendeva i Talebani, malgrado le ingenti perdite, un avversario che rigenerava continuamente le proprie forze risultando in definitiva imbattibile. Si aggiunga la cronica incapacità degli americani e dei propri alleati di effettuare una strategia lungimirante basata non solo sulla superiorità degli armamenti (e sulla capacità di corruzione) ma anche di tener conto delle situazioni etniche, sociali, religiose e culturali delle popolazioni dei territori occupati. L’incapacità di venire a capo della lotta ai Talebani ebbe come reazione l’aumento di atti di crudeltà e di efferata violazione delle regole umanitarie e del diritto internazionale, da rispettare anche durante gli eventi bellici.
Nel dicembre del 2001 alcune migliaia di Talebani furono fucilati o soffocati nei contenitori trasportati da mezzi militari statunitensi e dell’Armata del Nord.
Nel marzo 2002 ufficiali della CIA autorizzarono sui prigionieri l’uso della tortura durante gli interrogatori, alcuni dei quali furono effettuati a Cuba nella base statunitense di Guantanamo. Tra i vari tipi di tortura vi era quello denominato waterboarding, che consiste nell’immergere ripetutamente la testa del prigioniero in acqua trattenendolo sino ai limiti della sopravvivenza. La CIA ha dichiarato che tale metodo non può essere denominato tortura.
Altri crimini documentati furono quelli commessi dalle truppe australiane nei confronti di civili nel periodo 2005-2016 che comportò l’eliminazione tra 1000 e 1300 individui.
I fatti suddetti, insieme a numerosi altri accaduti in 20 anni di devastante occupazione dell’Afghanistan, hanno fortemente contribuito ad accrescere l’ostilità delle popolazioni locali con effetti determinanti ai fini della recente sconfitta della coalizione internazionale.
Quanto sopra riferito non può fare comunque ignorare le concomitanti violazioni del diritto umanitario compiute dai Talebani nei confronti di prigionieri di guerra a di gruppi etnici ostili.
3- Conclusioni
Costituzione italiana – Art.11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;……
Dall’articolo suddetto deriva in maniera inequivocabile che l’Italia può effettuare azioni di guerra solamente in caso di difesa o comunque per tutelarsi da gravi minacce o pericoli imminenti. Quali aggressioni,quali atti ostili, quali minacce aveva ricevuto l’Italia dall’Iraq o dalla Libia, quali dalla Siria? Quali interessi italiani venivano compromessi in Afghanistan? Ci siamo sempre supinamente accodati ad un’alleanza scellerata guidata dagli Usa per perseguire interessi non nostri, con la falsa motivazione dei principi umanitari e della lotta al terrorismo, partecipando ad imprese terroristiche che hanno complessivamente causato milioni di morti e procurato non progresso e democrazia ma distruzioni e disastri.
Quanti miliardi di euro sono stati spesi dall’Italia per sostenere un’inconcludente guerra americana, finita come quella del Vietnam, in una clamorosa fuga? Quali effetti positivi ha procurato all’Italia il sacrificio di 53 soldati italiani periti in una guerra scellerata?
Eppure c’è qualcuno che in questa guerra, come in tutte le altre, ha tratto il suo guadagno. Non parlo solo dei politici corrotti ma di tutte le lobbies e multinazionali che per circa 20 anni hanno prodotto armi, munizioni, vettovagliamenti e realizzato strepitosi guadagni. Bisogna aggiungere i servizi segreti e i comandi militari che hanno lucrato dal traffico di oppio la cui produzione durante l’occupazione militare è aumentata di 10 volte rispetto al periodo precedente.






















