
Francesco Mattioli, sociologo
Dio dette all’Uomo il libero arbitrio. Per farne che? In fin dei conti, se non lo avesse avuto, se fosse stato costretto ad agire secondo schemi prestabiliti e vincolanti per la sopravvivenza, come accade per un fiore o un animale, l’Uomo non avrebbe avuto problemi.
Ma Dio gli aveva dato anche l’intelligenza, la consapevolezza, e queste presuppongono il libero arbitrio, la facoltà - e la responsabilità – di scelta. Decidere liberamente è la sublime qualità dell’Uomo. Ma costa. Esige assumersi responsabilità, rischiare l’errore, pagare delle conseguenze, fare accordi che prevedono inevitabili compromessi. Dio glielo disse: ti do la libertà, ma dovrai guadagnartela con il sudore della fronte.
Insomma, forse sei o sette secoli prima di Aristotele e Platone (ma magari anche da un paio di millenni, tutto sta a come datare il Libro della Genesi), in Medio Oriente già si discettava sulla libertà.
Di certo, nel pensiero greco classico la libertà trova immediati paletti. A parte la limitazione del suo esercizio al maschio adulto libero, come avverrà nell’Atene di Pericle, in essa si individua immediatamente la necessità di giungere ad una sua regolamentazione. Il che genera discussioni, conflitti, tal che sul piano politico e religioso nei secoli successivi essa sarà scarsamente praticata, a favore di oligarchie, monarchie, teocrazie e dittature che si assumeranno l’onore e l’onere di decidere per tutti, imponendo le proprie regole con le buone e, più spesso, con le cattive.
Occorre giungere all’illuminismo per mettere la libertà al centro della filosofia politica e dell’arte di governare; Rousseau in particolare osserva che le leggi, le regole e quindi la stessa libertà sottostanno alla necessità di una convivenza civile tra individui altrimenti intenti a conseguire in toto il proprio “particulare”, lupi hobbesiani preoccupati solo di prevalere. Le idee non camminano da sole: la ripresa del discorsi sulla libertà, che ritroviamo anche in Locke, Kant e altri pensatori dell’epoca, coincide con il progressivo affermarsi del liberalismo economico e politico esploso con l’industrializzazione, quindi con la crescente influenza politica di un ceto imprenditoriale e capitalista che stava scalzando dal potere le vecchie aristocrazie della società contadino-artigianale e feudale. Liberalismo che tuttavia esaltava una libertà altamente imperfetta perché, ancora una volta come ad Atene, finiva per essere riservata sostanzialmente ai ceti medio-alti già in possesso delle leve del potere.
La rivoluzione proletaria non risolse il problema; perché se è vero che allargava la libertà alle classi subalterne, in realtà predicava una” dittatura” del proletariato che nella Storia si è rivelata un bieco regime assolutista. Inoltre, da quel pensiero è sorta una direzione anarchica che in nome di una presunta libertà assoluta dello spirito e del corpo finisce per esitare in due possibili strade: quella della hobbesiana foresta di lupi, o quella dell’assolutismo di pochi illuminati. Non è un caso che queste forme di libertarismo anarchico hanno fatto presa su certi intellettuali incapaci di vivere in società e portati narcisisticamente soltanto ad obbedire al loro” indomabile“ spirito creativo. Questa libertà affascina molti, non solo perché predicata da artisti e intellettuali che attraggono l’opinione pubblica con le loro estrosità e il loro carisma, ma perché danno dignità filosofica alla progressiva tendenza dell’individuo -specie in questa nostra società competitiva, ma anche in cerca di nuovi riscatti (ad esempio quelli di genere) e quindi di incerta e di difficile interpretazione - a proteggere sé stesso, le proprie prerogative, i propri interessi. La conseguenza è che, nell’onesto tentativo di rafforzare i propri diritti, ci si dimentica dei propri doveri; troppo a lungo, probabilmente, imposti dall’alto.
Eric Fromm ha distinto fra una “libertà da” e una “libertà di”. La prima libera dai pericoli, dagli impegni, dai doveri, soprattutto dalle oppressioni reali e da quelle soggettive, ed è quella che oggi più facilmente attrae l’individuo che ne fa persino oggetto di consumo e stile di vita, alleggerendosi dalle più pesanti incombenze personali. La seconda coinvolge nelle scelte, nell’assunzioni di responsabilità, di impegni, nell’agire in una collettività e nel riconoscere innanzitutto che, come tanti hanno sostenuto, da Voltaire fino a Martin Luther King, la libertà mia finisce dove inizia la tua e quindi è necessario trovare sempre la via di mezzo nel decidere della convivenza comune.
Nel ‘900 si è verificata la più grande crescita della libertà, perché si è sempre ed esclusivamente declinata assieme alla democrazia. Fascismi e comunismi l’hanno soffocata e persino sbeffeggiata (Arbeit macht frei…), ma liberalismo e socialismo l’hanno difesa, arricchita, ed essa è divenuta patrimonio della cultura occidentale, in opposizione alla più perverse dittature e teocrazie contemporanee. Solo nella democrazia, insomma, la libertà vera, quella responsabile, condivisa, rispettosa dell’Altro può avere successo: solo nella democrazia la libertà si accompagna al perfezionamento dei diritti civili che, se sono civili, sono essi stessi nel medesimo tempo anche doveri.
Il concetto di libertà quindi non è buono per tutte le stagioni; va ripensato nel senso di una distribuzione responsabile di diritti e di doveri che si rispecchiano l’uno nell’altro e non permettono di inseguire ciecamente la sola, propria e umorale libertà personale. La libertà non sta nel “fare quel che mi pare”; non è licenza. In tal caso sarebbe cieco egoismo autoreferenziale; sta piuttosto nel sentirsi libero di partecipare, intervenire nella costruzione del benessere comune, nella creazione di nuove opportunità per tutti, nella difesa della comunità, nel decidere assieme. E allo stesso tempo nell’ esercitare responsabilmente quel diritto di critica, che secondo Kant consiste nel verificare continuamente i limiti e le possibilità della conoscenza, quindi delle scelte che vengono fatte individualmente e collettivamente.
C’è stato un momento, nel famoso Sessantotto, in cui le giovani generazioni chiesero conto di certe scelte politiche, economiche soprattutto sociali, ne vollero conoscere le vere motivazioni, e chiesero di esserne fatte partecipi, di poter guardare da un altro punto di vista, magari in piedi sui banchi, come nel famoso film “L’attimo fuggente” i problemi sociali comuni e le loro soluzioni. Poi, di questa legittima istanza, se ne impadronirono i sacerdoti dell’anarchismo, della rivoluzione, i filosofi da salotto del pensiero unico e andò tutto in malora. Ma da quelle istanze si mossero ancor più spediti i movimenti per i diritti civili, l’ambientalismo, la democrazia di base.
Oggi si impugna l’idea di libertà per sottrarsi a dei doveri; doveri di fare fronte unico contro un pericolo immane, facendosi guidare dalla conoscenza meno soggettiva che abbiamo, la scienza. Ma è una ” libertà da”, intellettualistica ed egoistica, demagogica e strumentale, esibita dall’intellettualista voglioso di ribalta, dall’uomo della strada desideroso di distinguersi, dal politico spinto a ramazzare facili voti ovunque se ne presenti l’opportunità. Ma non è la “libertà di”, che è sempre una libertà relativa, che emerge in una comunità e in una democrazia che si basano sull’interdipendenza dei comportamenti e sulla distribuzione di responsabilità personali.
Ripensando alla libertà, mi viene da credere che una delle cose più oscene è appellarsi alla Costituzione, nata da sacrifici e speranze comuni, per reclamare il diritto ad agire secondo i propri esclusivi interessi e le proprie pulsioni personali. Senza voler ricordare che ogni parola di essa esprime la necessità di assumersi responsabilità e doveri comuni, quasi che la Costituzione fosse invece un “tana libera tutti” per farsi gli affari propri.






















