Andrea Stefano Marini Balestra
Era ovvio che un processo indiziario da parte dalla Procura di Viterbo che voleva condannare un cittadino che ebbe la sventura di vedersi morire la fidanzata per un tragico evento, finisse con un’assoluzione con formula piena.
A chi era con me nella sala dei passi perduti fuori dall’aula della Corte d’Assise, poteva osservare che la durata di una Camera di Consiglio di oltre dieci ora poteva essere il segno di un’imminente sentenza di proscioglimento.
Si fa prima a condannare che assolvere.
Ed è stato vero.
Il processo Landolfi per la morte della povera giovane Sestina Arcuri, non ha un colpevole, solo il fato maligno ha tolto la vita a questa ragazza, non una mano assassina.
Sin dalle prime fasi del dibattimento erano emersi dubbi sull’effettivo svolgimento dei fatti, anzi lo poteva essere sin dalle prime fasi di indagine. La caduta dalla scala di Sestina che le provocò lesioni, dapprima valutate come non gravi dai primi soccorritori, quindi la sua successiva morte all’indomani, non potevano essere solo responsabilità del fidanzato, ma forse di qualcuno che nel processo non è finito.
Un ennesimo processo inutile, costoso e gravido di conseguenze per il risarcimento che sarà dovuto all’Imputato assolto, trattenuto inutilmente in carcere per oltre due anni, che potevasi evitare con maggiore attenzione degli inquirenti.
La Corte d’Assise di Viterbo, presidente il Dr. Eugenio Turco, a latere il dr. Colonnello e la giuria popolare hanno sceverato in oltre dieci ore ogni atto del processo ed hanno deciso, per qualcuno, in modo semplicistico, ma, per chi è giurista, secondo legge.
Nessuno può essere condannato per una teoria accusatoria o per “pietà” nei confronti delle parti offese.
Commenteremo quando, dopo 90 giorni, saranno depositate le motivazioni.
Per adesso Andrea Landolfi è un uomo libero.
Avremo in seguito modo di osservare le motivazioni dell’appello della Procura e delle Parti Civili che certamente sarà proposto.






















