Viterbo CRONACA LEGGI LA PRIMA PARTE Libera fattoria zoocratica (favola postmoderna - prima parte) CLICCAMI
di Agostino Giovanni Pasquali

Dopo i tre giorni di festeggiamenti per la libertà conquistata, riprese la vita ordinaria della fattoria.

Ogni animale continuava a esercitare le sue mansioni un po’ per abitudine e un po’ perché le riteneva importanti.

Però, mancando la supervisione del padrone, cominciò a diffondersi una certa trascuratezza.

Gli animali lavoravano tranquilli, senza stimoli e senza controlli; facevano pause frequenti per i più futili motivi e, appena erano un po’ stanchi, si riposavano a lungo (come usano gli esseri umani quando fanno la pausa-caffè) o smettevano addirittura il lavoro rimandandolo al giorno dopo.

      E’ inevitabile che coloro che cominciano a ragionare di lavoro e libertà arrivino a questa conclusione: “Si lavora per vivere, mica si vive per lavorare! Come si dice? Scoprono l’acqua calda e… spesso ci si scottano”.

     Si dette quindi meno importanza al lavoro e di più alle feste. Ogni motivo era buono per far festa. C’erano ovviamente le domeniche e le feste tradizionali. Ne furono istituite di nuove:  si festeggiava la ricorrenza della cacciata del padrone; ogni razza di animali istituì la sua festa particolare alla quale però partecipavano tutti, e poi bastava che uno prendesse l’iniziativa di organizzare un festival… e festa era.

     La libertà agì inoltre sull’animo degli animali rendendoli  più tolleranti e più socievoli. Accoglievano volentieri ogni randagio, di qualsiasi specie ed indole, tanto che ben presto la fattoria divenne un “melting pot” variopinto e confusionario di animali estranei che, con la scusa di fermarsi in visita, vi presero domicilio stabile.

     Ovviamente i nuovi abitanti avventizi non collaboravano, anzi non lavoravano affatto, vivevano di espedienti e davano il cattivo esempio; in tal modo inducevano gli abitanti originari a trascurare le loro attività. Ecco alcuni esempi.

     Si ruppe una ruota del carro di cavallo Ronzo. E Ronzo non si preoccupò di farla aggiustare, anzi ne approfittò per non trasportare più il letame. Tanto non aveva mai capito a che serviva. Secondo lui il letame poteva restare benissimo nelle stalle dove esalava un buon profumo di cose genuine.

     I gatti smisero progressivamente di cacciare quei ladri dei topi. In fondo che male facevano i topi? Erano pure loro creature di Dio. E poi c’era tanta roba in dispensa e i gatti piuttosto che nutrirsi di topi coriacei preferivano mangiare le saporite e morbide salsicce. Ma si! Si dia diritto di libertà e di cittadinanza anche ai topi!

     Le mucche, man mano che i vitelli si svezzavano, smisero di produrre latte.

     Le galline impararono presto che le uova erano buone da mangiare, cominciarono a cibarsene e a lasciare a chi le voleva quelle che avanzavano.

     L’orto, non più curato personalmente dal padrone, si riempi di erbacce così cattive che non le volevano nemmeno i conigli.

     Basta così! Non voglio annoiare descrivendo il progressivo scadere dell’ordine in disordine, della pulizia in immondezzaio diffuso, dell’efficienza in inefficienza  e così via.  Ovviamente anche la produzione peggiorava: i frutti della campagna trascurata erano sempre meno e di peggiore qualità, e la loro offerta al mercato non dava più guadagni.

     Poteva durare questa situazione? La crisi stava maturando e i sintomi c’erano tutti, e ben visibili, salvo per chi non li voleva vedere.

     Come ci ha insegnato Alessandro Manzoni, descrivendo l’arrivo della peste a Milano (I promessi sposi – capitolo XXXI), all’inizio ci si rifiuta di ammettere che c’è un male, poi lo si ammette ma come forma leggera e transitoria, ed infine, quando il male è diffuso, grave e incurabile, si cerca un capro espiatorio.

      Proprio così avvenne anche nella Libera Fattoria Zoocratica.

      All’inizio si disse che chi affermava che la situazione si stava deteriorando era un menagramo, un disfattista; più tardi si ammise che le cose non andavano bene, ma si pensò che si trattasse di una congiuntura passeggera; infine si dichiarò che c’era crisi e si cercarono i colpevoli e si formularono le accuse: “Sono gli ospiti forestieri, i randagi, i clandestini, che sfruttano la fattoria e tolgono il cibo ai residenti;  oppure è l’invidia dei confinanti che fanno sabotaggi;  oppure è colpa della banca che vuole stroncare l’iniziativa; oppure sono tutte queste cose insieme”.

      La crisi infatti si manifestò in tutta la sua gravità quando le provviste furono esaurite, la banca non fece più credito e i fornitori non concessero più rifornimenti se non in contanti. Ma pure il contante era finito, la cassa era vuota, i debiti tanto sproporzionati che tutto l’insieme della fattoria non aveva più un valore sufficiente a garantire ulteriori prestiti o promesse di pagamento.

      Indebitati, senza credito, in preda alla paura di fallire, gli animali della fattoria cercarono di darsi una riorganizzazione, fecero riunioni ripetute, nominarono esperti e controllori, li misero alla prova, che fu negativa, li giudicarono incapaci e li cambiarono ripetutamente.

      Come si può immaginare, quando le cose vanno bene tutti sono amici e collaborativi, quando vanno male ognuno diventa sospettoso  e disapprova qualsiasi iniziativa che poco poco gli porti disagio. I cani non si fidavano dei gatti, il che è scontato, ma neppure dei cavalli, i quali cavalli diffidavano dei bovini che, secondo loro, rubavano il foraggio, e cosi via. A forza di diffidenze e veti incrociati non si decideva mai un provvedimento serio, finché…

*     *     *

      Da qualche tempo aveva cominciato a diffondersi qua e là, sommessamente, di nascosto, una nostalgia dei bei tempi del padrone. La nostalgia divenne desiderio, il desiderio maturò una trama segreta.

      I cani che in origine, ai tempi del padrone, erano stati suoi stretti collaboratori, ma che avevano preso, proprio loro, l’iniziativa di cacciarlo, ora presero l’iniziativa di cercarne un altro. Contattarono autorità esterne e prepararono l’arrivo di chi potesse rimettere in ordine l’azienda.

      Un giorno i cani indissero un’assemblea e annunciarono che la banca, che era la principale creditrice, avendo deciso di aiutare la fattoria a riorganizzarsi, avrebbe mandato alcuni funzionari muniti  di frus… cioè di strumenti di stimolo, e che loro, i cani, per il bene sociale, per evitare guai peggiori, sia pure a malincuore, avevano deciso di collaborare con la banca. Altrimenti l’unico rimedio diverso sarebbe stato assoggettarsi ad un padrone anche più duro di quello cacciato, tipo un “dittatore”, come usano gli umani sciocchi quando sono incapaci di governarsi.

       Gli altri animali non furono d’accordo, si opposero, dissero che erano stufi di sacrifici e che era meglio essere servi di un padrone come si deve piuttosto che assoggettarsi alla banca che era una sanguisuga. E poi quei cani, sempre lì a generare subdole iniziative, davano il sospetto di essersi accordati a comodo loro.

        Grande confusione, liti continue e insoddisfazione dilagante. Cominciarono anche provocazioni e sabotaggi. Una mattina si trovò l’insegna, quella che orgogliosamente mostrava “Libera Fattoria Zoocratica”, imbrattata di sterco e alterata per cui si leggeva “Libera Fattoria Zoodiscratica”. Tutti capirono che si doveva fare qualcosa, e anche di decisivo.

        Il capo dei bovini, che erano il gruppo più forte, s’incontrò segretamente con il capo degli equini, il secondo gruppo per rilevanza; i due, con l’approvazione del vecchio e saggio asino Giorgetto, fecero un patto segreto e convocarono un’assemblea straordinaria.

        In assemblea, dopo qualche relazione noiosa e fumosa, tanto per dar tempo all’aula di riempirsi con i ritardatari, si presentò a parlare Toro Torello e l’aula, fino a quel momento piena di chiacchiericci disordinati, ammutolì.

        Toro Torello, che era l’animale più forte e gagliardo della fattoria, era ben noto per saper domare con la verga le femmine agitate e con le corna i maschi prepotenti. Senza tanti giri di parole Torello disse: “La situazione la conoscete. La “fattoria zoocratica” non funziona. Qualcuno ha  scritto “zoodiscratica”  (che caz… significa? dopo ce lo spiegherà Kaluro), ma a me mi fa pensare a “zoodisgraziatica”! Ah, ah!  Perciò basta confusione, fuori gli intrusi e i clandestini, al diavolo la banca, da domani si lavora come dico io!”

        Bovini ed equini applaudirono con entusiasmo. Poi anche tutti gli altri animali si unirono ad applaudire con altrettanto entusiasmo, alcuni per convinzione e molti per non sentirsi diversi ed emarginati nel nuovo regime nascente.

        E dittatura fu.

Agostino Giovanni Pasquali

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