Viterbo FAVOLA C’erano animali trattati così così e altri trattati meglio
di Agostino Giovanni Pasquali
C’era una volta in un certo paese, e c’è tuttora, una fattoria.
Era una fattoria normalmente prospera e tranquilla, prospera e tranquilla tanto quanto lo si può essere nel nostro mondo imprevedibile e mutevole, dove, accanto a sole e pioggia in giusta proporzione, si alternano pure le tempeste e qualche periodo di siccità, dove ad estati portatrici di sole e buona salute seguono inverni con malattie e gelo.
I campi alternavano buone annate ad annate un po’ scarse; lo stesso si poteva dire degli alberi da frutta, dei vigneti e dei prodotti delle stalle, dove c’era una popolazione numerosa che andava dai piccoli animali, come polli e conigli, ai grandi animali, come equini e bovini.
Nella fattoria c’erano anche i cani e i gatti, che erano animali privilegiati perché amici e aiutanti del padrone e c’erano anche i topi, abitanti clandestini.
E ora parliamo del padrone. Costui era un normale proprietario di fattoria; colui che organizza, lavora, compra e vende, ha diritto di vita e di morte sugli animali e vive da benestante sfruttando gli animali come schiavi. Proprio schiavi? Dipende dal punto di vista.
Un loro punto di vista gli animali della fattoria non lo avevano. Accettavano la loro situazione passivamente, come naturale e necessaria.
Si rendevano conto che tra loro c’erano animali trattati così così e altri trattati meglio, come la cavalla Nitrina, la preferita del padrone, che era curata e portata a passeggio dal padrone stesso, e dovevate vedere come ne era orgogliosa, tutta lustra e infiocchettata.
Veramente era la cavalla che portava in groppa il padrone, ma era comunque una privilegiata rispetto a cavallo Ronzo che tirava il carretto del letame, o a mucca Lattosa che doveva solo occuparsi di fare gravidanze e produrre latte, e non facciamo confronti con i maiali, destinati a diventare prosciutti e salsicce.
E così c’era una certa ingiustizia social-zoologica, ma era sopportabile, pochi si lamentavano e comunque il lamento era solo uno sfogo senza conseguenze.
* * *
Un giorno capitò nella fattoria un cane randagio, un certo Liberto (questo era il nome che si era dato da sé) che raccontò ai suoi colleghi cani domestici come fosse bella la libertà, fuori della servitù imposta da quello schiavista che è l’uomo. Raccontò che proprio schiavista era il suo ex padrone, al quale Liberto si era ribellato per le botte che doveva subire e dal quale era scappato, ma solo dopo avergli dato un bel morso ad una mano.
Erano mesi che girava libero, si divertiva a rincorrere animali, ad azzuffarsi con altri randagi e a dar la caccia ai gatti… Certo c’erano anche inconvenienti, soprattutto la mancanza di un riparo dalle intemperie e la cronica scarsità di cibo. “A proposito – disse – sono digiuno da due giorni. Non avreste qualche avanzo di pappa?”
I cani della fattoria divisero con Liberto la loro razione di cibo, lo ospitarono nel canile e lo salutarono amichevolmente quando riprese la sua strada di libertà. Poi cominciarono a meditare…
Se un essere, animale o umano, è dotato di intelligenza, ma normalmente non la usa per pensare, lasciando che altri pensino per lui, se un essere -dicevo- comincia a pensare, possono nascere tante cose, buone o cattive. Dipende dall’indole, dalla volontà, dal buon senso e anche dalle circostanze. Il buon senso è l’elemento più importante e, purtroppo, è proprio quello più raro. Di conseguenza, se le cose vanno male, la colpa è data alle circostanze, ma in effetti quello che è mancato è soprattutto il buon senso.
Dunque i cani cominciarono a pensare e, pensando, pensarono che Liberto poteva avere ragione, ne parlarono con gli altri animali della fattoria, fecero riunioni segrete e, dopo accanite e meditate discussioni, decisero di divenire liberi, ma senza rinunciare alla fattoria; e questa fu una scelta furba dettata dal buon senso. Gli animali istintivamente contrari alla ribellione erano in maggioranza, ma, se vogliamo essere precisi, più che contrari erano pigri o paurosi o dubbiosi, e alla fine accettarono passivamente la decisione, però riservandosi mentalmente di stare a vedere che cosa sarebbe successo per mettersi poi dalla parte del vincitore, uomo o animale che fosse.
Una delegazione si recò dal padrone per comunicargli la volontà di considerarsi liberi e di occupare la fattoria. Gli spiegarono che erano stufi di essere schiavi e di lavorare solo per arricchire il padrone e quindi ponevano un aut aut: o il padrone accettava di andarsene o sarebbe stata rivoluzione cruenta.
Il padrone capì che da solo non poteva convincere né tanto meno vincere e disse: “Considero che avete delle buone e “forti” ragioni. Io ho parecchio denaro accumulato in banca perciò accetto e me ne vado in vacan… emh… in esilio. Buona fortuna!”
Per tre giorni fu festa ed euforia. L’unico lavoro fu quello di preparare un’insegna da mettere al cancello d’ingresso. Ma prima ci fu una riunione per decidere che cosa scriverci.
Un bue, che si chiamava Cornuto, ma non si sapeva perché dal momento che era scapolo, propose: “Fattoria democratica”.
“No, - disse l’asino Giorgetto, che era l’animale più vecchio e perciò più saggio - no! Ho visto troppe ingiustizie fatte dagli uomini in nome della democrazia!”
“Che ne direste di “Animals’ Free Farm”? L’inglese è trendy!” propose Bully, il cane bulldog che conosceva l’inglese.
Furono presentate parecchie altre proposte, e alla fine venne scelta “Libera Fattoria Zoocratica”, nome che sembrò molto significativo perché voleva dire “Fattoria governata da animali liberi”, ed era anche decisamente elegante per un richiamo al greco antico. Infatti, come specificò il pavone Kaluro, che era l’autore della proposta, la Grecia era stata la storica culla della libertà degli individui.
Il pavone Kaluro era un animale piuttosto sussiegoso, che si vantava di avere antenati greci e di conoscere il greco antico e, come spiegava, il suo nome era greco e significava “Bella coda”. Kaluro ero molto stimato, molto al di sopra dei suoi due meriti che erano: essere decorativo e conoscere la lingua greca antica, la cui conoscenza, come è noto, non è proprio utile, ma conferisce un grande prestigio.
Così avviene spesso nei rapporto sociali, nei quali chi ha una conoscenza “per pochi”, come per esempio la filosofia o l’astrologia, desta ammirazione e acquisisce una grandissima autorevolezza.
Agostino Giovanni Pasquali
(Gentili lettori, se questa favola vi piace e se siete curiosi di sapere come va a finire, leggete domani la seconda e ultima parte)
ECCO IL LINK DELL'ARTICOLO Libera fattoria zoocratica (favola postmoderna - seconda parte)






















