Tino Soga

“Caro Mattioli …” 

Uso questa formula perché lei, nella riflessione sul concetto di infinito (lacitta.eu di venerdì 16 aprile), si è rivolto a me in modo analogo, con un “caro Soga”.

Può sembrare una formula di cordiale amicizia, ma non mi pare che sia così: all’inizio lei cita me come “l’Autore” con l’iniziale maiuscola e con un certo rispetto; alla fine mi si rivolge con un “caro Soga” seguito da critiche negative e da una lezioncina.

Tutto ciò mi fa ricordare un mio insegnante di liceo il quale, se durante un’interrogazione ero impreciso o davo una risposta errata, mi diceva con bonaria tolleranza: “No, caro Soga, non va bene. Lei sbaglia. Ora glielo spiego.”

Era un buon insegnante, formalmente rispettoso (si rivolgeva agli studenti con il lei), ma ci teneva a dimostrare la sua superiorità dall’alto della cattedra, che era pure rialzata di almeno 20 centimetri sul pavimento.

Forse secondo lei ci troviamo in una situazione analoga? Non direi, perché non siamo in un’aula scolastica e io sono troppo anziano e ho troppa esperienza per accettare la parte dello studentello impreparato.

Ho invece tre motivi per ritenere che vi sia stato da parte sua un fraintendimento del mio pensiero.

 

IL PRIMO MOTIVO

Lei ha scritto, proprio all’inizio della citata riflessione, che io ho “surrettiziamente” collegato altre storie al concetto di infinito. L’avverbio “surrettiziamente” significa che io ho intenzionalmente nascosto delle notizie o dei dati o delle intenzioni che il lettore ha il diritto e/o l’interesse di sapere.

Non mi pare di aver agito surrettiziamente. Quest’avverbio, di origine giuridica, formalizza un’accusa che va dimostrata, se no può divenire un boomerang.

 

IL SECONDO MOTIVO

L’essere letto e considerato “stimolante” da lei, professore, mi onora. Ma non essere capito mi deprime e sconforta. Mi chiedo: se un cervellone come lei ha frainteso quello che ho scritto, che cosa avranno capito gli altri?

Lei sa bene che quando uno scrive e non viene capito, ne deriva necessariamente un’alternativa: che il lettore sia un incompetente, oppure che l’autore abbia scritto male.

Poiché lei certamente non è incompetente, la conclusione dovrebbe essere che io ho pensato male e/o mi sono espresso male? Oppure c’è una terza spiegazione?

Sì, ci può essere, e potrebbe trovarsi in quello che ho scritto all’inizio: che lei come professore (si cita sovente come docente universitario, e ne ha buon diritto) abbia letto un po’ prevenuto e abbia estrapolato dal testo “lo stimolo” per scrivere un trattato sull’ontologia dell’infinito; il resto del mio scritto sarebbe una chiacchierata denigratoria sulle donne.

Ma l’argomento della mia tesi era proprio una bonaria critica delle discussioni sull’infinito; le ritengo inconcludenti, utili solo come esercitazione filosofica, una specie di sudoku da intellettuali. Come conclusione estendevo quella critica negativa alle elucubrazioni di certi guru e filosofi dilettanti. Invece la verbosità femminile, argomento convenzionale maschilista per battute scherzose, era una esemplificazione per chiudere in modo ironicamente divertente. A me piace essere così: serio quanto serve, serioso mai, ironico q.b. (quanto basta, come il sale e il pepe per dare più gusto).

Per non essere nuovamente frainteso preciso che la mia critica non riguarda ovviamente gli studi scientifici sulla dimensione finita o infinita dell’universo. Mi ha divertito comunque la sua citazione del multiverso che sarebbe una serie infinita di universi: una specie di matrioska a ripetizione automatica? o un frattale autogenerante? o le immagini moltiplicate all’infinito da due specchi contrapposti e infiniti essi stessi? L’esemplificazione è mia e dimostra che se c’è un infinito esso sta nella nostra capacità immaginativa. Su questo sono d’accordo con lei. 

 

IL TERZO MOTIVO

Non mi pare giustificata l’accusa, che lei mi ha rivolto, di sottovalutare l’importanza dei diritti delle donne e della loro tutela contro ogni forma di discriminazione e machismo. Lei ha tratto una cattiva impressione dal “bla bla bla” interpretandolo come “sciocchezze”. Ma io intendevo significare “troppe parole”, controproducenti perché ripetute troppe volte.

Lei sostiene che “noi dovremmo ripetere proprio all’infinito i discorsi contro…”

Molti lo fanno in TV e gli spettatori cambiano canale, altri in strada e sono giudicati facinorosi. Si dice che “il troppo stroppia” e mi pare vero, e quindi va bene parlare e ripetere, ma poi invece di annoiare si deve agire. Se no si fa una politica parolaia e inconcludente.

Purtroppo gli esseri umani, almeno quelli poco civili che però sono tanti, parlano troppo e agiscono poco; piuttosto che agire reagiscono con la violenza e il disordine.

Ma se vogliamo trattare di etica sociale, che è tutt’altro discorso da fare con meditate e sensate parole e senza slogan, questo discorso lo lascio a lei. Chi lo può fare meglio di lei?

Ammetto di non essere stato forse abbastanza chiaro nella vignetta, la quale peraltro non nega anzi afferma la validità degli argomenti femministi: l’uomo si tappa le orecchie per non subire il parlare senza fine, ma afferma che la donna ha ragione (fumetto del pensiero dell’uomo). 

Ho disegnato un’altra vignetta, ancora sul parlare troppo. Incrocio le dita pensando al giudizio che ne darà lei.

“Caro” Mattioli, concludo dicendole che mi piacerebbe che il suo “caro” fosse veramente amichevole; il mio lo è. 

Tino Soga

 

P.S.: Pubblico questa lettera perché le ho mandato una mail sullo stesso argomento della presente, ma non ho avuto risposta. Poiché non posso pensare che lei l’abbia cestinata con un click, suppongo che non le sia arrivata o le sia sfuggita tra le tante “spam mail” che entrano nelle caselle di posta elettronica. È per me importante spiegarmi con lei e, considerata l’occasione, informare i lettori.

 

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