Luigi Torquati

Caro Mauro,
pur non essendo uno scienziato, voglio anch’io parlare un po’ di Covid-19, un virus tremendo che ha causato e causa  nel mondo milioni di morti, questo virus che oltre ai morti ha prodotto danni immensi nell’economia mondiale e che si fa risentire ancora di più nei paesi più poveri.

Anche in Italia ha determinato un ulteriore malessere con attività chiuse per troppo tempo, industrie ferme, licenziamenti, cassa integrazione. Un danno economico di grandi proporzioni che il governo sta cercando di riparare con quelli che chiamano “ristori”, ma senz’altro non sarà la panacea giusta per riparare l’intero danno.

Personalmente ho avuto paura di questo virus, forse perché l’ho vissuto da vicino. 

Mia cognata, infatti, non si sa come, l’ha avuto si può dire all’inizio (era marzo del 2020) e l’iter è stato tremendo. Ricoverata in ritardo (per colpa di chi, lasciamo stare) dopo qualche giorno ha mostrato aggravamenti tali da essere ricoverata in terapia intensiva; dato che dove era non esisteva tale reparto, è stata trasferita in altro ospedale con le conseguenze di cure pesanti: dalla sedazione palliativa con farmaci, alla tracheostomia.

Superata con successo la terapia intensiva, veniva spostata al reparto covid e dopo ben tre tamponi negativi, considerato i danni riportati, doveva essere trasferita in una struttura per la riabilitazione. Le due strutture interpellate hanno rifiutato il ricovero e non è rimasta che l’ospedalizzazione domiciliare, cosa che abitando da sola a Roma non poteva essere fatta e quindi è stata presa in carico dalla sorella (mia moglie). 

Noleggio di un letto, noleggio di una carrozzina, assistenza CAD, trasferimento con ambulanza a nostro carico. Per fortuna, dovendo liberare posti letto, quest’ultima spesa è stata evitata avendo provveduto l’ospedale stesso al trasferimento. Nella ASL di residenza tutte le spese si sarebbero evitate, ma essendo stata trasferita in altra ASL, anche se della stessa Regione, ci hanno detto alla ASL di Viterbo che non era previsto nulla; sanità a compartimenti stagno.

Un mese di sofferenze, di riabilitazione parziale, ma alla fine è riuscita a venirne fuori anche se non del tutto considerato che a tutt’oggi, dopo 13 mesi dalla comparsa del covid, deve sopportare notevoli dolori alle gambe. Logicamente uso di mascherine e guanti anche dentro casa, ma alla fine è andata bene per tutti.

Naturalmente tale situazione ha comportato una condizione di incertezza tremenda: ce la farà? Lo beccheremo anche noi? Come dobbiamo comportarci? A me è venuto in mente ciò che affermava Blaise Pascal ovvero: “Sempre in balia dell’incertezza, spinto da un estremo all’altro, l’uomo sente la sua nullità, la sua disperazione, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua debolezza e salgono immediatamente dal profondo del suo cuore la noia, la melanconia, la tristezza, il cattivo umore, l’irritazione, la disperazione.”

Questo perché sentivo fortemente l’insufficienza di noi esseri umani di fronte a pericoli così immani e contestavo ciò che diceva Ursula Kroeber Le Guin “L’unica cosa che rende la vita sopportabile è una permanente ed intollerabile incertezza; il non sapere cosa verrà dopo.” No, non era sopportabile non sapere cosa sarebbe accaduto, tutt’altro; il cattivo umore, la tristezza citati da Pascal erano vivi ed evidenti in me che avrei voluto spaccare la testa ai negazionisti del covid (ce ne hai avuti anche su questo foglio, caro Mauro), li avrei ospitati, anche se malvolentieri, per qualche giorno a vivere con me.

Per fortuna, oggi, sembra che ci stiamo avviando verso una certa normalità anche se personalmente non la credo totale, forse con l’estate, se il tempo farà il suo dovere, con il caldo avremo ancora un miglioramento, ma dobbiamo essere prudenti, continuare ad osservare le norme sanitarie previste, vaccinarsi in massa fino a raggiungere l’immunità di gregge. Solo allora potremo stare più tranquilli sperando che le altre nazioni ottengano lo stesso risultato.

Eppure ancora oggi, sentendo alcuni commenti, molte volte sembra che abbiamo perso la speranza, la voglia di volgere lo sguardo al futuro con un po’ di ottimismo. La sfiducia negli scienziati e nel vaccino che potrebbe salvarci non si spiega, non era mai accaduto prima un successo scientifico di così ampia portata.

E’ passato poco più di un anno dall’inizio della pandemia ed oggi siamo in grado di avere più vaccini di alta qualità che stanno debellando questo triste virus nel mondo intero. Secondo l’autorevole rivista “Science”, il rapido sviluppo dei vaccini anti-Covid è da considerare il risultato dell’anno sottolineando che “Mai prima d’ora così tanti concorrenti avevano collaborato in modo così aperto e assiduo”.

In tanti però credono più alle panzane che circolano sui social (vedi ad esempio il più ridicolo: “con il vaccino il governo ci inietta un chip per controllarci”) piuttosto che alla poderosa macchina della scienza che compie passi da gigante ogni giorno. È come se si volesse drogare l’opinione pubblica con massicce dosi di fake news per poi sorvegliare il tutto.

E’ sparito l’ottimismo ed è rimasta solo la speranza, ma c’è una bella differenza tra speranza e ottimismo.

Diceva un poeta, noto più per la sua carriera politica di presidente della Repubblica Ceca che come poeta, Vaclav Havel: “La speranza non è la stessa cosa dell’ottimismo. Non si tratta della convinzione che una certa cosa andrà a finir bene, ma della certezza che quella cosa ha un senso, indipendente da come andrà a finire”.

E allora usiamo l’ottimismo certi che la lotta contro il covid abbia un senso e nella speranza che tutto vada bene.

Lutor

 

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