Francesco Mattioli, sociologo
Le invettive, che tanto piacciono a taluni per rafforzare il proprio credo ideologico, andrebbero sostanziate dalla cultura, intesa come competenza su ciò che si dice.
Ad esempio, occorrerebbe conoscere i vari significati del termine religione. In una accezione, esso ha a che fare con la fede in un Dio, sulla base di un Libro o di una serie di valori assoluti scritti o mandati a memoria orale. In un’altra accezione si tratta del prodotto storicizzato della fede, influenzato da circostanze economiche, politiche, socioculturali, dalle tradizioni e attiene alla applicazione “umana” di quei valori; quindi si occupa di teologia, di gerarchie, di rituali.
Per esempio, il Cristianesimo pur attingendo al Dio biblico e facendo riferimento quasi esclusivo ai Vangeli, si è diviso in almeno tre grandi branche: il cattolicesimo, il protestantesimo e la chiesa ortodossa; e il cattolicesimo oggi non è né quello dell’epoca di Teodosio, né quello della lotta per le investiture, né quello del papa-re, e neppure quello di Pio XII, ma quello postconciliare.
Ci sono movimenti filosofico-morali introspettivi, che esprimono tanta compassione per gli altri, ma che non muoverebbero un dito per cambiare la sorte di costoro. E altri che, proprio sulla base dei loro principi, si spendono a favore della giustizia sociale. Personalmente, tra una masturbazione morale interiore e un impegno civico nel mondo preferisco questa seconda alternativa, anche a rischio di doversi sporcare con le miserie umane.
Qualcuno, facendo di ogni erba un fascio, generalizza sui caratteri delle cosiddette “Religioni del Libro”, caratterizzate da un monoteismo che ha radici storico-culturali in comune. Grave errore, perché i Libri di riferimento in realtà sono differenti. La Bibbia ebraica, il Libro più antico, esalta un “popolo eletto” e dipende da un Dio arcaico, impegnato a fornire esempi cruenti di lotta per la sopravvivenza.
Il Corano, il Libro più recente, opera di un popolo nomade e quindi costantemente in allarme, militarizza il fedele e contiene espliciti riferimenti all’odio, alla violenza e all’esclusione.
Il Vangelo è il Libro dei Cristiani.
Qui si trovano due punti di riferimento ineludibili: il primo, il fondamento dell’amore tra gli esseri umani; il secondo, l’esaltazione del pacifismo, della responsabilità individuale, della dignità di ogni essere umano e della carità, come impegno quotidiano per il sostegno attivo del prossimo.
Mettere insieme questi tre diversi Libri, solo perché monoteisti e con un riferimento generale ad un comune Dio biblico, mi sembra una operazione di superficialità e di disinformazione nel migliore dei casi, di disonestà ideologica e intellettuale nel peggiore. Poi, certo, la storia si è incaricata di influenzare la condotta dei fedeli in meglio o in peggio: c’è un ebraismo umanitario e cosmopolita influenzato dalla filosofia ellenistica; c’è un Islam maturo, pronto a creare forme evolute di coesistenza pacifica interreligiosa; e c’è, o meglio c’è stato, un cristianesimo preso a prestito forzato per soddisfare istinti divisivi, violenti e guerrafondai, quelli della tortura di una Ipazia, quelli delle Crociate e quelli dell’Inquisizione.
Ma, con buona pace dell’ateismo libertario, sono i principi evangelici del Cristianesimo quelli che hanno ispirato i valori dell’Umanesimo e della moderna democrazia, quelli contenuti nella Dichiarazione dei diritti universali dell’Uomo, quelli che impegnano gli Esseri Umani a cooperare attivamente per migliorare la giustizia e la condizione sociale di tutti. Lo ha riconosciuto anche un grande laico, Benedetto Croce.
Certo, la celebrazione dell’8 marzo ci può servire per ricordare che nella chiesa cattolica ci sono ancora degli strascichi sessisti e sessuofobi irrisolti. Ma ciò che conforta è che molti cattolici se ne rendono conto e stanno avviando un pur lento cammino di crescita organizzativa e perfino teologica, anche su questo. Roma non è stata costruita in una notte, ma in ogni caso è stata pensata e poi costruita. C’è invece chi non costruisce nulla. Siede sempre e solamente sotto lo stesso albero a meditare, e si sostenta dei frutti raccolti da altri.






















