Emanuela Dei

Quando una persona diventa troppo seria non scrive più. Bisognerebbe trovare solo argomenti importanti, seriosi, austeri. Le persone serie, poi, non ridono e nemmeno sorridono.

Gravità e leggerezza non vanno d'accordo anche se Mrs Woolf diceva che la scrittura doveva essere: "forte come il granito e lieve come l'arcobaleno", quindi oggi parliamo di Elodie Di Patrizi, in arte Elodie.

Questa ragazza, che ieri abbiamo visto sul palco dell'Ariston, alla 71° Festival della Canzone Italiana, ha una qualità o stato chiamato in gergo "fregnitudine".

Questo termine di origine arcaiche, un mix di romano- viterbese riassume in se due concetti fondamentale per il 21 esimo secolo:  "fregna e beatitudine".

Nella mia città con la prima parola si intende una ragazza o donna con particolari qualità fisiche che spiccano in mezzo a tanti muri imbrattati e sampietrini. Le caratteristiche consistono in un fisico slanciato, due metri di coscia, un andatura regale, da pantera-giraffa, e una scia di profumo che la insegue. La connotazione del suo portamento porta tale soggetta in un mondo a parte, parallelo, inarrivabile.

La si vede, passare e punto, si intuisce la sua appartenenza angelica e la si lascia sparire. La beatitudine, invece, è lo stato che tale "fregna" trasmette a chi la guarda. La bellezza si sa è un grande anestetico, ammalia e incanta. Per un attimo, un breve tratto, pochi passi, guardando la mistica valchiria tutto diventa silenzio i sensi si acuiscono e l'attenzione è inchiodata alla ricerca di quel qualcosa che ti trascina fuori dalla realtà. 

Elodie Di Patrizi ha questa qualità. Lei ha la "fregnitudine" e ne è consapevole. La usa, certo che la usa, proprio come una donna fatale. Lei dà quello che le si chiede quando va in scena. Tira indietro le orecchie, mette su una faccia seria e distaccata, insomma interpreta il suo ruolo. Qui lei è fregna, tanto fregna. Una donna può chiamare un'altra donna con questa parola?

O è solo appannaggio di un linguaggio maschilista? Oddio sono maschilista? Tratto Elodie Di Patrizi come un corpo-oggetto? Si può scrivere così, si possono dire queste cose? Mah, penso proprio di sì. Visto che riconosco la bellezza e la fregnitudine e non penso che se ne debba fare un discorso di genere. Sarebbe impossibile descriverla con altri termini. Quindi, riprendendo il discorso,  Elodie dà quello che le si chiede, da professionista da artista. Dà quella sensazione che tanto piace agli uomini e alle donne.

E poi?

Come va a finire?

Nulla.

Dà e poi ci ride su. Recita e poi ritorna una semplice ragazza. Il concetto disarmante e innovativo è proprio questo: la differenza tra il personaggio e la persona. Il personaggio non fagocita la persona, anzi, è la persona che decide quando e dove adottare il copione fatale e questo  non a fine carriera, quando si ha un certo potere e ci si può permettere di essere se stessi.

La signorina Elodie lo fa da subito e mette le cose in chiaro: quella che canta e balla è puro show, quella che ride sono io e, di fronte a tanta schiettezza e naturalezza, non rimane altro che godere di questa scelta e vedere lo spettacolo. Penso che Elodie abbia rotto un cliché, penso che lei, a suo modo, fornisca un nuovo modello di showgirl, cantante, amante e donna.

La naturalezza, la semplicità, mista a una buona dose di consapevolezza di quello che le succede dentro e intorno, la porta a vivere ogni attimo della sua vita e a mostrarcela così come è. Come si fa a non volerle bene? Come si fa ad attaccare una persona che già si presenta semplicemente vera?

Tutto questo fa bene al mondo dello spettacolo, tutto questo fa bene allo spirito e scalda il cuore. Improvvisamente tutto si focalizza su un sentimento una identità accogliente e per pochi minuti sembra di stare a casa di amici e non in un Festival della Canzone. 

A me lei incanta. Proprio incanta, non c'è un'altra parola. È come guardare il volo di un colibrì, non riesci a capire bene come riesca a stare immobile nell'aria e succhiare il nettare da una rosa cinese, ma lo fa.

 

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