Peppe Tramontana al secolo Giuseppe Signorelli

Tuscia in pillole  

Vincenzo Ceniti Console Touring

Una mela per una prestazione d‘amore di tale Maria, detta la pelosa, “ancella” a tutto tondo della Viterbo di mezzo secolo fa.

Peppe Tramontana ne era innamorato, ma aveva solo una mela da offrirle, di più non poteva, e lei non ci stette. Non garantisco se sia vero. Me lo ha raccontato una signora che gli abitava vicino, in via della Volta Buia a Viterbo, dietro il teatro del Genio.

L’episodio inquadra bene il nostro eroe e ce lo rende subito a portata di mano. Lo scenario è la Viterbo post Cinquanta, ancora in gran parte ristretta all’interno delle mura, quando un povero cristo come Peppe (il vero cognome era Signorelli 1924-1986) vagava per la città, viveva alla giornata sul buon cuore della gente, entrava ovunque in punta di piedi e senza saperlo arricchiva il grande racconto della storia locale.

Tramontana era il soprannome, dovuto forse alla giacca sgualcita (sempre la stessa) non ancorata ai bottoni, protetta da un sinale di cotone azzurro che svolazzava al vento. Brache di tela, sciarpa attorcigliata al collo, camicia di flanella, cappello alla carrettiera, spesso col nome dello sponsor, scarpe a mo’ di barche. Per farsele regalare diceva “dal 40 al 45 vanno tutte bene”.

Occhi febbricitanti e acquosi come quelli di un cane bastonato, ma di grande compostezza e dignità, sguardo rivolto in basso per non disturbare e per difesa. Chiedeva, come da copioni mai scritti, “Signorì (con l’accento sulla i), che ce l’ha ‘na sigaretta?” Dava del lei a tutti. Raccattava le cicche e puntava il fumatore pedinandolo, fintanto che non buttava in terra il mozzicone.

Peppe si incontrava nelle vie della città a incettare carte e cartoni che sistemava alla meglio sul suo carrettino celeste a lunghe stanghe per venderli al migliore offerente. Il carrettino era il suo capitale. Ho conoscenza diretta che aveva rapporti con clienti fissi e affidabili. Uno di questi doveva partire con la moglie, la sorella e il figlio per la vacanza a Riccione. In quegli anni Cinquanta le vacanze non erano “mordi e fuggi” come oggi, ma duravano di solito un mese. Occorreva dunque preparare molti bagagli che era un problema portare alla stazione onde spedirli per tempo.

Ci pensava Peppe che un paio di giorni prima della partenza caricava sul carrettino bauli, valigie, cappelliere, fagotti ed altro. Li portava al capostazione di Porta Fiorentina e li faceva partire come “bagaglio al seguito” per la destinazione voluta. Questo voleva dire spingere il carrettino per lunghi tratti di strada, in salita e in discesa. In questo caso, dal momento che il committente abitava al Sacrario, voleva dire affrontare la salita di via Cairoli, attraversare piazza della Rocca, superare piazzale Gramsci e imboccare viale Trento. Ovviamente stesso servizio per il ritorno. A Viterbo lo conoscevano tutti. Se era invitato a cena si faceva preparare dal padrone di casa una cartatella di avanzi che portava alla madre.

Era specializzato nella vendita di bruscolini che teneva custoditi con altre struffaglie in un locale in fondo a via Sacchi. Spesso li acquistava a buste confezionate dalla signora Vanda, cassiera del cinema Genio che ne era sempre fornita per le vendite agli spettatori. Preparava cartoccetti, generalmente col giornale, che poi riempiva di semi e riponeva in una scatola di cartone legata ad una tracolla.

Al momento della vendita l’acquirente si trovava i bruscolini nel cavo della mano poiché Peppe esigeva il “vuoto a rendere” che avrebbe usato dopo la stiratura per la prossima confezione o per preparare sigarette con le cicche sempre a portata di saccoccia. Il commercio ambulante lo svolgeva prevalentemente alla stadio della Palazzina durante le partire di calcio. Frequentava spesso le trasferte della Viterbese ingaggiando dispute accese con il bruscolinaro del posto per questioni di competenze territoriali. 

Da lui ci si aspettava di tutto anche che durante una degenza all’Ospedale Grande degli Infermi di Viterbo abbandonasse furtivamente il letto per andar a vendere i bruscolini lungo le strade dei dintorni. La sera però faceva diligentemente ritorno nel suo reparto. In quei tempi si poteva fare. Ma c’è di meglio. In occasione di un ricovero più motivato per una insofferenza cardiaca, venne messo in rianimazione con tubicini e monitors. Insofferente alla terapia, si liberò di fili e sondini per andare su uno dei terrazzi dell’Ospedale a confezionare cartoccetti di bruscolini. E si rianimava.

A proposito del cinema Genio, Peppe aveva il privilegio di entrare ed uscire quando voleva, non tanto per vedere un film, quanto per ripararsi dal freddo o dalla pioggia. Era nota la sua mania di pulizia. Per questo raggiungeva spesso le polle sulla collinetta del Bulicame alle porte di Viterbo per salutari abluzioni. Se qualcuno lo invitata a pranzo, si portava appresso una pezza con cui puliva piatti e bicchieri prima dell’uso.

Questa che vi racconto l'ho vissuta di persona.

Feci parte di una comitiva di tifosi per una trasferta della Viterbese a Roma. Sul bus c’era anche Peppe intenzionato col suo cesto a fare giornata. Al ritorno lo vidi sereno e soddisfatto: Aveva venduto bene e con il guadagno ebbe modo di farsi un panino con la porchetta e una “sveltina” con una baldracca di strada. Era contento. Aveva fatto giornata.

 

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