Viterbo CRONACA Gli scavi furono eseguiti nel periodo 1966-1975 e nell’anno 1978 per iniziativa e spese dell’allora re di Svezia, Gustavo VI Adolfo
di Agostino Giovanni Pasquali

Il re di Svezia, Gustavo VI Adolfo

    A Viterbo, nei pressi di Ferento, c’è una sorgente di acqua ricca di ossido di ferro, al quale ossido di ferro l’acqua deve la colorazione rossastra che ha dato il nome alla località: “Acquarossa”, appunto. Qui, su un altopiano di circa 1000 x 600 metri, sono venuti alla luce i resti di una antica città etrusca (VII-VI secolo a.C.).

     Questi resti, anche se modesti da vedere, sono importantissimi perché hanno permesso di conoscere come gli etruschi più antichi (VII secolo a.C.) vivevano, come erano fatte le loro abitazioni, quali strumenti usavano. Le tombe etrusche, particolarmente quelle dipinte di Tarquinia, avevano già dato informazioni sulla religiosità degli etruschi, sulle suppellettili usate dai nobili, sulle armi e le armature, ma non sulla vita di tutti i giorni della gente comune.

     Oggi, chi visita la località Acquarossa e gli scavi che vi si trovano resta probabilmente deluso perché vede solo poveri ruderi delle basi delle case, ma gli studiosi, che sanno interpretare quei ruderi e i reperti venuti alla luce, hanno dedotto quanto segue.

      Le abitazioni avevano dimensione da 6x10 metri a 10x15;  le pareti erano di solito costruite con robusti tronchi di legno messi in verticale e uniti da assi orizzontali, il tutto chiuso con graticci di canne e argilla; qualche casa era costruita con blocchi di tufo;  il tetto era a due spioventi, sostenuto da travi e coperto con tegole piatte e canali. Le case avevano per lo più tre camere e talvolta un portico o un vestibolo verso la strada, dalla quale erano separate da un cortile con pozzi per l’acqua piovana. Ogni casa aveva un focolare con (probabile) camino. Sono stati trovati gli strumenti e i vasi di uso comune.

     Molti di questi reperti sono visibili nel Museo etrusco che ha sede nella rocca Albornoz di Viterbo.

*     *     *

     Gli scavi furono eseguiti nel periodo 1966-1975 e nell’anno 1978 per iniziativa e spese dell’allora re di Svezia, Gustavo VI Adolfo, il quale re era anche detto ‘il re archeologo’ per la sua passione che lo aveva portato ad eseguire scavi in tutto il mondo.

     Infatti re Gustavo Adolfo, quando venne a conoscenza che durante alcuni lavori di aratura erano stati ritrovati reperti etruschi nella citata località Acquarossa,  fu preso da entusiasmo, intuì l’importanza di quel casuale ritrovamento, creò l’Istituto svedese di studi classici di Roma, lo finanziò e lo incaricò dei lavori di scavo. Lavori che il re seguì anche personalmente: girava a piedi nel cantiere, parlava con i tecnici e con gli operai, dava suggerimenti, esaminava e puliva materialmente i reperti che venivano alla luce.

     Il re Gustavo Adolfo era una persona poco formale, disponibile, democratica nel senso migliore e nobile di questo termine. Alcuni vecchi viterbesi ricordano di averlo incontrato e avergli stretto la mano. Non hanno potuto parlargli perché non capiva l’italiano parlato, ma conosceva solo un po’ di italiano scritto.

     Si narrano parecchi aneddoti su questo re così poco regale. Eccone uno: invitato ad una cena in onore dell’équipe che eseguiva gli scavi, re Gustavo Adolfo entrò in sala da pranzo e si accorse che c’erano alcuni archeologi, ma nessun operaio. Esclamò: “Se non ci sono i miei operai, non partecipo neppure io”.

     Ho conoscenza personale di un gustoso episodio che prova questo atteggiamento così singolare del re Gustavo Adolfo. Mi fa piacere raccontarlo.

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     Uscendo da Viterbo per andare all’Acquarossa si percorre via Francesco Baracca.  Al n° 51 di questa via c’era al tempo degli scavi di cui parliamo (e c’è ancora) una tabaccheria dove spesso si fermava un signore distinto, sempre vestito di grigio, che parlava con accento straniero. 

     Proprietaria della tabaccheria era a quel tempo Angela P. conosciuta come “la sora ‘Ngilina”, la quale incuriosita chiese a quel signore il motivo di quei frequenti passaggi. Il signore le disse di essere un collaboratore del re di Svezia e che per incarico del re si fermava a comprare cartoline, francobolli e sigarette.

      Angela replicò che non aveva mai visto un re dal vivo; aveva visto, ma solo al cinema e in fotografia, l’ex re d’Italia Vittorio Emanuele III. Il signore sorrise e le promise che in occasione di una prossima venuta del re di Svezia glielo avrebbe fatto conoscere.

     Passarono parecchi giorni e Angela aveva già dimenticato la promessa quando, una mattina, entrò in negozio il signore in grigio accompagnato da un uomo alto, più anziano, con capelli bianchi che conservavano le tracce dell’antico biondo.

     “Ecco: Sua Maestà Gustavo Adolfo, re di Svezia” disse cerimoniosamente il signore in grigio.

     Il re sorrise e porse la mano che Angela strinse a lungo. Era indecisa se baciare quella mano, come aveva visto fare al cinema, ma il re aveva intuito l’intenzione e la ritrasse. 

     I viterbesi in genere hanno sempre dato poca importanza ai potenti, come dimostra la storia del conclave, e Angela, da buona viterbese, non si intimidì. Si rivolse quindi al signore in grigio e gli disse: “Ho grande piacere di conoscere il re, ma io me lo aspettavo “più di figura”, non dico con la corona, ma almeno con la divisa e un po’ di medaglie”.

     Il signore in grigio tradusse le parole di Angela al re, il quale scoppiò in una risata, una di quelle risate sincere che fanno bene al cuore.

Agostino Giovanni Pasquali

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