

Francesco Mattioli, sociologo
Una replica ad Andrea Stefano Marini Balestra la sento necessaria.
Apparentemente, il suo sfogo è comprensibile e per certi versi condivisibile. Stiamo passando un periodo minaccioso, confuso, imprevisto se non imprevedibile, a cui nessuno di noi era abituato.
Ma quel che scrive sulle Follie d’Italia al tempo del Covid-19 appare profondamente inesatto e fuorviante.
Sono almeno tre i punti deboli, direi colpevolmente sbagliati, delle sue argomentazioni.
Il primo. Scrive Andrea: “aver surrettiziamente indicato come probabile diffusione del virus normali comportamenti sociali, indicando qua e là, senza supporto statistico certo, figuriamoci scientifico, appare demenziale”.
In realtà, la diffusione di un virus che aggredisce le vie aeree parte da comportamenti sociali legati alla vicinanza relazionale; è un dato scientifico, supportato dalla sperimentazione e quindi (anche) dalla statistica.
Ogni altra valutazione puzza di negazionismo, che – questo sì – è un comportamento dettato dall’ignoranza e, ahimé, appare colpevolmente demenziale. Quindi il distanziamento sociale è una regola necessaria, ovvia, già applicata negli ultimi duemila anni in caso di pestilenze e pandemie di varia evocazione storica.
Scrive ancora Andrea: “Famiglie che non si possono incontrare, genitori che non possono vedere i propri figli ancorché residenti in comuni limitrofi, nonni che non possono stare con in nipoti, compagni di scuola confinati nelle loro residenze, lavoratori in telelavoro non in grado di condividere il lavoro con il collega e via dicendo. Tutto ciò è un danno irreparabile”.
Questo, lo chiamo “tipico piagnisteo italiano”; la capacità di ripresa dell’individuo è ampia (glielo garantisco sociologicamente) e quindi, di fronte ad una grave emergenza, è necessario l’adattamento, anche perché, come recita il noto adagio, il medico pietoso fa la piaga purulenta.
Vorrei ricordare che i bambini viterbesi che nel ‘44 fuggivano sotto le bombe ricoverandosi tra i topi dei rifugi hanno subito traumi psicologici che hanno saputo bellamente superare; sono certo che accadrà anche oggi ai nostri pupilli, in tempi di dad. D’altronde, si ricordi l’amico Andrea che l’unico danno irreparabile del Covid-19 è la morte, per la quale l’Italia è tristemente terza nel mondo.
Il secondo punto. Scrive Andrea: “tutto questo perché chi doveva organizzare l’eventuale ripresa del Covid in autunno, invece che baloccarsi tutta l’estate in campagna elettorale, non ha predisposto un piano di sicurezza.”
E ancora: “In un momento di difficoltà nazionale quale quello attuale, soltanto con una attenta moral suasion era possibile conservare l’unità sociale del popolo italiano”.
A parte che queste considerazioni, di fronte ad una pandemia globale che gli stati tentano di arginare con provvedimenti anche più rigidi dei nostri, sanno un pochino del noto “Piove governo ladro”… , va detto che in estate un piano di sicurezza nazionale, basato sulla moral suasion, c’era. Mascherine, distanziamento, igiene personale, comportamenti responsabili… il risultato? Briatore che apre le discoteche, Montesano che inneggia alla libertà di gestire sé stessi, le opposizioni – loro sì in cerca di facili consensi elettorali - che ripetono il mantra “Se c’eravamo noi al governo…” e i responsabili cittadini italiani pronti ad autogestirsi andando in vacanza dove furoreggiava il virus…
E poi: risulta all’amico Andrea che i parcheggi in doppia fila, i furbetti del cartellino, gli evasori fiscali si convincano con la moral suasion? E il cretino (non mi viene altro termine) che nonostante tutto si sente libero solo se gira senza mascherina?
Il terzo punto. Scrive Andrea: “Sono spuntati delatori alle autorità dei comportamenti vietati da qualche DPCM”.
Eh, già.
C’è una abissale diversità culturale tra gli anglosassoni e gli italiani.
Gli anglosassoni praticano il neighborhoog watching, la sorveglianza di vicinato, che garantisce il rispetto delle leggi e dell’ordine pubblico ed è un supporto civile alla protezione degli interessi della collettività svolta dalle istituzioni.
Gli italiani considerano la civile sorveglianza come un farsi spioni e praticano allegramente l’omertà. Non è che siamo inferiori, beninteso, magari poi siamo più generosi e solidali degli inglesi; è che siamo storicamente sfortunati: mentre in Inghilterra la democrazia e il senso civico sono arrivati da mezzo millennio, in Italia fino a ieri il cittadino era un suddito vessato dai potenti e doveva barcamenarsi sottraendosi a leggi inique.
Ci è rimasta questa sensazione, che denunciare un comportamento illegale, ingiusto, dannoso per la comunità sia un modo di resistere alla tirannia, invece che partecipare attivamente al funzionamento del consorzio civile.
Eppure farsi delatore è ben diverso dal comportarsi civilmente; se denuncio un mafioso, rischiando anche la pelle, sono un delatore o faccio il mio dovere?
Se denuncio un comportamento pericoloso per la collettività in tempi di pandemia, sono un delatore o un cittadino responsabile?
Immagino che l’escursionista che si è trovato trenta allegri giovanotti assembrati e senza mascherina sulla cima della Palanzana si sia sentito personalmente minacciato, o ferito da questo irresponsabile comportamento che può portare a conseguenze più generali: uno di quei ragazzi si infetta dall’amico asintomatico e poi va a trovare l’ignaro nonno…
Immagino che la signora bisognosa di cure termali avrebbe potuto recarsi in uno stabilimento convenzionato, oppure brandire una ricetta del medico ai solerti vigili. E’ che noi abbiamo uno strano rapporto con la disciplina e con la libertà: o pecoroni dietro il duce del momento, o irresponsabili anarchici individualisti i cui problemi sono sempre eccezioni alla regola.
Per fortuna, la comunicazione globale, che ci avvicina anche alla civiltà altrui, ci sta facendo benissimo e cresce il numero della gente responsabile; senza contare coloro che lavorano negli ospedali, testa bassa e pedalare, altro che lamentarsi per non poter abbracciare il caro amico, con il rischio di farne un caro estinto.






















