Ettore Petrolini in Gastone (1935)
Vincenzo Ceniti Console Touring
NON CHIAMATELO GORGONIO
Oggi non si usa più, ma in passato a molti neonati di Civitella d’Agliano veniva imposto il nome di Gorgonio, come il santo patrono del paese.
Il nome, a dir poco inconsueto, lo era anche per gli abitanti del posto quando nella seconda metà del XVI secolo dovettero cambiare protettore poiché quello in carica, San Callisto, non rispondeva più alle loro preghiere. Non faceva cioè piovere nei mesi giusti e non concedeva giornate di sole quando ce n’era bisogno.
Decisero di affidarsi democraticamente all’estrazione di un santo fra una rosa di papabili inseriti nel bussolo. Venne fuori il nome di Gorgonio che, dopo un primo e comprensibile smarrimento, presero a volergli bene. E il santo non mancò di ripagare tanta fiducia, mandando ai campi acqua o cieli sereni a seconda delle necessità, assicurando la pace, debellando la peste, liberando dalla fame, proteggendo dalla grandine. Da buon martire, per aver professato la fede in Cristo fu arso vivo nel III sec. d.C. Nel giorno del suo dies natalis, 9 settembre, a Civitella d’Agliano si fa festa: messa, processione, libagioni e manifestazioni popolari. Non è escluso che il suo nome possa ritornare di moda.
ETTORE PETROLINI
Figlio di un fabbro immigrato dalla Toscana ed operaio nelle ferriere di Ronciglione, Ettore Petrolini (nato a Roma nel 1884) fu un comico attore-autore dotato di straordinario estro scenico. Non ancora ventenne, nel 1903 lasciò la famiglia per affrontare la difficile carriera del chansonnier e macchiettista nei caffè-concerto, passando dalle sale di second’ordine degli inizi, ai teatri eleganti degli anni successivi.
Creò personaggi immortali e scrisse anche canzoni di successo come “Tanto pe’ cantà” (1932) che è stata poi ripresa in tempi recenti. A Ronciglione da ragazzo si divertiva a fare le gags agli operai delle ferriere.
Nel paese dei Cimini il ricordo è ancora vivo, tanto che gli viene intitolato un Premio destinato ad un esponente nel mondo del teatro. A lui è intitolato anche il piccolo teatro del posto.
Morì nel 1936 a Roma, a circa cinquant’anni. Si racconta che in punto di morte vedendo entrare nella sua camera il sacerdote con l’olio santo per l’estrema unzione abbia detto “Mo’ sì che so’ fritto…!”. Se lo conosciamo e lo apprezziamo, lo dobbiamo anche a Gigi Proietti, recentemente scomparso, che ne fu un inarrivabile “cultore”. .
PONTE MORANDI ANCHE NELLA TUSCIA
Riccardo Morandi il ben noto ingegnere cui è legato il ponte di Genova è stato il progettista nel 1954 del ponte sul Renale lungo la strada Barbarano Romano-Monteromano. L’opera venne sostenuta da un finanziamento della Cassa Centro Nord per le zone depresse. In pratica la nuova infrastruttura e la strada misero in collegamento la Cassia con l’Aurelia.
Il ponte ha una lunghezza di 75 metri, 36 di altezza, 40 metri di luce e 10 metri di larghezza. E’ costato 35 milioni di lire. Morandi (1902-1989) di origine calabrese, si laureò alla Sapienza di Roma in ingegneria nel 1928 all’età di 23 anni. Oltre a quello di Genova, fu progettista, tra gli altri, del gigantesco ponte di Maracaibo lungo oltre 8 km, del Vespucci di Firenze e del Paul Sauer Bridge di Città del Capo uno dei più alti del continente africano.
L’OMBRELLAIO
Oggi appena piove sbucano fuori dal nulla i vucumprà con ombrelli usa e getta. Negli anni Quaranta-Cinquanta del secolo scorso con la pioggia in arrivo appariva invece l’ombrellaio. Portava a tracolla una cassettina di legno nella quale erano racchiusi tutti gli attrezzi del mestiere e i ricambi necessari: il trapano, qualche bacchetta, alcuni manici d‘osso finto, filo, colla, grappette di ferro, un po’ di stoffa (rigorosamente nera, impensabili gli ombrelli a colori). Per farsi sentire strillava “Ombrellaio donne. Piatti, ombrelli, concoline, ziri e schifetti da accomodar”.
Le donne s’affacciavano sull’uscio di casa a contrattare le riparazioni di un ombrello, di un bacile, o di una brocca per l’acqua. Ne ricordo uno che percorreva lentamente viale IV Novembre ai Cappuccini dove abitavo. Era basso, malfatto, ironico, baffetti mal cresciuti, uno stuzzicadenti tra le labbra e una spiccata cadenza napoletana con la quale riusciva a convincere le clienti che alla fine pagavano la riparazione forse più di un articolo nuovo.
Noi ragazzi eravamo attratti dal trapano a trottola adoperato per fare i fori tra i due pezzi rotti o lesionati di piatti bacili e brocche di coccio necessari ad apporre la grappetta di ferro. Alcune stoviglie mostravano vecchie cicatrici che testimoniavano precedenti e salutari interventi. Con la stessa tecnica provvedeva alla riparazione dello schifetto, una tavola rettangolare di castagno con bordi rialzati e convessi che le donne usavano per separare i cereali e i legumi dalla pula e le mosciarelle dalla buccia. Lo schifetto consunto dal tempo andava soggetto a spaccature e non si poteva buttare. Con la grappetta no problem.
SALSA MARTANA
Sconosciuta, malgrado il riferimento più che eloquente al paese di Marta sul lago di Bolsena. Se riusciamo a prepararla lo dobbiamo alle ricerche fatte negli anni passati dal gastronomo Italo Arieti. Fare un tritato con le foglie di un rametto di rosmarino, uno spicchio d’aglio, un ciuffetto di foglie di prezzemolo, un pezzo di peperoncino piccante, 5-6 pinoli, un cucchiaio di olive verdi in salamoia snocciolate, 5-6 acciughe dissalate e un cucchiaio di capperi.
Mettere il tutto a soffriggere in un tegamino con abbondante olio di oliva e, dopo qualche minuto, aggiungere un bicchiere di aceto, misto ad un poco di vino rosso e qualche cucchiaio di salsa concentrata di pomodoro con un cucchiaio di zucchero; lasciate insaporire per qualche minuto. La salsa Martana è ideale sul pesce lessato, preferibilmente il coregone.






















