Viterbo CRONACA Pregava perché il suo uomo tornasse dalla guerra sano e salvo
di Agostino Giovanni Pasquali

1944. Viterbo, Piazza della Rocca bombardata (Archivio Mauro Galeotti)

   Gentile Direttore, gradirei dare un mio piccolo contributo per la celebrazione della festa di Santa Rosa raccontando la storia affascinante di un miracolo.

    Oggi sembra che i miracoli non avvengano più, o che siano rari e spesso dubbi, oppure che avvengano in zone lontane del terzo mondo. Forse il progresso scientifico e tecnologico li ha resi superflui. Io però conosco un miracolo di Santa Rosa che mi è stato raccontato dal mio amico Pino.   

    Ecco il suo racconto, trascritto quasi in diretta.

    *     *     *

     Era l’anno 1942.

     Enrico F. e la moglie Rosetta vivevano tranquilli in Viterbo; erano sarti artigiani e il lavoro non mancava soprattutto per riparare, aggiornare e adattare i vestiti vecchi che le ristrettezze della guerra mantenevano preziosi. Avevano un solo cruccio: non avere figli.

     Non erano stati efficaci né i consigli del medico né le preparazioni magiche della fattucchiera (a quel tempo si credeva nella magia, ma forse molti ci credono ancora oggi). Nemmeno le novene che Rosetta faceva devotamente a Santa Rosa, la sua Santa, avevano effetto.

     Quel brutto anno 1942, brutto perché con il passare dei mesi si capì che la guerra stava andando male e portava solo lutti e privazioni, quel 1942  portò ad Enrico il richiamo alle armi.

     Rosetta ed Enrico passarono la sera prima della partenza alternando momenti di pianto, carezze e  raccomandazioni. Fu come vivere l’ultimo giorno insieme, consapevoli che forse non si sarebbero più rivisti.

     Il giorno dopo Enrico partì per la Russia assegnato all’ARMIR e di lui non si seppe più nulla.

     Rosetta continuò le sue novene a Santa Rosa, pregandola ora non più per il figlio, ma per lo sposo affinché ritornasse sano e salvo. Lavorava e pregava. Pregava in casa, davanti ad un altarino familiare con i “santini” di Gesù, la Madonna e santa Rosa,  e chiedeva a Dio e ai santi che proteggessero il suo  Enrico. Pregava e curava amorevolmente un lumino ad olio che non faceva spegnere mai.

    Venne l’anno 1943 e fu un anno ancora più triste e disagiato del precedente.

    Da luglio cominciarono i bombardamenti su Viterbo. Quando la sirena dava l’allarme Rosetta correva nel “rifugio” e, quando l’allarme cessava e tornava a casa, ringraziava i suoi protettori familiari, quelli dell’altarino, per aver trovato tutto intatto. Sarà stata la potenza della preghiera, ma le bombe caddero nelle case vicine e risparmiarono la sua casa. Il lumino continuava ad ardere.

     Passarono parecchi difficili mesi, ma nella primavera dell’anno 1945 finì la guerra e cominciò il ritorno a casa dei militari fatti prigionieri dagli alleati, poi quelli prigionieri dei tedeschi e liberati dagli alleati, tornò anche qualche prigioniero dei russi, ma Enrico no.

     Rosetta all’inizio non si rassegnò alle brutte notizie che arrivavano sui dispersi in Russia, continuava le sue novene e aspettava. Un anno, due … cinque.  Dopo cinque anni Rosetta non ci sperava più e le sue preghiere erano dedicate ora all’anima di Enrico, ché almeno riposasse in pace accanto ai suoi santi.

     Ma il miracolo avvenne.

     Nel 1953 Enrico ritornò a casa. Era invecchiato, malandato in salute, ma vivo.

     Enrico raccontò le sofferenze, i disagi, i pericoli subiti in guerra, e quelli ancora peggiori durante i lunghi anni della prigionia.  Aveva visto compagni morire per le ferite, per il freddo, e anche perché si lasciavano morire, lentamente, volontariamente, per la disperazione. Ma lui aveva resistito perché voleva sopravvivere per ritornare da Rosetta. Il ricordo dell’amore di Rosetta era stato un’ottima medicina  insieme alle preghiere che devotamente faceva a santa Rosa con la speranza di ottenere il miracolo del ritorno. E il miracolo era avvenuto.

     Pino interrompe un attimo il suo raccontare per farmi una considerazione. Mi dice:

“Vedi?Quelli che io racconto sono altri tempi, tempi di fede semplice e ingenua. Oggi io non credo che la preghiera sia una specie di biglietto o di bancomat per ottenere miracoli. E credo che nemmeno Rosetta ed Enrico avessero proprio una tale convinzione. I miracoli sono rari e, se avvengono, seguono vie imperscrutabili e scelte divine per noi inconoscibili. Però l’esperienza di Enrico, sopravvissuto per tanti anni in condizioni di estremo disagio, mi conferma che la fede e la preghiera danno una forza incredibile per mantenere un equilibrio mentale che aiuta a superare i peggiori momenti della vita”.   

     Per Enrico, se miracolo fu, fu anche doppio perché, ritornato a casa, trovò un figlio di dieci anni, Giuseppe, detto Pino. Proprio il Pino che mi racconta questa storia, che è la sua storia.

     Rosetta spiegò ad Enrico che il bimbo era nato nove mesi dopo la sua partenza per la Russia, che glielo aveva scritto e aveva mandato anche le fotografie, ma le lettere non erano arrivate a lui. Enrico ne fu felicissimo, non gli pareva vero … non gli pareva possibile.

     E infatti, poco dopo, qualche dubbio gli venne.

     Cominciò a guardarsi attorno per individuare tra parenti e vicini di casa possibili somiglianze con il bambino. Analizzò i comportamenti della moglie per controllare eventuali anomale simpatie. Confessò i suoi sospetti al vecchio parroco, che conosceva da quando era un ragazzo e gli serviva la santa Messa.

     Però non trovò somiglianze sospette.  Rosetta era affettuosa e gentile anche più di prima della guerra. Il parroco seppe tranquillizzarlo confermandogli il comportamento irreprensibile di Rosetta.

Ma fu soprattutto Pino, il bambino, a dargli serenità. Pino, passate le prime settimane di comprensibile riservatezza, si dimostrò affettuoso, si fece voler bene e i dubbi furono dimenticati.

     Osservo Pino che, commosso quanto me, ha appena finito di raccontare. E’ un signore ormai anziano, dai modi simpatici  e cordiali; è un amico che, quando racconta, sa affascinare gli ascoltatori. E’ un tale affabulatore che è difficile distinguere nel suo racconto la verità dall’invenzione. Però mi  assicura che questa sua storia è sostanzialmente vera e mi  autorizza a scriverla, cambiando i nomi.

     Conclude dicendo che Enrico e Rosetta ovviamente non ci sono più, godono ora della  pace dei giusti e mi fa vedere la loro fotografia che sta nell’altarino di mamma Rosetta, altarino che lui ha gelosamente conservato.

     Pino ha un carissimo ricordo dei genitori e dice che sono stati veramente miracolati due volte.     

     Dice Pino:“Come ti ho chiarito, io ai miracoli ci credo, sia pure con molte riserve. Ma, se tu non  credi a questo miracolo di Santa Rosa, pensa  pure che è stato un miracolo di…santa…Rosetta.

     Però che io esisto, questo per me è comunque un vero autentico miracolo!”

Agostino Giovanni Pasquali

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