Caterina Pisu

Pubblico qui il testo che il Prof. Marco Bonino, uno dei più illustri studiosi di archeologia e architettura navale, ha scritto in questo momento di difficoltà del Museo della Navigazione nelle Acque Interne, ad improvviso ed inaspettato rischio di smantellamento.  

"I musei possono morire" (Silvana M. Lovay)

Dieci anni fa l’apertura del Museo della Navigazione sulle Acque Interne di Capodimonte fu salutata come evento di straordinaria importanza in quanto, com’era nelle previsioni, in questi anni ha assunto una sempre maggiore importanza, con una progettualità che l’ha portato ad un livello molto alto.

L’importanza è data dal fatto che questo museo è unico nel suo genere in Italia e con tutta probabilità il solo in grado di diventare punto di riferimento per la ricerca sulle imbarcazioni, le civiltà materiali delle acque in Italia, l’archeologia navale collegata e diretta (come le monòssili ritrovate nel lago e le imbarcazioni tradizionali restaurate o ricostruite). Infatti altre realtà museali sulle civiltà materiali delle acque e delle imbarcazioni sparse in tutta Italia  non sono in grado di svolgere la necessaria funzione di centri di ricerca che esca dai limiti locali.

 I musei come quelli di: Carmagnola (TO), Monticelli d’Ongina (PC), Pianello del Lario (CO), Milano (Museo della Scienza e della Tecnologia), Battaglia Terme (PD), Venezia (Museo Storico Navale e Museo di Storia Naturale), Revere (MN), S. Benedetto Po (MN), Boretto (RE), Comacchio (FE), S. Feliciano (PG), Passignano sul Trasimeno (PG), Anguillara Sabazia (RM),  sono nati da iniziative preziose, che hanno scongiurato la dispersione e l’oblio delle locali civiltà  materiali delle acque interne.

Alcuni di essi hanno prodotto in passato anche una certa attività editoriale, molti altri versano in condizioni di pura sopravvivenza L’Atlante Linguistico dei Laghi Italiani (ALLI) presso l’Università di Perugia ha prodotto, dal 1982 al 2013, studi importanti a livello nazionale ed ha attivato i Musei di S. Feliciano e di Passignano sul Trasimeno rispettivamente della Pesca e delle Barche, che comunque sono rimasti a livello locale ed ancora molto resta da fare per continuare la ricerca e coordinarla con l’archeologia e la storia navale più ampie. Il termine Atlante (tratto dall’esperienza etnolinguistica) sottintende un metodo ed un programma di ricerca  che è ancora in corso di definizione e di completamento.

 Per le acque marittime la situazione non è molto diversa, a parte alcune realtà che hanno intrapreso subito la strada del coordinamento mediterraneo e del collegamento con l’archeologia navale, superando il concetto di raccolta fine a se stessa.

   Queste realtà, pur con i loro limiti locali,  sono state fondamentali, nei decenni passati nella necessaria corsa contro il tempo per recuperare gli ultimi esemplari di imbarcazioni, restaurarli, ricostruirli anche solo attraverso modelli, raccogliere documenti, foto, modelli, filmati e l’esperienza data dalla viva voce di chi era attore di tali civiltà.

Infatti le  civiltà materiali delle acque, che sono state il capolinea dell’evoluzione tecnologica, che viene studiata dall’archeologia navale, stavano rapidamente  scomparendo e questa è la differenza sostanziale tra questi musei delle civiltà materiali e quelli archeologici.  Ma per la continuazione e l’approfondimento della ricerca occorre superare il localismo e guardare al tema delle civiltà materiali delle acque interne con una visione più ampia, non limitata all’ambito locale e nemmeno ristretta entro limiti prefissati di tempo (Medioevo, Antichità, ecc.).

Per questo occorre una ricerca multidisciplinare che conosciamo in realtà estere, ma che in Italia ancora fa fatica ad imporsi. All’estero infatti, soprattutto in aree anglo sassoni, scandinave, ed in Francia, l’archeologia navale, con il concorso della storia e della storia dell’economia, ha fatto grandi  passi e segnato vere e proprie linee guida, a partire dagli anni ‘60, quando si è scoperta la tecnica costruttiva antica.

Musei come quelli di Conflans St. Honorine in Francia, di Nyon in Svizzera e Spitz an der Donau in Austria, per non parlare di Roskilde in Danimarca, sono punti di riferimento importanti per l’archeologia e le tradizioni delle acque interne, che confermano la forza della  tradizione culturale d’oltralpe ed hanno un notevole riscontro di ricerca e di editoria. Si deve notare però che le “scuole” d’oltralpe, pur con i loro notevoli meriti, hanno sempre considerato le manifestazioni mediterranee, ed italiane in particolare, con una certa sufficienza e qualche preconcetto e quindi è necessaria una comunicazione alla pari.

Comunicazione, collaborazione e coordinamento, che possono essere assicurati da una sede adeguata, che sia un punto di riferimento credibile per la continuazione e l’approfondimento delle ricerche nel campo delle acque interne. Tale sede, nel quadro italiano ricordato, è ora il Museo della Navigazione sulle Acque Interne di  Capodimonte, come si è configurato e sviluppato soprattutto dal 2016 e descritto in un articolo di “Archeo” dell’anno scorso, grazie alla Direzione della Dott. Pisu. È una realtà unica in Italia, come accennato, che non si limita alla realtà del solo Lago di Bolsena, ma è proiettata verso tutte le tradizioni italiane.

La sua funzione è indispensabile, con i suoi compiti di raccolta, conservazione, restauro, studio e divulgazione, anche per attirare la collaborazione ed i lasciti da parte degli studiosi, che diversamente non avrebbero punti di riferimento adeguati.

La ventilata riduzione, se non addirittura eliminazione, degli spazi espositivi segnerebbe una forte riduzione, se non la fine della funzione e della missione del Museo, che è indispensabile nella nostra politica culturale, privando l’Italia di un riferimento per l’archeologia, la storia e l’etnografia navale delle acque interne e costringendo gli studiosi a riferirsi ad organismi esteri, data l’assenza di altri punti di riferimento.

Marco Bonino

Bologna, 26 Giugno 2020

 

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