
Giuseppe Bracchi – Giornalista pubblicista – Avvocato TERU Umbria
La montagna ha partorito il classico topolino.
I tanto decantati ed altisonanti stati generali hanno chiuso i lavori sotto il tutoraggio del club di Bilderberg, alias Unione Europea, rinviando tutto a settembre e senza nulla decidere.
L’Italia annaspa, piccole e medie imprese rischiano la chiusura collettiva per mancanza di liquidi, la cassa integrazione non arriva, il potere d’acquisto delle famiglie cala vistosamente, servizi e terziario, con le assurde nuove norme anti Covid, restano solo alle prese con fatture e bollette da pagare.
Il resto è noia. Almeno fino a settembre, quando non saranno pochi i lavoratori che facendo ritorno dalle vacanze troveranno ad attenderli lettere di licenziamento a valanga, che metteranno a repentaglio la sicurezza economica di tante famiglie ed innalzerà così il rischio della conflittualità sociale oltre il livello di guardia. Altre che moratoria e sospensioni.
Il divario fra istituzioni e paese reale si fa sempre più abissale, i giorni trascorrono sempre uguali a se stessi in una società che ormai vive in una sorta di sdoppiamento coscienziale, molto simile alla schizofrenia: i sensi e la ragione dicono una cosa, ma il regime di Giuseppi e suoi sodali, non esclusa la maggior parte dei mass media asserviti alla ragione di stato, ne dicono un’altra, completamente diversa.
La cosiddetta Unione Europea è tutto fuorché unita. Anzi la pandemia ha fatto cadere gli ultimi paludamenti del re lasciandolo nudo. Da un lato c’è il Nord Europa, protestante, ricco, egoista e “virtuoso”, baciato dalla grazia divina, dall’altro lato c’è quella del sud, spendacciona, godereccia e senza freni, predestinata all’inferno. Insomma una parabola del figliol prodigo in salsa manichea. Sono gli effetti di una pandemia spirituale che ha origini antiche e che ha reso culturalmente sterile questa espressione geografica chiamata Europa, senza identità, senza valori, dimentica delle sue radici cristiane e, dunque, lontana anni luce dalle intenzioni nobili dei padri fondatori.
Dove vige la dittatura dell’Euro, checché ne dica Giuseppi, nessun atto d’amore è possibile. C’è solo spazio per le formule e per gli algoritmi, la ferrea legge della razionalità aziendale. Occorre lasciarsi trasformare in un’azienda sempre più tecnologica ed efficiente, anche al costo di ridurre alcuni diritti individuali e collettivi, ovvero, come ha scritto di recente in un suo intervento l’esimio avvocato Marco Della Luna “l’azienda è lo strumento di profitto e di potere di chi comanda, non di chi lavora, e che il massimo di efficienza di un’azienda coincide col massimo di capacità e di controllo e sfruttamento del padrone sui suoi dipendenti, e con l’impossibilità per questi di opporgli resistenza e di pensare con la propria testa”.
Da questo cerchio magico non è esclusa neppure la politica, il cui primato e la cui funzione, almeno in Italia (in Germania è tutta un’altra musica!) sono scaduti a livello di passacarte dei banchieri e della finanza internazionale, anziché di rappresentanti diretti e di tutori dei diritti e degli interessi della sovranità popolare, ovvero degli italiani, perché in una vera democrazia i governanti hanno il dovere sacrosanto di ascoltare il popolo ogni qual volta lo chieda e non solo quando la ragion di stato diventa un imperativo categorico. Ma tant’è.
Galeotto fu Monti, quando colto da sacro furore contro ogni forma di democrazia, questo oscuro e grigio funzionario di Bruxelles, nonché membro di quell’associazione segreta che è il club di Bilderberg, l’unico che governa i destini dell’Italia, ebbe a dire: “I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti di sovranità a un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile conclamata”.
Questo è il sugo manzoniano di tutta la storia: l’arma del ricatto. Termini anglofoni come Ricovery Fund sono soltanto dei supercazzula bond, che dicono tutto e non dicono nulla. Anzi, probabilmente nella originale versione inglese, dicono tutto il contrario di quanto si vorrebbe far apparire sulle prime, ovvero un atto di donazione del signorotto feudale ai suoi sudditi fedeli. Così che alla fine agli italiani sarà servito quell’aperitivo (punt e) MES, che molto più intelligentemente Spagna, Portogallo e Grecia, non se la sono sentita di accettare, offrire e servire ai rispettivi popoli. Insomma l’Italia entrerà nel negozio dell’usuraio, prenderà il suo prestito e in cambio come garanzia di restituzione, ci verrà dato il classico cetriolo europeo, vale a dire quelle riforme strutturali in agenda che altro non significano che tasse, tasse e ancora tasse, tagli alla spesa pubblica, ai salari ed alle pensioni.
A cosa è servita allora la riunione di questi sedicenti stati generali? A nulla. Si è trattato semplicemente di una mossa “strategica” della politica politicante, finalizzata a prolungare l’agonia di un governicchio sotto tutela della Unione europea. Prima di tutto evitate quelle elezioni politiche anticipate che vedrebbero la sparizione dei Cinquestelle e del PD ed il trionfo del centro destra. In secondo luogo arrivare al semestre bianco, dove per l’appunto ogni ipotesi di elezioni svanirebbe, dovendosi eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, un capo di stato ovviamente che, come quello attuale, sia gradito ai poteri forti, senza che si renda garante di quelle funzioni che invece la Costituzione gli affiderebbe, prime fra tutte il rispetto della Costituzione e l’unità nazionale.
Insomma, cari italiani, cari lettori, arrivederci a settembre. Chi vuol esser lieto sia, del domani non v’è certezza.






















