Giuseppe Bracchi Giornalista pubblicista – Avvocato TERU Umbria
 
Non si placa la repressione dei cristiani nella Cina di Xi jinping.
 
Per uniformare la società al socialismo con caratteristiche cinesi e silenziare così ogni forma di protesta, si fa sempre più duro il giro di vite del regime comunista nei confronti delle religioni e di quella cristiana in particolare.
Spazio soltanto ai culti asserviti al regime, al credo autorizzati, tanto per intenderci, schedati ed autorizzati dalle autorità centrali.
 
Chi agisce ricorrendo alle Chiese domestiche dissidenti viene vessato e fortemente limitato.
Riguardo alle persecuzioni, l’agenzia di stampa cattolica Asia News ci informa di episodi di repressioni accaduti nella Diocesi di Fengxiang, nello Shaanxi.
 
Una nuova chiesa, ancora in costruzione, è stata abbattuta a Qianyang nell’aprile scorso nonostante alcuni fedeli abbiano cercato di proteggerla. Perché questo accanimento?
 
Il motivo è semplice. Le autorità vogliono che luoghi, persone, sacerdoti e vescovi appartengano all’Associazione patriottica fondata nel 1957. La diocesi di Fengxiang non è iscritta all’Associazione e, quindi secondo le norme repressive stabilite dal regime comunista cinese opererebbe in clandestinità.

Ma c’è di più e di peggio. Il governo centrale di Pechino ha recentemente varato un nuovo giro di vite nei confronti della Chiesa cosiddetta clandestina, offrendo ricompense a chiunque faccia la spia e riveli i luoghi in cui sono soliti riunirsi i cristiani. La ricompensa per gli “spifferatori” varia tra i 100 ed i 1000 renmimbi, pressappoco 13-132 euro. Ricompensa che può aumentare quantitativamente, se nella loro denuncia gli spioni proveranno che le associazioni cristiane non autorizzate avrebbero legami con l’estero (leggi: Vaticano).

A poco, dunque, è servito l’accordo segreto stilato lo scorso settembre tra Pechino e la Santa Sede. Anzi è stato interpretato dal Governo cinese come un segnale di riconoscimento della Chiesa patriottica e delegittimazione per i fedeli clandestini. E tutto questo nonostante le palesi e reiterate denunce del card. Zen, che aveva presentato l’accordo come iniquo, mettendo in guardia i suoi fautori, primi fra tutti Bergoglio, dallo stringere accordi con un regime che non ha affatto a cuore la libertà di religione e di coscienza dei suoi sudditi, ma ha soltanto lo scopo di estendere il suo controllo su tutti gli aspetti della vita religiosa, culturale e sociale dei cittadini.

Naturalmente non una parola di condanna sui fatti accaduti nella diocesi di Fengxiang è giunta da oltretevere. E questo è un fatto assai grave, ancorché scontato. Bergoglio non ha fatto mai mistero delle sue simpatie verso il regime comunista di Pechino, così come non ne hanno fatto mistero alcuni più meno oscuri prelati del suo entourage, primo fra tutti il car
d. Marcelo Sánchez Sorondo.  E tutto questo in virtù di una nuova Ostpolitk vaticana, la stessa vigente ai tempi di Giovanni XXIII e di Paolo VI, attraverso l’opera “diplomatica” di mons. Agostino Casaroli, tendente ad eliminare e smussare ogni possibile contrasto ed ogni possibile condanna dei regimi comunisti, sovietico e di oltre cortina, di fronte alla persecuzione dei cattolici e delle altre religioni da parte di una ideologia intrinsecamente perversa.
 
Primati come quello polacco Wyszynski o come quello ungherese Mindszenty, non essendo mai scesi a compromesso con i rispettivi regimi, erano personaggi scomodi per la visione ultramodernista dell’allora Chiesa cattolica, nascente da un malinteso nuovo spirito conciliare, tutto teso ad affermare un pernicioso buonismo, lo stesso che oggi impera nella chiesa bergogliana: la misericordia senza giustizia e senza verità.

Il massimo esponente italiano del modernismo, Ernesto Buonaiuti (Roma 1881, ivi 1946), padre e profeta dell’attuale catto comunismo non avrebbe potuto chiedere di meglio ai suoi figli e seguaci, di ieri e di oggi. Non credeva nella divinità di Cristo, né credeva in un Dio personale e trascendente, ma semmai in un “dio” che è tutt’uno con il mondo e col progresso.
 
Per rendersene conto, basterebbe rileggere il famoso Programma dei Modernisti, elaborato dal Buonaiuti subito dopo l’Enciclica Pascendi di Pio X, che condannava il modernismo come concentrato di tutte le eresie. Oppure la lettera aperta dello stesso Buonaiuti a Romolo Murri, dove lo spronava a mettere da parte ogni distinzione concettuale fra fattore sociale e fattore religioso.
 
Uno dei biografi del Buonaiuti, Giordano Bruno Guerri ha scritto: “La fede per lui non è l’adesione a qualche verità rivelata, l’appartenenza ad una chiesa o l’accettazione di un sistema speculativo: Fede è essenzialmente un trasalire dello spirito al cospetto del mistero affascinante e tremendo che avvolge le forme e le finalità della vita universale”. (Eretico e profeta. Ernesto Buonaiuti, un prete contro la Chiesa, Milano, 2001, p. 275). Insomma, un tutt’uno con quanto il poeta Carducci andava esaltando attraverso le rime del suo Inno a Satana. Altro che Dio cristiano!

Sono gli stessi principi, lo stesso comun denominatore, che emergono dalle  considerazioni del sopra menzionato card. Marcelo Sánchez  Sorondo, che di recente si è lasciato andare a sperticate lodi del regime comunista di Pechino, esaltando la Cina come il luogo dove meglio di ogni altro, si sarebbe realizzata la Dottrina sociale della Chiesa, attraverso l’imperativo categorico: lavorare, lavorare, lavorare, citando, male peraltro, perfino quel passo di San Paolo, dove l’Apostolo dei gentili non dice: “chi non lavora non mangia”, bensì: “chi non vuol lavorare neppure mangi”.
 
Cosa assai ben diversa! La dottrina sociale della Chiesa peraltro rispetta la dignità della persona, la sua libertà di coscienza e non antepone mai il lavoro o, viceversa, il capitale all’uomo.
 
Sorprende e non poco, secondo me, questa confusione mentale dell’illustre cardinale riguardo all’autentica Dottrina sociale della Chiesa, unitamente ad una scarsa conoscenza delle due fondamentali Encicliche sociali di Giovanni Paolo II: Sollicituto rei socialis e la Laborem exercens.

Ma oltretevere si sta perfino rasentando la vergogna per gli strali cui è stato fatto oggetto il card. Zen, la cui colpa risiede solo nella sua fedeltà a Cristo e alla chiesa. E’ di questi giorni, infatti la vergognosa (così è stata definita da mons. Carlo Maria Viganò) lettera del Card. Giovan Battista Re, che ovviamente non ha scritto di sua spontanea iniziativa, la cui finalità, non tanto nascosta, è quella di incitare i confratelli ad isolare il card. Zen, per una eventuale sostituzione del vescovo emerito di Hong Kong, come parte integrante dell’Accordo segreto siglato dalla Santa Sede e da Pechino.
 
Questo è il frutto della Ostpolitik di Bergoglio. E se oggi i cattolici sono vieppiù perseguitati, incarcerati ed oppressi è proprio grazie alla complicità di accordi segreti che svendono la fedeltà a Cristo e al Vangelo, alla ragion di stato: ieri a quella nata dalla divisione del mondo dopo Yalta, oggi alla Cina comunista.

Aveva ragioni da vendere Martin Luther King quando affermava che non è tanto la violenza dei nemici che mi atterrisce, ma il silenzio degli amici.

 

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