
Francesco Mattioli, sociologo
Predo spunto dall’intervento di Luigi Telli, che si è chiesto se l’Amministrazione Comunale abbia o no certe disponibilità finanziarie provenienti da manifestazioni culturali che non si faranno e potrebbero essere spostate sui servizi sociali più urgenti; se in centro è possibile che si passi da un rigido regime di ztl ad una sorta di tana libera tutti; e infine se è normale che tutti i problemi economico-sociali della città ruotino intorno alla movida, dando peraltro la stura a comportamenti sempre più incivili nel centro storico che disturbano anche la quiete e la qualità della vita dei suoi residenti.
Non posso rispondere sui primi interrogativi, ma su alcuni altri qualche risposta, tecnicamente parlando, posso proporgliela.
Per punti essenziali.
I centri storici stanno morendo e il processo è irreversibile. Stanno morendo perché non rispondono più alle esigenze abitativo-residenziali e commerciali-consumistiche del mondo contemporaneo; il mondo cambia e qualcuno se ne dovrà fare una ragione.
La maggior parte dei problemi sociali di una città si spostano nelle periferie, nel bene e nel male; e la maggior parte delle fasce sociali più popolari, operaie e piccolo borghesi, abita e abiterà sempre più nelle periferie.
La cosiddetta gentrificazione dei centri storici funziona in modo strano; è stata condannata ideologicamente perché sembrava espellere le fasce popolari a favore della speculazione immobiliare, ma in realtà oggi i centri storici - che per la maggior parte non sono neppure monumentali – vanno ad ospitare famiglie migranti e straniere attirate dai prezzi bassi degli immobili, ma che non hanno nessun interesse a mantenere l’identità del tessuto sociale originario.
I viterbesi che abitano nel centro storico sono una minoranza, non più di un sesto della popolazione, talmente eterogenea per status economico, stili di vita, motivazioni, bisogni e opportunità che ognuno la vede in modo diverso e agita problemi differenti. Il che già di per sé impedisce un intervento generalizzato e soddisfacente per tutti; per tutti, si badi bene, che sono comunque elettori…
Quanto alle attività economiche, se escludiamo le vie strettamente legare allo “struscio” o quelle che costituiscono il tradizionale percorso turistico di visita delle zone monumentali, sono tutte in crisi: e questo vale per Viterbo, ma anche per Milano o Roma, Orvieto o Lecce. Il fatto è che anche le modalità di acquisto dei beni cambiano: i centri commerciali sono più affidabili, protetti, comodi, accessibili e a buon mercato (e anche essi tremano, con l’e-commerce sempre più baldanzoso e definitivamente sdoganato dalla pandemia). Chiaro allora che certi spazi dei centri storici vengano assaliti dalla “movida”.
Le giovani generazioni acquisiscono gli spazi lasciati liberi dalle più vecchie: perché i giovani si riuniscono di notte? Perché il giorno è per gli adulti. E perché si appropriano di San Pellegrino? Perché per decenni il quartiere è stato lasciato libero, abbandonato, mal vissuto. Trent’anni fa alle sette di sera d’estate, c’era folla al Corso e a San Pellegrino già si dormiva. Lo stesso vale per i Navigli, per Ponte Milvio, per il centro storico di Parma e quello di Sassari. Certi “modi” non puoi praticarli nei centri commerciali, che hanno orari, controlli, densità sociale, frequentazioni differenti.
Su queste buone e meno buone abitudini si sono create attività economiche anche importanti, magari associate al turismo; che se vengono a mancare creano seri problemi socioeconomici per una bella fetta di operatori commerciali e scatenano comportamenti schizofrenici come quelli di chi vuole le piazze piene di tavolini ma allo stesso tempo la sospensione delle ztl.
La cura?
Definitiva non c’è; si può tentare di far sopravvivere il malato il più a lungo possibile. Creando luoghi di incontro, continue manifestazioni, dando incentivi, trasformando parte del centro in un grande e comodo centro commerciale, con gli stessi stili di funzionamento, le stesse garanzie e le stesse facilities. Chi lo dice che la notte debbano cessare i controlli in città e che chiunque possa defecare sui portoni altrui? Si possono immaginare meccanismi differenti, si può cercare di creare una gentrificazione qualitativa.
Un esempio.
In passato ci si è chiesti cosa fare dell’ex Ospedale degli Infermi. L’ideologia di sinistra ha proposto di farne abitazioni popolari. Bella cretinata, mi si consenta, di crassa ideologia ottocentesca: un posto invivibile - muri spessi, radon, scale ripide, finestre piccole - per le giovani famiglie, per gli anziani, inaccessibile per chi ha una macchina.
Al contrario, andava ceduto ad una multinazionale alberghiera, per farne un cinque stelle collegato con l’area termale: in tal caso, il truce immobile sarebbe sembrato pittoresco, affacciato su Palazzo dei Papi e la Valle di Faul avrebbe scatenato un bell’indotto e avrebbe portato “movimento” nel centro storico. In Toscana, in Umbria, nel Nordest, oggi anche in Campania, in Puglia e in Sicilia, funziona così, con amministrazioni rosse, gialle, azzurre o multicolori. Perché, per chi non lo sapesse, siamo nel 2020 e le cose stanno cambiando in fretta; alcune in meglio, altre in peggio, altre ancora vanno virate al meglio o al peggio solo se ci rendiamo conto che comunque stanno in movimento.






















