
Giuseppe Bracchi Giornalista pubblicista – Avvocato TERU Umbria
Con la firma dell’accordo bilaterale fra Italia e Qatar, si sono spalancate ulteriormente le porte all’integralismo islamico in Italia ed in Europa.
In pratica e detto in soldoni, il trattato bilaterale consentirà all’emirato fondamentalista di finanziare università, borse di studio, attività culturali e l’insegnamento della lingua araba nelle scuole italiane. Fin qui, sembrerebbe nulla di strano, se non fosse che certi accordi nascondono invece una strategia ben più complessa e ad ampio respiro, quella da anni adottata dalla Umma islamica sotto l’abile regia dell’Organizzazione della Conferenza islamica, che riunisce 57 Paesi e più di un miliardo di persone.
Del resto sono anni che ci giungono segnali in questa direzione. L’Europa ha abiurato da tempo la propria storia e i propri valori, anche attraverso scelte fondamentali come, ad esempio, il ripudio delle sue radici cristiane, ignorate dalla “Costituzione” dell’Unione; la negazione delle origini ebraiche del cristianesimo per avvicinarlo all’islam (accordo di Abdu Dhabi fra Bergoglio e Al Tayyeb); le iniziative sul piano legislativo e giuridico per veder sancito in tutto il mondo il principio in forza del quale i musulmani sono soggetti solo alla legge islamica, la sharia, ovunque risiedano.
Principio, questo sopra ricordato, che ha trovato la sua prima applicazione nel Regno Unito, dove la sharia è stata riconosciuta ufficialmente come fonte del diritto, in materia di divorzio, eredità e – udite, udite – violenze interne alla famiglia. Più la tolleranza (termine pessimo che usato in certi contesti molto assomiglia a quelle case di tolleranza, dove si prostituiscono non solo i corpi ma finanche idee e principi morali), più crescono le pretese dell’islam politico. Come ci ammonisce il filosofo sloveno Slavoj Zizek: “gli arabi musulmani sono impegnati energicamente in vari progetti politici, dall’espansione dell’islam in Europa, al conflitto fra sunniti e sciiti”.
Ed in questo energico impegno a diffondere la sharia non può dirsi assente il Qatar, emirato fondamentalista che è sempre stato sospettato di essere in odor di finanziamento ai terroristi dell’ISIS. Uno Stato che, pur essendo il terzo Pese al mondo per reddito pro capite, grazie alle enormi risorse di gas e petrolio, stenta tuttavia a far rispettare i più elementari diritti dei lavoratori, in particolari stranieri. In occasione dei prossimi Mondiali di calcio del 2022, infatti, mondiali che si disputerebbero nell’Emirato, la FIFA è stata più volte chiamata ad intervenire per richiamare il Qatar al rispetto di condizioni di lavoro più umane nei confronti dei lavoratori pakistani, nepalesi ed indiani, costretti a lavorare sottopagati per il oltre 12 ore al giorno, senza alcuna tutela sindacale e sotto il costante e continuo ricatto dei rispettivi datori di lavoro, che onde evitare la presenza di teste calde all’interno dei cantieri, si sentono perfino autorizzati a sequestrare i passaporti dei propri dipendenti. Ma tant’è.
E’ troppo pretendere la pur minima conoscenza ed informazione da parte del nostro rappresentante agli Esteri, preso com’è a ripassare al geografia italica, onde evitare per il futuro una certa confusione fra l’Emilia e la Romagna.
Il rafforzamento dei legami culturali è stato da subito una priorità per il dialogo con l’Islam, per le cui esigenze, non solo i singoli stati del Vecchio continente, ma la stessa UE e la Commissione europea in generale sono state costrette a dar vita ad un sistema politico in grado di controllare la cultura, la scuola, i media, l’informazione: insomma, tutta la società europea. C’era una volta un tempo in cui per affermarsi, il Moderno principe di gramsciana memoria aveva bisogno dell’Eskimo in redazione. Oggi, messo in soffitta Marx e al grido “islamici di tutto il mondo unitevi!”, l’Eskimo è stato sostituito dall’Islam in redazione, come denunciano in un loro saggio Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo.
La sinergia euroaraba ha chiuso l’Europa sotto la cappa di un pensiero unico, che ha le sue radici in una sottocultura totalitaria, impregnata di cristianofobia, giudeofobia e islamofilia. Le plurisecolari visioni religiose, storiche, sociali e politiche della civiltà islamica – ammonisce la studiosa anglo egiziana Bat Ye’or – si sono ricostituite nelle scuole e nelle università europee, dove è diffuso il razzismo antisemita e antisraeliano. La nascita di controsocietà chiuse, che si nutrono di una identità sostitutiva diffusa tra i giovani immigrati di seconda e terza generazione, dà adito alle strumentalizzazioni da parte dei fondamentalisti islamici, adepti di una ummah trasnazionale.
E per chi nutra ancora dubbi in proposito, cattive notizie ci giungono ancora una volta dalla Turchia, Paese sempre più fondamentalista e sempre meno europeo. Il suo premier Erdogan, aspirante al ruolo di nuovo califfo universale, durante un briefing sul Coronavirus si è lasciato andare ad una affermazione assai sprezzante, nel tono e nei contenuti: “non permettiamo ai resti della spada nel nostro Paese di tentare di svolgere azioni terroristiche”. L’espressione “i resti della spada” è un insulto comunemente usato in Turchia e che spesso si riferisce ai sopravvissuti ai massacri dei cristiani: armeni, greci ed assiri, compiti dall’Impero Ottomano e che, esaltati ancora oggi, nelle parole di un capo di stato e di governo, suonano allarmanti ed inquietanti, come incitamento all’odio verso la comunità cristiana sempre più in calo in Turchia e che frequentemente includono aggressioni fisiche.
“E i vigneti della Guascogna divennero possessi del sovrano di Damasco, e di Samarcanda, e il mezzodì della Francia, dalla foce della Garonna sino a quella del Rodano, accettò i costumi e la religione d’Arabia”. (Edwuard Gibbon, Declino e caduta dell’Impero romano).
Di quali altri segni avranno bisogno questa Italia e questa Europa esangui e senza più spina dorsale? Basterà un amalgama di paure e di interessi nazionali a salvarci dal... “Califfato universale”?






















