La Quercia
Don Alberto Canuzzi, presidente CeIS San Crispino Viterbo

“Famiglie” in lockdown. Ci sono casi in cui il distanziamento sociale è complicato se non impraticabile, “devi pensare alla comunità come un luogo che tende a riprodurre quella che è una dimensione familiare che magari in molte persone che in questo momento sono presenti in comunità, questo clima familiare, questo momento importante nell'evoluzione della personalità dell'individuo, in passato ha avuto delle carenze.”, sono le parole di Pasquale Salatino, operatore della comunità psicoterapeutica per tossicodipendenti Fratello Sole.

Le comunità terapeutiche svolgono un lungo lavoro fatto di attività di gruppo, laboratori, incontri con le famiglie, e, per chi è più avanti nel programma, un progressivo reinserimento nella società attuato con impegni lavorativi esterni alla comunità stessa. L'arrivo del coronavirus ha modificato la quotidianità di ospiti e operatori, ma come dice Antonio Boschini, responsabile terapeutico della comunità San Patrignano: “Le comunità hanno un aspetto negativo: se entra un virus è difficile fermarlo, perché la distanza sociale nella comunità non esiste.

La puoi aumentare, la puoi migliorare, ma è come una famiglia, se in famiglia hai un ammalato non lo riesci ad isolare. Ma c'è un vantaggio: se il virus non è dentro puoi almeno evitare che entri”. Ed è questa la direzione che è stata intrapresa dalle comunità di tutta Italia; la FICT (Federazione Italiana Comunità Terapeutiche) e il CeIS S.Crispino riportano che: “prima ancora che le Regioni deliberassero le circolari applicative del decreto legge Cura Italia, le comunità avevano bloccato gli ingressi, sia quelli autorizzati dai SerD, sia quelli passati tramite i colloqui individuali.

Successivamente seguendo le disposizioni Regionali, diversificate secondo i territori, le comunità terapeutiche si sono date delle linee guida subordinate alla diversa organizzazione della struttura in base ai criteri di quarantena e distanziamento”. Così anche la comunità del CeIS S. Crispino di Viterbo ha dovuto mettere in lista d'attesa chi aveva già fatto i colloqui per entrare, mantenendo però il contatto telefonico, in quanto è importante che il rapporto terapeutico nasca prima ancora dell'accesso del singolo in comunità.

Poi all'apertura delle fase 2. dietro le indicazioni dei medici, è stato creato un ambiente isolato di “ quarantena”, ove i nuovi ingressi possono trascorrere il periodo di sicurezza prima di essere ammessi nel gruppo e inseriti in programma. Per i nuovi ingressi viene così richiesto il risultato del tampone , e soltanto a seguito della risposta negativa, il nuovo ospite può iniziare il cammino terapeutico con gli altri.

Per le comunità terapeutiche, infatti, la differenza principale tra le due fasi sta proprio negli ingressi che, come riporta la FICT, sono stati riaperti in alcune Regioni d'Italia, pur lasciando alle comunità la possibilità di scegliere quali modalità da seguire in relazione agli spazi di cui ciascuna struttura dispone. Delle ripercussioni, però, vi sono anche per coloro che vivono all'interno: dagli ospiti agli operatori.

Le loro condizioni di salute sono costantemente monitorate, con rilevamento della temperatura e controlli generali. e c'è stato un periodo da metà marzo a tutto aprile in cui molti temevano per i loro familiari”. Al CeIS di Viterbo sono stati effettuati i tamponi per tutti gli ospiti e tutto il personale, con il risultato negativo per tutti.

Chiudere una comunità significa infatti limitare il contatto anche con la propria famiglia; l'art.2, comma q, del DPCM del 9 Marzo dispone il divieto di accedere alla struttura da parte di familiari e conoscenti, se non in casi eccezionali e con tutte le prevenzioni necessarie; quindi si è optato per un aumento di telefonate e videochiamate. Sono state modificate anche le modalità dei gruppi e dei colloqui, bisogna tenere una distanza di oltre un metro, gli operatori, e in alcuni casi anche gli ospiti, indossano i DPI necessari, e i gruppi ad alta numerosità vengono svolti all'aperto (se possibile) o annullati.

Le attività di gruppo sono un momento fondamentale di confronto ed espressione delle proprie emozioni, spesso terminano anche con un contatto fisico simbolico, un abbraccio o una stretta di mano, ormai impossibili, e ciò ha ripercussioni sui risultati di questi incontri. Gli operatori sono molto attenti nel rendere gli ospiti parte delle scelte che vengono prese all'interno della comunità, e si discute delle misure adottate a livello nazionale.

Una grande problematica resta sicuramente l'interruzione delle attività. La comunità ha moltissime attività all'interno per stimolare i ragazzi nel percorso, tantissime attività anche culturali che per cause di forza maggiore sono state bloccate. Adesso i ragazzi cominciano un po' a subire questa situazione di ristagno. Tutto è fermo, come se fossimo tutti quanti in attesa di qualcosa, nessun progetto per il futuro, e hanno sofferto psicologicamente questa situazione (…).

Fortunatamente adesso con questa fase 2 anche molte attività si stanno riattivando. Gli operatori che vivono al di fuori della comunità rappresentano però un rischio, motivo per cui sono state spesso mantenute solo le figure essenziali, o sono state create delle turnazioni settimanali in maniera tale da mantenere tutti gli operatori disponibili in attivo e avere possibili sostituzioni in caso di contagio.

La riduzione netta di movimento ha implicato, necessariamente, l'uso della riduzione del servizio . Essendo le comunità ridimensionati nella presenza degli ospiti , non è facile la sopravvivenza anche e soprattutto a livello amministrativo. Se si deve mantenere fermo il gruppo, ma non ci sono altri ingressi, questo rende difficile la sostenibilità economica della struttura…

Ma la crisi delle comunità è qualcosa che parte da lontano: già da qualche anno, infatti, il coordinamento delle comunità terapeutiche per tossicodipendenti sta chiedendo un adeguamento delle rette alla Regione , soprattutto a seguito di una serie di investimenti che le comunità hanno sostenuto nell'ultimo anno per rientrare nei nuovi criteri di accreditamento.

L'incertezza in cui si trovano, e il mancato ascolto della Regione, rappresentano un grande rischio per alcune strutture , e ci si chiede “fino a che punto il decisore politico conosce le problematiche di questo ambito, e come può affrontarle?”.

L'emergenza sanitaria è entrata nelle comunità terapeutiche non solo alterandone la quotidianità, ma sollevando delle problematiche che oggi portano alcune di loro a “rischiare l'implosione”, come dichiara il presidente della FICT.

Un rischio che tocca innanzitutto ospiti e operatori, ma che, in fondo, rappresenterebbe un altro pezzo del nostro sistema sanitario che si sgretola.

 

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