Francesco Mattioli, sociologo

Concordo con D’Arpini sulla filosofia generale del bioregionalismo. E per vari motivi.

Il primo, che l’agricoltura del XXI secolo deve continuare ad essere valorizzata sia come base alimentare sana, sia come conservazione naturalistica dell’ambiente e del territorio, sia per un rapporto costruttivo e sereno con la biodiversità in tutte le sue declinazioni; ne va anche della nostra salute. 

Il secondo, che le vocazioni ambientali, come sedimento storico-culturale, garantiscono l’identità territoriale – che è sommatoria di natura e opere umane – e quindi anche la riconoscibilità e il senso di appartenenza di una comunità – e dei suoi membri - rispetto a quel territorio. Anche se, beninteso, in senso “glocale”:  si pensi alla Maremma, che è natura sì, caratterizzata da un particolare rapporto tra mare e collina che produce un ecosistema immediatamente riconoscibile, ma anche tradizioni sociali, incontro e scontro di uomini, pezzi di cultura e di storia in grado di travalicare certi confini formali e regionali, e di farsi quindi soggetto interlocutore con  il mondo.   

Il terzo motivo sta nel recupero del proprio sé da parte dell’individuo, di fronte a tempi scanditi dalla lentezza dell’evoluzione stagionale che contrastano certa deleteria iperattività ansiogena che conduce ad un pragmatismo spinto, a quel senso di egoismo sociale individuale e collettivo che  caratterizza la nostra società.

Ma divergo completamente da D’Arpini sulla questione energetica.

La gestione sostenibile dell’ambiente ci chiama certamente ad un futuro a misura di Uomo, ma oggi i bisogni umani esigono molta più energia di un tempo. Non si può tornare alla carrozza a cavalli, al lume di candela e al focolare (che tra l’altro consumava boschi di legna):  la produzione agricola, la produzione industriale, la sicurezza sociale,  la qualità della vita urbana  e la stessa comunicazione elettronica – sfruttata anche dagli ambientalisti per divulgare le loro idee online – presuppongono l’uso di molta energia elettrica.

E qui, c’è un problema, perché ci sono troppi veti incrociati che se fossero condivisi ci ributterebbero indietro di centocinquant’anni. Vediamo i vari veti, alcuni espressi dalla scienza, altri dai movimenti ambientalisti, altri dai cultori della sindrome ninby (no in my backyard), altri da inveterati  specialisti della disinformazione:

Centrali elettriche  nucleari, a petrolio e/o a carbone: inquinanti e pericolose (Chernobyl);

Centrali alimentate da gasdotti: invasive del territorio e capaci di farci dipendere da stati esteri;

Centrali alimentate da geotermia: alterano gli equilibri idrogeologici;

Centrali a biogas: producono tossine, specie la diossina;

Centrali alimentate da impianti eolici: inestetici, stravolgono il profilo ambientale di un territorio;

Centrali alimentate da fotovoltaico: consumano suolo e producono scarti;

Centrali alimentate da dighe: sconvolgono l’ambiente montano e sono pericolose (Vajont);

Centrali alimentate dal moto marino: alterano il profilo, anche geologico-ambientale, della costa.

D’Arpini, pur di continuare ad utilizzare la posta elettronica (mi conceda la amichevole battuta…) e le lampadine, concede volentieri l’uso delle piccole centrali “comunali” a biogas.

La loro resa tuttavia è piuttosto bassa, diventano altrettanto costose se devono garantire dal rischio inquinamento, e non riescono a coprire da sole il fabbisogno dei nuclei urbani da cui trarrebbero la materia organica; non a caso molte di esse non usano solo i rifiuti organici, ma anche appositi prodotti agricoli (ad esempio il sorgo), con pesanti conseguenze sull’agricoltura e sull’integrità bioregionale.

Tutti ci auguriamo, per la pulizia dell’aria delle nostre città, che prima o poi i veicoli passino interamente dai motori a combustione interna a quelli elettrici, anche se la tecnologia è ancora indietro al riguardo. Ma quando ciò avverrà la richiesta di energia elettrica sarà ancora maggiore e non si potrà certo contare solo su quella prodotta dagli scarti organici.

Che per essere ricchi, peraltro, presuppongono anche consumi più  ampi, quindi il rischio è che il serpente si mangi la coda: se vuoi molti scarti devi consumare di più, quindi chiedi più energia, ecc. 

D’Arpini obietterà che sono i veicoli e il traffico urbano che devono essere ridimensionati, ma questa è solo una sua idea, non corrisponde allo stile di vita della società postindustriale e persino le biciclette, oggi, se vogliono far inerpicare le persone normali, che non  sono né Coppi né Bartali, su per le salite delle nostre città e dei nostri paesi  avrebbero bisogno di motori elettrici di sostegno alla pedalata…  

Sono d’accordo nel cancellare la produzione di energia elettrica basata su policombustibili e nucleare: inquinante, pericolosa, invasiva. Ma lo sviluppo sostenibile non significa cedere ad un antistorico e improbabile luddismo. Le fonti alternative di produzione energetica non inquinanti vanno incentivate: l’eolico, il fotovoltaico, certo anche il biogas, ma anche la geotermia se è per questo, e in genere l’uso di gas naturale. C’è un prezzo da pagare, ceto. Ma nella maggior parte dei casi è un prezzo legato a considerazioni paradossalmente di carattere estetico e ideologico:  alterazione del paesaggio, consumo di suolo, ecc. 

Nella cornice del bioregionalismo inteso come identificazione biologica e sviluppo sostenibile di un territorio, occorre in realtà giungere ad una sintesi innovativa che non ceda a strumentalizzazioni ideologiche.  Sintesi, perché – come recita il vecchio adagio contadino - non si può pretendere la botte piena e la moglie ubriaca…

Non si può pensare ad una riduzione della produzione energetica; forse ad una maggiore razionalizzazione, ma l’energia, ancorché pulita, serve eccome, sia nei paesini sperduti, sia nelle metropoli, sia nelle fabbriche 4.0, sia nelle scuole, sia negli ospedali, sia nelle case, nei giardini, nei parchi e nelle sterminate colture agricole, sia nei meccanismi che garantiscono la nostra salute e la nostra incolumità, sia per i nostri divertimenti o per la nostra necessità di comunicare con il  mondo.    

Consumo di suolo?

Offesa al profilo naturale di un territorio?

Quelle pale eoliche sono un vulnus estetico al paesaggio? 

Quegli impianti fotovoltaici rubano terreno alle colture?

Paradossalmente, invece, lo spazio consumato non è sottratto all’ambiente, lavora piuttosto per preservarlo. E quel vulnus al paesaggio?

Tutti noi apprezziamo il castello sulla cima della collina o i tetti rossi del pittoresco paesino adagiato sul fianco del monte… eppure anch’essi sono opere dell’Uomo che stravolgono il profilo naturale del territorio.

Cerchiamo allora di apprezzare esteticamente anche le pale eoliche, che tutto sommato tanto male non  appaiono sul profilo dell’orizzonte o incombenti sopra di noi come mormorante segnacolo della intelligenza tecnologica dell’Uomo.

Ecco, a queste condizioni, è possibile imprimere alla vita umana una direzione diversa, sostenibile e più coerente con il dialogo che necessariamente dobbiamo intrattenere con la Natura.

Dialogo, non semplicemente dipendenza o culto.

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L'articolo di Paolo D'Arpini

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