Francesco Mattioli, sociologo

In tempo del coronavirus c’é gente che non capisce e gente che non vuole capire.

Nel secondo caso, si tratta di persone che  hanno una solida preparazione culturale e professionale e allora il non voler capire è frutto di opzioni del tutto ideologiche, non confortate dai fatti ma dalle proprie convinzioni soggettive. Questo secondo caso è quello, ad esempio, dell’amico Marini Balestra a proposito di lockdown di fase 2 e pratica religiosa.

Altrove mi sono già espresso al riguardo, ma per i lettori de “La Città”, ne farò un breve riassunto.

Il Conid-19 è un evento eccezionale che implica l’interpretazione della Costituzione nei termini eccezionali che prevede.

Con 27.000 morti, e probabilmente 4 o 5 milioni di infettati, mi sembra difficile discettare in sottigliezze levantine sulla libertà religiosa.

Sintetizzo.

Innanzitutto non siamo sotto alcuna dittatura, facciamo parte di una Unione Europea che si sta comportando più o meno allo stesso modo ovunque. E chi adesso strumentalmente grida al vulnus dei diritti costituzionali è proprio quello che ultimamente è stato incline a guardare con entusiasmo a certi dittatori in nuce, alla Orbàn per intenderci.
Quindi,  certe lezioni di democrazia da nostalgici del celodurismo non sono credibili.

Ma veniamo al sodo.

La celebrazione di una Messa è inevitabilmente un assembramento; la pratica eucaristica e la confessione comportano una pericolosa violazione delle norme di distanziamento e di sicurezza anticontagio.  

Nelle fabbriche il lavoro è necessario, e anche se non solo di pane vive l’Uomo è chiaro che senza pane neppure il cattolico più fedele sopravvive; tanto meno al virus.

Nelle fabbriche quindi si introducono provvedimenti di distanziamento, espedienti per ridurre i rischio; non c’è alternativa, perché uno il lavoro in fabbrica non se lo può portare in casa, diversamente da quello amministrativo con lo smart working.
Mentre l’operaio della FCA non può portarsi il pezzo in casa, noi Cristo in casa ce lo possiamo portare, anzi c’è già.

Le chiese rischiano di diventare un focolaio di contagio, e va considerato che l’età media dei loro frequentatori è più alta del  normale e più a rischio.    

C’è poi un altro fatto.

Seguire la Santa Messa in televisione è ammesso dalla  Chiesa; inoltre, se ben ricordo, un vecchio catechismo chiedeva di comunicarsi almeno una volta all’anno e di confessarsi almeno a Pasqua, il che significa che questo bisogno di Dio non si ritraduce necessariamente in termini quantitativi.

La libertà religiosa finisce dove comincia quella degli altri, altrimenti torneremmo alla Santa Inquisizione o, peggio, al fondamentalismi islamico.  

In determinate circostanze certe “pratiche” religiose si devono sottomettere alle necessità della convivenza e della sopravvivenza; nessuno con “la fase 2” mette in pericolo la fede.  

Ma l’aspetto più importante è un altro.

Da cattolico, seguo l’esempio del Papa, che si chiami Francesco, Benedetto o Pio; almeno finché proclamano la Parola evangelica, che è parola di pace, di carità, di comprensione  e non indossino la corazza come Giulio II.  Sotto la minaccia del contagio, il Papa ha dato l’esempio, distanziandosi senza problemi a San Pietro e benedicendoci via etere.

Il resto è fuffa, protagonismo, miopia sociale, sanfedismo d’accatto, a scelta. In questo, la CEI, equiparandosi – come mi ha fatto notare l’amico Umberto Laurenti – a parrucchieri e ristoratori, e facendo il verso a certi politici petulanti e populisti, mi ha deluso. 

Vorrei ricordare che la fede è sostanza, la religione è forma, che cambia nella storia e nelle circostanze; ve lo immaginate il vescovo di Viterbo adontarsi perché non si poteva dire messa durante i bombardamenti a Viterbo?

Termino come ho terminato altrove.

Si può parlare con Dio senza bisogno di occupare il banco di una chiesa. Si può fare in casa, perché la casa è il tempio della famiglia e la famiglia è tempio di Dio. Anche perché Dio stesso è riuscito a trasformare una stalla in una chiesa.

Luca, 14

Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no curare di sabato?»…. 

Poi disse: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?».  

Marco,2

E diceva loro: “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! 

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L'articolo di Andrea Stefano Marini Balestra a cui si riferisce Francesco Mattioli

CHIESA E COVID-19: FACCIAMO IL PUNTO