
Andrea Stefano Marini Balestra
L’ultimo Decreto del Presidente del Consiglio, ripeto solo atto amministrativo e non legge, ha disatteso le speranze della CEI (Conferenza episcopale italiana) protraendo il lockdown della celebrazione delle Messe in Italia.
Il prof. Conte, che si dichiara cattolico, quando gli fa comodo, ha nei fatti dimenticato non solo la Costituzione della Repubblica Italiana che non prevede “poteri speciali” per il capo del governo, ma il Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano, quindi, un trattato internazionale, che riconosce alla Chiesa di esercitare nella nostra Nazione, come suo diritto nativo, la piena libertà ed autonomia nello svolgimento del proprio ministero.
Per i cattolici, infatti, partecipare alla celebrazione della Santa Messa ed avere l’amministrazione dei sacramenti è un’espressione sociale e pubblica, come indicato nel Vangelo, cui nessuna autorità può interferire.
Secondo il Concordato, per quanto riguarda lo stato italiano, l’organizzazione materiale della Chiesa sul territorio nazionale, quindi la giurisdizione dei luoghi di culto è di competenza del Vescovo della Diocesi, che appunto decide, in propria autonomia, le funzioni che ivi si celebrano e da chi debbano essere celebrate.
Non spetta pertanto ad alcuna autorità amministrativa civile, sia essa anche il Capo del governo, di autorizzare o negare l’ingresso nelle chiese, né tantomeno intromettersi a legiferare su cosa possa fare o non fare il fedele o il ministro del culto, poi magari “concedere” altro.
L’intromissione dello Stato negli affari di culto è pericolosa e prodromica ad atti di tirannia e dittatura. Male lo hanno vissuto i russi ed i cittadini entro la “cortina di ferro” (paesi del Patto di Varsavia) che subirono per decenni la proscrizione di ogni forma di culto pubblico (“Chiesa del silenzio”), per non ricordare i fervori repubblicani nella Rivoluzione francese che proibirono ogni forma di religione, poi, ancora, la storia ci ha narrato che in Messico ed in Spagna durante le loro guerre civili furono chiuse e demolite chiese, poi anche incarcerati e trucidati sacerdoti e religiosi.
La “scusa” del Covid-19 è tornata ghiotta per la sopravvivenza di un governo nato per caso, solo per svolgere poche cose (soprattutto evitare elezioni politiche a breve), ma soprattutto perché il suo Capo si sia arrogato di pieni poteri non solo in materia di organizzazione civile, ma addirittura religiosa.
Assordante il silenzio della CEI prima di qualche giorno fa.
Si è fatta viva solo ieri, quando, evidentemente constatato lo stremo di risorse per le parrocchie private dalla questua domenicale, ha di fatto protestato, ma il presidente Conte non ha ancora ad oggi risposto “Obbedisco”, anzi tergiversa dimostrando che per i bisogni dello spirito il suo governo è assente.
Un suo “consulente”, dichiaratosi non credente, è giunto a dire pubblicamente in televisione che la pratica religiosa è secondaria rispetto altre esigenze. D’accordo che lo Stato sia laico e tale debba restare, ma il rispetto per l’attività religiosa di qualunque credo non può essere avulsa, compressa e difficoltizzata in qualsiasi stato democratico.
In conclusione, il silenzio del Papa e della CEI, in tutti i “provvedimenti” assunti dal governo italiano di negazione della pratica religiosa, comincio ad osservarla come una “protestantitanzione” della Chiesa Cattolica romana, proprio perché il suo Capo, sorvolando sulla esigenza del cattolico di partecipare e presenziare ai sacri riti ed avere il conforto dei sacramenti, ha avallato tesi di interiorismo religioso con capziosi ragionamenti e differenze tra i concetti della fede sostanziale con la pratica religiosa sempre alieni nel mondo cattolico.
Noi seguaci della Chiesa cattolica abbiamo necessità, come insegnatoci da Cristo, di partecipare ai riti, quindi dimostrare la nostra fede e pervenire alla grazia con l’aiuto dei ministri mediante la frequentazione ai sacramenti.
Si colga l’occasione presente per dissentire dai diktat del Governo, spesso troppo compiaciuti dalla Conferenza dei Vescovi Italiani che solo ora si accorgono che l’azione di governo non è in linea con il Concordato, per ribadire che la libertà di culto non possa essere mai tolta, eventualmente solo monitorata nello svolgimento.
Vivaddio, non voglio intromettermi nella competenza di un Vescovo per regolare l’attività ecclesiastica, però, per esempio, una riapertura delle Chiese con uso di mascherine durante i riti, di un distanziamento tra i banchi, di un avvicinamento all’altare per la comunione che sia a distanza di un mt., e poi che particola offerta dal ministro sia data al fedele sulle sue mani, e, magari, solo sconsigliato l’uso del confessionale tradizionale in favore di una presenza a distanza “regolamentare” tra sacerdote e penitente, non siano provvedimenti impossibili.
Queste semplici regole possono essere date dai Vescovi nelle loro diocesi, nulla potendo valere ogni altra “grida” governativa, che, come ho detto, è contraria alla logica democratica, al Concordato ed alla libertà costituzionale di culto.
E’ nella loro facoltà. “Non abbiate paura”, disse qualcuno oggi santo.
Invitiamo i nostri governanti, tra quali speriamo esserci nei nostri lettori, dimostrare il loro credo cattolico, perché, nell’emanando Decreto Legge che recepirà il DPCM, sia data, non concessa, una libertà di culto senza ma e senza no.






















