
Mario Moscatelli, prefetto di Viterbo dal 10 gennaio 1988 al 9 luglio 1995
Ciao Francesco [Mattioli], come sai ti leggo sempre molto volentieri. La tua ben nota capacità di analisi riesce infatti ad illuminare tutto il prisma della fenomenologia sociale sempre più complessa nella quale siamo immersi e nella quale ci muoviamo non sempre "cognita causa".
Anche per le particolari condizioni in cui ora viviamo, la tua "proposta di lettura" ha coinvolto il mio vivo interesse sia perché focalizza l'attenzione sullo specifico problema del Covid19 e sia per le connesse problematiche che hai esaminato e illustrato riguardanti aspetti importanti della nostra vita sui quali hai fatto bene a sollecitare quell'attenzione che meritano e che raramente gli dedichiamo.
Intendo riferirmi principalmente al concetto di libertà, bene tra i più importanti nella nostra vita, che è divenuto ad alta variabilità nella sua consistenza perché deve fare i conti sia con l'organizzazione della odierna società sempre più complessa soprattutto con l'avvento della tecnologia digitale e sia con quel "pozzo di San Patrizio" dei nostri bisogni sempre più numerosi e sempre più agguerriti soprattutto quelli che... tali non sono.
Hai dato delle ottime dritte sui concetti di prevenzione, precauzione e, soprattutto, valutazione del rischio; un concetto quest'ultimo che oggi, con l'imperante "cultura dell'immediato" e la sciagurata "politica del momento", ha scarsa frequentazione. Il ventaglio delle risposte all'emergenza che hai selezionato fa emergere la estrema problematicità della situazione che deve misurarsi con interessi diversi e contrapposti, diritti difficili da contemperare e diversa distribuzione territoriale di un problema che, in una una società ad altissima mobilità, deve fare i conti purtroppo con una diversa risposta sanitaria.
A tal riguardo abbiamo dovuto assistere ad un balletto, poco edificante e forse anche dannoso per la salute dei cittadini coinvolti, delle competenze tra Stato e Regioni dovuto a due errori che una politica disinvolta e poco attenta alla "valutazione del rischio" ha commesso negli ultimi anni: il primo con la malconfezionata riforma costituzionale del 2001 che ha attribuito alle Regioni, con un pasticciato abbozzo di federalismo, una competenza esclusiva in materia sanitaria; il secondo, col referendum costituzionale del 2016 che, con uno dei quattro quesiti, provvedeva molto saggiamente a riequilibrare le suddette competenze.
Il fallimento del referendum ma soprattutto l'ostinata negazione, in sede politica, dello spacchettamento dei quattro quesiti, sta all'origine della confusa risposta sanitaria alla pandemia. "Del senno del poi...." potremmo commentare tragicamente! Un altro argomento della tua esposizione mi ha interessato in modo particolare: il vissuto della religione in questi tempi di clausura casalinga. Molto opportuna al riguardo la tua riflessione (e distinzione) su Fede e Religione: come tu sottolinei la Fede è Sostanza, ontologicamente immutabile nel tempo, mentre la Religione è la Forma che, con i suoi riti liturgici legati alle tradizioni, può subire variazione nel corso degli anni e diversificarsi sul territorio.
Sotto questo aspetto non possiamo non rilevare che molto spesso, per una coscienza superficiale e sbrigativa, l'assolvimento di un obbligo liturgico (ad es. la messa domenicale) può essere considerato, da solo, una testimonianza di vera fede. Ed allora il vissuto religioso in tempi di pandemia, avendo impedito la partecipazione fisica a riti e liturgie, può aver avuto l'effetto di aver indotto i fedeli, come tu dici, "a vivere la fede più in termini di sostanza che di forma" e "comportarsi un po' da protestanti, da luterani che, com'è noto, sono più autonomi nei loro rapporti individuali con la religione...".
La tua intuizione mi ha interessato non poco perché, durante la lunga parentesi piemontese della mia vicenda lavorativa, ho avuto occasione di conoscere ambienti ed esponenti della Chiesa Evangelica Valdese di cui ho colto, con vivo interesse, la sobrietà e l'essenzialità del culto, la non necessaria mediazione nel rapporto e nel dialogo dei fedeli con Dio e la concretezza e discrezione delle opere (scuola, ospedale, carità...).
Penso anche a tal riguardo quali sarebbero stati gli scenari storici dell'Occidente se la vicenda dell'Ecclesia Viterbiensis, patrocinata dalla poetessa Vittoria Colonna, dal Cardinale Reginald Pole, dall'Agostiniano Egidio da Viterbo,dagli "Spirituali..." non fosse stata silenziata dal Concilio di Trento e dalla Controriforma. Penso anche agli ultimi pontefici che si sono impegnati per tornare ad una "Chiesa di sostanza" e a Papa Francesco che è stato accusato di voler "protestantizzare" la chiesa cattolica. Questo possibile recupero sul versante religioso me ne fa auspicare un altro, assolutamente indispensabile, quello sul versante del sapere, della cultura e della competenza messi a tacere dal principio che "uno vale uno" e dalla dimostrata evidenza che "l'ignoranza è il prerequisito del successo" come aveva già preconizzato George Orwell nel romanzo "1984".
Non debbo ricordare a te il valore che nell'antica Grecia, col termine Philosophia nel suo significato etimologico di "amore per la sapienza", si attribuiva al "sapere" per la costruzione del proprio essere. Come ci diceva Fiorino Tagliaferri, i Greci per rendere più percepibile questo compito dell'uomo, erano ricorsi ad un espediente linguistico: i due verbi Einai (essere) e Oida (sapere) alla seconda persona dell'imperativo presente si coniugano con la stessa parola: ISTI che significa sia "Sii" sia "Sappi" e questo ci autorizza a dire che "SEI se SAI"....Oggi purtroppo vale un altro principio che risponde alla imperante vocazione e visione narcisistica dell'esistenza umana: "SEI se APPARI"...L'Homo Sapiens è stato rispedito nella caverna per lasciare il posto all'Homo Videns il quale si crede Homo Deus ma non si accorge invece di essere un Homo Webete (così definito da Enrico Mentana) inconsapevolmente strumentalizzato da abili soggetti che mercificano oramai tutto, esseri umani compresi!!
Tutti gli scenari che hai magistralmente evocato e analizzato in tutte le loro proiezioni problematiche mi hanno personalmente spaventato perchè, per formazione professionale (divenuta oramai deformazione esistenziale), ho dovuto sempre riservare la massima attenzione alle problematiche sociali da rilevare nel loro percorso carsico ed affrontarle, per risolverle, prima della loro emersione che avviene quasi sempre con connotati di violenza difficilmente contenibile. Credevo di essere uscito da questo stato di ansia invece.... Scusami se ho abusato della tua pazienza ma le tue interessantissime considerazioni mi hanno fatto tornare sui banchi di scuola per "sapere" e partecipare così al work in progress.
Un caro saluto.
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L'ultimo articolo su questo quotidiano di Francesco Mattioli, sociologo






















