Viterbo CRONACA Autore, il compianto Alfredo Cattabbiani, studioso di storia delle religioni,

 

Alfredo Cattabiani e la moglie Marina Cepeda Fuentes

Occorre una particolare intelligenza per scoprire il significato ultimo del tempo. Noi lo viviamo e lo identifichiamo tanto da vicino che non riusciamo ad accorgercene.

Il mondo dello spazio, che circonda la nostra esistenza, non è se non una parte del nostro vivere: il resto è tempo. Le cose sono le sponde, ma il viaggio si svolge nel tempo….”.

 

Questo brano è tratto da Il Sabato di Abraham Joshua Heschel ed è posto in esergo al volume “Calendario: le feste, i miti, le leggende e riti dell’anno”.

Autore, il compianto Alfredo Cattabiani, studioso di storia delle religioni, di simbolismo e di tradizioni popolari, per alcuni anni ospite insieme alla sua amatissima sposa, Marina Cepeda Fuentes della nostra Viterbo, abitando, dopo averlo ristrutturato ed arredato con gusto un appartamento ubicato su di una remota, quanto caratteristica viuzza del quartiere medievale di S. Pellegrino, via delle Piaggiarelle. Alcune settimane or sono, anche la moglie Marina ha deciso di sciogliere le vele e di raggiungere lo sposo Alfredo presso la Casa del Padre.

Ed è in ricordo dello studioso e della sua permanenza a Viterbo, che voglio umilmente dedicare queste righe, riproponendo al pubblico dei lettori una pagina del volume “Calendario…”, un libro dove lo scrittore piemontese, (per alcuni anni, tra gli incarichi che lo videro attivo protagonista, anche Direttore editoriale della Casa editrice Rusconi e per merito del quale dobbiamo, in epoche difficili, quando si viveva con l’eskimo in redazione, come durante la prima metà degli anno’70, la coraggiosa spinta propulsiva e propositiva, per la pubblicazione delle opere di Tolkien), ripercorre il nostro calendario per ricostruire l’origine, il significato e la funzione delle sue feste religiose e profane.

Nell’intraprendere e percorrere questo viaggio tra le tradizioni ed i riti, più o meno noti, d’Italia, ci imbattiamo nella famosa notte di San Lorenzo, quella che il 10 agosto di ogni anno suscita ciascuno di noi le più recondite e segrete sensazioni e ricordi. “Sa Lorenzo dei martiri inozenti, casca dal ciel carboni ardenti”.

A quanto pare però e secondo quanto ci ha tramandato attraverso i suoi studi e le sue ricerche Alfredo Cattabiani,  Lorenzo primo diacono di una religione, il Cristianesimo ancora invisa nella Roma imperiale, non sarebbe morto bruciato sui carboni ardenti, ma fu decapitato per aver disobbedito (magis oboedire Deo, quam hominibus), rifiutandosi  di consegnare i tesori della Chiesa che gli erano stati per l’appunto affidati come primo diacono.

La leggenda narra che, steso su un letto di ferro incandescente, si lasciò bruciare, esclamando ad un certo punto: Ecce, miser, assasti tibi partem unam, regira aliam et manduca, ecco, hai arrostito per te una parte, rivolta l’altra e mangia….”.

Oggi sulla Cripta a fianco della  via Tiburtina, dove era stato deposto il corpo del martire è possibile ammirare una basilica che fece costruire l’imperatore Costantino e che nel corso della storia fu più volte ristrutturata fino ad arrivare a quella visibile ai nostri giorni (risalente al XIII secolo) anch’essa ristrutturata a causa dei bombardamenti dell’ultima guerra.

Alla festività odierna legata al 10 agosto ed alla notte di S. Lorenzo è anche dedicata una delle più belle e commoventi poesie di Giovanni Pascoli, quella che da studenti abbiamo mandato a memoria, imprimendoci nella mente l’immagine di un uomo che tornando verso casa al tramonto come la rondine al nido con il cibo nel becco per i suoi piccolini, fu ucciso, ci tramanda la storia, probabilmente da due contrabbandieri di sale, avendo ricoperto, il padre del Pascoli, l’ufficio di impiegato delle Dogane.

Portava l’uomo due bambole in dono, simbolo di un’infanzia violata da una morte orribile e per certi versi rimasta misteriosamente impunita, una morte per il quale il Poeta immagina che finanche il cielo si unisca al suo pianto ed a quello della famiglia, lasciando cadere dalla volta copiose stelle.

Giuseppe Bracchi

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