Viterbo CRONACA Offeso, io? E da chi, da che cosa

Il giornalista Giuseppe Bracchi

Vezzo: caratteristica abituale di dire, con modi affabili ed affettuosi, pane al pane e vino al vino.

La scelta è fatta. Vezzo e non vizio, che, di qui alla fine, coltiverò sempre, anche se ai tanti Girolamo e ai tanti Giovanni, questo vezzo, scambiato per vizio, non garberà affatto.

Offeso, io? E da chi, da che cosa, esimio sig. Girolamo Giovanni? Ella non è stata in grado di rispondere o confutare nessuna delle mie osservazioni fatte alla Sua precedente reprimenda. Anzi, la Sua, chiamiamola così…. replica?, non ha fatto altro che confermarmi nei miei principi e nei miei propositi.

Usando piuttosto male, infatti, e con falsa modestia, la socratica dotta ignoranza (da questo punto di vista la sua arte maieutica, non è quella di una buona levatrice), ha sciorinato un sillogismo di pessima marca aristotelica, che partendo da una premessa maggiore errata (ovvero la narrazione come archetipo assoluto di un fatterello provinciale di ordinaria ingiustizia, neppure poi così grave rispetto a quello che accade nel resto del mondo) e da un premessa minore, altrettanto errata come l’uso del dubbio metodico come panacea del cupio dissolvi in cui sembra – secondo Lei -  essere caduta la nostra società, giunge poi, come è naturale e logico che sia, ad una conclusione altrettanto errata, ovvero il combattimento dello stesso cupio dissolvi, attraverso un insipido, sincretistico minestrone new age che, come canticchia una nota canzone di Jovanotti, ha come ingredienti, Madre Teresa, Marx, Kant e via elencando, senza peraltro spiegare da che cosa questi personaggi possano essere tra loro legati, né quali effetti questa unione possa avere sul cupio dissolvi.

Un dubbio ce l’ho, sig. Girolamo Giovanni ed è che Ella non ha le idee molto chiare. Lei scambia la solidarietà e la giustizia con una filantropica vicinanza fatta di chiacchiere e di strette di mano, che neppure lontanamente assomigliano alla ben più concreta e fattiva parabola del buon samaritano.

Credo che come sceneggiatore di telenovelas o di comparsate alla Mario Merola avrebbe più successo. Ma tant’è. Ella non solo insulta la logica, ma perfino il principio di non contraddizione. Da un lato, infatti, usa una frase di papa Francesco: “chi sono io per giudicare?” (senza peraltro elencare di quali giudizi mi sarei reso colpevole e affiancando indebitamente ed a sproposito lo stesso Pontefice a giganti della storia come Madre Teresa di Calcutta), come pinocchiesco martello per tacitare il grillo parlante, dall’altro lato si lascia andare nei miei confronti, (lo ribadisco: senza neppure conoscermi) a giudizi poco lusinghieri ed a inviti imperiosi a guardarmi intorno e a leggere i giornali. Detti e contraddetti, diceva Totò.

Ma i suoi scritti li rilegge, sig. Agostino Giovanni? Oppure fa come il gatto che, colto col sorcio in bocca, fa fatica ad arrampicarsi sugli specchi?

Le faccio queste domande, perché leggendo quanto scrive, esimio sig. Agostino Giovanni, i suoi ragionamenti sembrano dar ragione ad Alessandro Morandotti, quando afferma che l’intellettuale dilettante diletta solo se stesso. Come dice quel personaggio del film di Verdone, ritorni la prossima sessione……

Giuseppe Bracchi

 

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