Viterbo CRONACA Con l’occasione questo mio scritto
vale pure come replica al signor Giuseppe Bracchi
di Agostino Giovanni Pasquali

Gentile direttore, le chiedo ancora una volta ospitalità sul suo giornale per raccontare un episodio di cui sono stato involontario testimone.
Spero di non provocare, come è avvenuto di recente, le rimostranze di qualche suo collaboratore o lettore, dato che dico quello che penso sinceramente, senza pretesa di salire in cattedra né di avere la verità assoluta, ma con il consueto e per me naturale dubbio di non aver capito fino in fondo che cosa sta succedendo in questo paese, in Italia in generale e in Viterbo in particolare.
Un caso di ordinario disagio di vivere in Italia
Questa mattina stavo facendo la fila presso gli uffici di Talete spa per una voltura di fornitura idrica. Avevo preso dalla macchinetta il mio numero di prenotazione ‘26’. Era appena entrato il n.7 e quindi mi accingevo ad aspettare almeno per un’ora. Stavo in piedi perché i posti a sedere erano tutti occupati, ma una giovane donna si è alzata e mi ha offerto il suo posto notando la mia età piuttosto avanzata. Una rara cortesia che mi è capitata solo un’altra volta.
Quella giovane è rimasta in piedi vicino a me per poter continuare a parlare con un’altra giovane donna, forse un’amica, che stava nei pressi, anche lei in attesa.
Non ho potuto fare a meno di ascoltare la conversazione. Riferirò l’essenziale senza violare la riservatezza delle due persone. Le due non si curavano di essere ascoltate, parlavano a voce tanto alta che io, che pure ho un udito piuttosto ridotto per l’età, le sentivo distintamente.
Raccontava dunque la prima giovane di essere in procinto di partire per l’estero in cerca di lavoro, perché qui da noi, nonostante una laurea e vari master, non riusciva a trovare un’occupazione con un reddito decente.
Era stata sfruttata da vari datori di lavoro anche di importanza nazionale nel campo della moda (non faccio ovviamente i nomi che però ho sentito) con contratti sempre in nero, saltuari, e paghe da terzo mondo. La sua professionalità era stata sfruttata brutalmente, senza alcun riconoscimento o prospettiva per il futuro. Tra un periodo e l’altro di disoccupazione, aveva per necessità accettato ogni tipo lavoro, umile e disagiato, aveva anche fatto la distribuzione di volantini nelle cassette per le lettere.
Uno degli atteggiamenti che l’avevano infastidita di più in occasione dei colloqui per lavoro era stato il disinteresse per il suo curriculum vitae, l’assoluto disprezzo per la professionalità e il merito. Quando presentava il C.V. nemmeno lo guardavano ed era convinta che subito dopo il colloquio lo avrebbero buttato nel cestino.
Ora non ne poteva più di vivere qui, con la prospettiva sempre più nera dell’economia nostrana e non se la sentiva più di chiedere ai genitori, di tanto in tanto , un “aiutino di 50 euro”. Quei genitori anziani che sempre più spesso aiutano i giovani a sopravvivere in questa società che li ignora.
Da un’amica, emigrata con la famiglia circa due anni fa, aveva ricevuto un invito a trasferirsi all’estero presso di lei (per il solito motivo della riservatezza non dico dove, ma assicuro che non si tratta né della solita Germania né di un paradiso, ma di un normale paese dell’Europa, piuttosto simile all’Italia). Questa amica le aveva detto che là c’è possibilità di lavorare, cominciando ovviamente dal livello più basso, ma con la prospettiva di salire rapidamente in caso di impegno e capacità. L’amica le aveva citato un esempio: uno della famiglia era stato assunto presso una grande azienda (ometto il nome) che ha filiali anche a Viterbo; assunto come sguattero, era passato a commesso al banco, poi ad addetto alla cassa e infine a direttore del locale. Là, concludeva l’amica emigrata, c’è meritocrazia e rispetto. Due cose che qui da noi non esistono più, nemmeno tra gli ideali, figuriamoci se si applicano nella vita pratica.
* * *
Perché ho scritto questa testimonianza?
Prima di tutto perché è una storia significativa della vita e dei sentimenti dei giovani. E’ bene che ci riflettiamo tutti. Poi perché avrei voluto dire a quella giovane: “Mi perdoni se ho ascoltato tutto. Mi dispiace per i suoi disagi e per non poter far nulla per lei. Io sono uno di quegli anziani che lei ha citato come provvisorio sostegno dei figli. Le faccio i complimenti per la sua bravura e il suo coraggio, che qui in Italia non contano niente. Le auguro un futuro prospero che lei indubbiamente merita.”
Perché non glielo ho detto?
Perché ero commosso come raramente mi capita, e avevo un groppo in gola che mi impediva di parlare.
Spero che la giovane legga lacitta.eu, così che possa sapere ciò che le volevo dire e le giunga almeno la mia solidarietà morale.
* * *
Con l’occasione questo mio scritto vale pure come replica al signor Giuseppe Bracchi che si è sentito particolarmente colpito (offeso?) dalla mia “Lode del dubbio”. Non era mia intenzione “fare una reprimenda”. Se ho esagerato, non ho dubbio (una volta tanto non ce l’ho!) a chiedergli scusa.
Lei, signor Bracchi, mi chiede i fatti? Eccoli.
Questo che ho raccontato è un fatto. Un altro è quello narrato da Zampa nel bellissimo e commovente episodio de “La lupa di Roma”. Si guardi intorno, ce ne sono tantissimi. I fatti sono lì, a disposizione, basta non ignorarli con il filtro del pregiudizio. Quei fatti le suggeriranno la possibilità che le idee siano modificabili e aggiornabili.
Io non dubito degli ideali superiori (la fede, l’etica d’amore di Gesù, l’etica umana di Socrate, l’imperativo categorico di Kant), non ho dubbi neppure per gli ideali più umani (l’amore per la famiglia, il rispetto per il prossimo, per gli animali e per l’ambiente, ecc). Dubito invece fortemente del comportamento pratico degli uomini che quegli ideali predicano, ma spesso disapplicano; dubito delle loro idee che da quegli ideali dovrebbero derivare, ma non mi pare che sia così, visti i risultati (i fatti). Si guardi intorno, legga la cronaca, segua le vicende internazionali e quelle interne. Osservi questa nostra Italia che sta andando alla rovina in un “cupio dissolvi” assurdo, per il quale non un dubbio è legittimo, ma un mare di dubbi sulle idee che vengono sostenute in aspri scontri parlamentari nei quali ognuno pretende di aver ragione.
Non oso giudicare. “Chi sono io per giudicare?” l’ha detto di recente un autorevole dubbioso che lei ha dimenticato di affiancare a Sant’Agostino, all’Innominato e a Madre Teresa di Calcutta.
Un ultimo dubbio (dubitare per me è una necessità logica, non un vizio né un vezzo).
Aggì, quello del vocabolario impertinente le direbbe: “Vezzo” ha quattro significati: A) atto d’affetto, carezza - B) abitudine discutibile, di solito non buona - C) moina, smanceria - D) gioiello, ornamento.
A quale significato lei si riferisce?
Agostino Giovanni Pasquali






















