Viterbo CRONACA ho sempre pagato, anche di persona
di Giuseppe Bracchi

 

Primo Levi

Caro Luigi, grazie ancora per la pazienza che avrai di sopportarmi, ma… guai a pentirsi delle proprie idee!

Esternazione inutile, perciò la tua, al riguardo.

Così come guai ad un mondo il quale ha bisogno di eroi! Nessun plauso, dunque, a mio nonno.

Solo un ricordo ed un preghiera. Anch’io ho avuto sempre il vizio (ma io lo chiamo vezzo e lo coltivo) di non pentirmi mai delle mie idee. Come mio nonno sono un ribelle, un bastian contrario, come piace definirti. Sono difficilmente catalogabile. E per questo ho sempre pagato, anche di persona, con parenti, amici cari e, forse, anche per una possibile facile carriera.

Anzi le mie idee e le mie posizioni le difendo strenuamente, con le unghie, così come difenderò sempre strenuamente il diritto degli altri di esternare e difendere le proprie, anche se non si è d’accordo in tutto o in parte. Il dialogo è il sale della democrazia e non solo. Spesso la passione, lo riconosco, mi prende la mano, e posso sembrare arrogante. Ma non lo sono affatto. E se ho dato questa impressione me ne scuso. Sento troppo certi argomenti.

E per questo ritengo e continuo a ritenere che i libri di storia (se la storia è maestra di vita) non sono mai inutili, da qualunque verso si prendano o si leggano, ma (anche quelli che possono sembrare i più inutili) servono a tener desta la memoria, soprattutto delle nuove generazioni, che oggi soffrono di un vuoto morale, più che materiale, a mio avviso, davvero spaventoso.

Eduardo De Filippo ne fece una battaglia personale attraverso il teatro, denunciando sempre da un lato la crisi familiare del suo tempo (Mia Famiglia – Natale in Casa Cupiello) e dall’altro il diritto ed il dovere di non smarrire mai il filo della comunicazione tra generazioni (vedi: L’arte della Commedia, Napoli Milionaria: ricordi la famosa battuta del povero Eduardo nei panni del tranviere, la guerra non è ancora finita?).

Lo stesso scrittore Primo Levi, nel suo romanzo “Se questo è un uomo”, vergò per l’umanità intera il suo testamento spirituale, parole scritte col sangue e con la sofferenza, perché mai si dimenticasse l’Olocausto, così come altre vergogne del secolo scorso (penso ai Gulag comunisti), ma anche di questo inizio secolo (penso alla persecuzione di tanti cristianità  in medio oriente, in Cina o a Cuba). Purtroppo, però, in una società dove le librerie chiudono o diventano sempre più rare ed avanzano le birrerie ed i porno shop, a volte è difficile che i pensieri umani non scivolino dalla cintola in giù dei pantaloni, anziché dalla cintola in su…

Al riguardo vorrei segnalarti e segnalare ai lettori una bellissima poesia di Gino Bonola, tratta da “Poesie del tempo”. Me la inviò, a suo tempo (parlo del Natale 1975)  l’allora comandante della SAS, il compianto Col. Gianfranco Chiti insieme ad un motto, per me imperituro, che tanti politici farebbero bene a leggere e far proprio: “Nella casa del giusto anche coloro che esercitano un comando non fanno in realtà altro che prestare servizio a coloro cui sembrano comandare. Essi difatti non comandano per cupidigia di dominio, ma per dovere di fare del bene agli uomini. Non per orgoglio di primeggiare, ma per amore di provvedere. S. Agostini – De Civitate Dei).

La poesia si intitola, invece Cosi e Cose. Vale la pena leggerla tutta e meditarla: “Ancora con la tua lanterna, o Diogene, e con gli occhiali per il mondo vai/ Arduo fu sempre di trovare un’anima/ ma oggi è più difficile che mai/ Mentre vertiginose palingenesi maturano fra il sangue e le rovine/ i più vivono inconsci, avidi, pavidi, come tribù di insetti e di telline/

Non volontà, ma istinto elementare, Non fede, ma piagnucolosi calcoli/ Non anime, ma pantaloni e gonne/ Sin che il fiato di Dio torni a spirare in questi cosi che diciamo uomini/ in queste cose che chiamiamo donne/”.

 

Cordialmente

Giuseppe Bracchi

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