Cellere CRONACA vorrei essere io a intervistare te e a commentare un po’ la tua burrascosa vita

 

Domenico Tiburzi

Si tratta di un racconto con intreccio di realtà e di fantasia di Mario Olimpieri.
E' l'intervista immaginaria a Domenico Tiburzi, il più grande brigante della nostra Maremma.

In. = Intervistatore

T. = Tiburzi

In. Ciao, Domenichino; a suo tempo tu e Luciano Fioravanti concedeste un’intervista a un redattore della Tribuna, Adolfo Rossi, ricevendolo tra i boschi di Montauto, però, a quel che ho letto, lo faceste parlare poco, e foste voi due a porgli invece tante domande circa gli avvenimenti politici e mondani della Capitale; oggi vorrei essere io a intervistare te e a commentare un po’ la tua burrascosa vita.

T. Ma certamente e con piacere: a un paesano non si può dire di no, e poi sono curioso di scoprire come la pensi sul mio conto.

In. Beh, dal momento che al tuo nome è stato sempre associato l’appellativo di brigante, non è che ti debba attendere nulla di particolarmente benevolo da parte mia. Di scusante ti posso apportare solamente la teoria di coloro, a cominciare da Cesare Lombroso (sì proprio colui che analizzò il tuo cervello), i quali sostengono che le condotte atipiche dei delinquenti o dei geni sono condizionate, oltre che da componenti ambientali socioeconomiche, da fattori indipendenti dalla volontà, come l'ereditarietà e le malattie nervose, che diminuiscono la responsabilità del criminale in quanto questi è in primo luogo un malato. Però, a parte questa teoria, certo che le hai combinate grosse durante i tuoi sessanta anni di vita!

 

Cesare Lombroso (Verona 1835-Torino 1909)

 

T. Se alludi, tanto per cominciare, al mio primo delitto, ti voglio svelare che fu originato, come afferma quella teoria, da un qualcosa che era al di sopra del mio volere e che accecò in me la possibilità di agire diversamente.

Noi contadini che già dovevamo lottare contro la povertà e la malasorte, lavorando fin dalla tenera età per sfamare noi e la nostra famiglia, non comprendevamo coloro che, essendo al servizio dei ricchi latifondisti, ricchi senza merito e senza sudore, si accanivano contro povera gente e per il furto di ben poco valore.

Quando uccisi Angelo Del Bono, quel misfatto non nacque all’improvviso e con leggerezza, ma dopo anni di sofferenze, di sopraffazioni e di umiliante miseria.

In. Però solo tu giungesti a tanto, e solo tu non valutasti il valore della vita di un uomo e le inevitabili conseguenze; i tuoi amici, ad esempio, agirono diversamente, e oggi non sono ricordati come briganti.

T. Lo vedi, ritorniamo a ciò che hai esposto sopra: io ho avuto quel comportamento perché con il sangue alla testa e con un desiderio irrefrenabile di vendetta che mi ha appannato l’equilibrio psichico e che mi ha impedito di agire allo stesso modo dei miei amici. Sapessi che vita dovetti affrontare, lontano dai familiari e dai loro affetti, sempre nascosto e all’erta nella Selva del Lamone e nelle macchie di Montauto, braccato dai carabinieri (quei poveri figli di mamma) e sempre in continuo pericolo di vita!

Si parla di tanti miei omicidi, ma non ti pare che per primo abbia ammazzato me stesso, la mia famiglia e il mio avvenire?

Che altro uomo sarei stato senza i miei errori! Sarei oggi ricordato in ben altro modo, perché ero forte (anche se di bassa statura), intelligente (chiedilo al Lombroso), un gran lavoratore e un uomo pieno d’iniziative. Maledetto quel giorno in cui feci svanire tutto con quell’insano comportamento! Sangue di…, sangue della…

In. Che fai, ci bestemmi pure, adesso! Lo vedi che in te c’è sempre il sopravvento della parte peggiore; ora comprendo perché il Lombroso fosse favorevole alla pena di morte. Egli sosteneva sempre con forza la necessità dell'inserimento della pena capitale all'interno dell'ordinamento italiano; infatti, riteneva che, se il criminale era tale per la sua conformazione fisica, non fosse possibile alcuna forma di riabilitazione, individuando in tal modo l'obiettivo cui il sistema penale doveva tendere nella sicurezza della società.

In ogni modo, va detto a tuo merito che il tuo cervello fu trovato più grande del normale e appartenente a una persona di indubbie capacità; peccato che tu le abbia poste al servizio della delinquenza e del crimine.

T. Proprio per le mie capacità riuscii a impormi nel mio gruppo e fui il capo incontrastato. Chi mi si opponeva andava sempre incontro a un crudo destino: avevo una mira infallibile, e nessuno sfuggiva ai colpi sia di fucile, sia di pistola. Ne seppe qualcosa quel “cojonella” di Pastorini, detto Cenciarello, sempre pronto a sfottermi e a mettermi in ridicolo per quella mia fuga in mutande dalla Grotta del Paternale; meglio fuggire in mutande, sotto i colpi dei carabinieri, che rimanere a terra stecchito, come accadde a quel povero disgraziato di Biscarini. Ci passai sopra più volte a quelle spiritosaggini, ma sbagliò di grosso Cenciarello, quando volle deridermi anche dinanzi a delle donne: questo proprio no!

Hai fatto bene a scriverlo anche tu con alcuni versi:

Ma “Cenciarello” osò addirittura

sfidar con la pistola la bravura

del suo gran capo, egregio tiratore

benché offuscato dal vin traditore.

 

Commise Pastorini il grave sbaglio

di non colpire in pieno il suo bersaglio;                                         

Tiburzi, invece, gli sparò preciso,

e secco lo centrò in mezzo al viso.

Però, a modo mio, ero anche d’animo sensibile e generoso: mai ho sparato ai carabinieri, perché non erano miei nemici di loro volontà, ma solo costretti dalla loro scelta di vita a effettuare perlustrazioni e a obbedire a ordini superiori.

In. Passiamo a un argomento più frivolo: è vero che avevi molto successo con le donne?

T. La risposta è fin troppo semplice, perché è nota la psicologia di alcune donne: esse si immedesimano nel personaggio famoso e leggendario e desiderano avvicinarlo e avere confidenza con lui; per tante altre donne è invece avvenuto che le ho volute io con determinazione e prepotenza, ed ecco com’è nato il mito del brigante galante e rubacuori.

In. In questa spassionata confessione sei stato onesto, hai affermato la verità, e te ne va dato vanto, ma, per ritornare ai numerosi misfatti, talvolta hai anche agito con esasperata crudeltà, come quando sgozzasti il Vestri.

T. Chi, quel traditore! Lo farei ancora oggi: era protetto da me e da Biagini, lo avevamo arricchito e gli avevamo anche regalato due somari, e il tutto per tenerlo dalla nostra parte e per tacere; e invece che fece quel bastardo? Imitando Giuda, ci tradì per del denaro offertogli. Ah, no, questo non lo doveva fare a Tiburzi!

E allora, una fucilata alla testa da parte di Biagini, un taglio netto alla gola da parte mia, e poi profondi colpi al ventre dei due somari, inferti da Biagini. La lezione era rivolta a tutti coloro che potevano essere tentati di tradirci; stai tranquillo che tutti si calmarono!

In. Ma il cuore non ti suggeriva niente? Hai mai provato dei rimorsi? Hai mai trascorso delle notti in bianco, dopo tali brutalità?

T. Se avessi coltivato simili scrupoli, mi avrebbero fatto fuori in poco tempo o sarei stato gradito ospite delle patrie galere. Sai che ti dico? Meglio darle che riceverle!

In. È evidente, questa è stata sempre la tua filosofia, ed anche il comportamento è stato susseguente.

Veniamo ai giorni nostri; lo sai che a Cellere è sorto un museo del brigantaggio, dove tu fai la parte del leone? Ma non pensare che esso sia nato per celebrarti e per adornarti di un alone da eroe, perché non è affatto questo l’intento: brigante sei stato, e brigante rimani! È semplicemente il sottolineare un periodo storico dell’Ottocento, quando il brigantaggio imperversò in più parti d’Italia e che fu poi definitivamente debellato (si fa per dire: ben altri briganti girano oggi indisturbati…).

Tu, nativo di Cellere, hai fatto parte di quel momento storico, sei stato un celebre brigante e rimani nella storia, ma solo per fatti negativi; non te lo dimenticare.

I giovani non ti devono prendere come esempio e devono comprendere semplicemente che sei stato un fuorilegge.

T. Grazie della ramanzina; hai agito bene nell’esprimerti in questa maniera, ma ti faccio sapere che io stesso stavo per pronunciare le medesime parole: mi hai semplicemente preceduto.

Ringrazio i miei paesani per il museo che è stato allestito a Cellere (sbaglio o lì c’era una volta l’ammazzatoro?) e invito tutti i celleresi a giudicarmi, da oggi in poi, non dico benevolmente, ma meno sanguinario di quello che si racconta. 


 

Ora ascoltate il mio sfogo:

Gente di Cellere, ascoltate!

 

Lucia Attili fu la mϊa mamma,

ma ancor di più fui figlio di Maremma,

terra di pianto, e di risorse avara,

dura, ingrata, matrigna e tanto amara.

Essa per me fu carcere coatto

perché compii, ahimè, un gran misfatto,

per cattiveria certo non commesso,

ma sol per collera giunta all’eccesso,

nel corso d’una vita “pene e stenti”

sotto la “bava” di ricchi potenti:

stroncai la vita con armata mano

ad un solerte e cinico guardiano;

l’ingiustizia affrontai in modo errato

ed in prigione fui assicurato.

Par di vedermi ancor con le catene

strette e impietose a offender le mie vene,

desideroso ognor di libertà

che conquistai con forza e abilità.

Nell’intricata selva del Lamone

posi ben presto fissa abitazione,

con spostamenti astuti e repentini

per sfuggire ai miei avidi aguzzini.

Ebbi con me compagni di sventura,

dei quali presi con mano sicura

pieno comando e fui il condottiero

di gente disperata; ma ancor fiero

mi sento, ché al ricco il più levai

ed ai poveri e oppressi lo donai.

Dei miei amici qui non faccio il nome

perché impresso sia solo il cognome

di chi fu il grande re della foresta,

e scolpito rimanga nella testa

Tiburzi, sì Tiburzi del Lamone

incontrastato re, vero padrone;

Tiburzi, detto inver Domenichino,

scarpe grosse, però, cervello fino.

La mia materia grigia dal Lombroso

(studioso e medico assai prestigioso)

fu scrupolosamente esaminata

e di spessor notevol giudicata.

In me non corse mai sangue malato,

ma sangue solamente disperato;

lontano dalla moglie e dagli affetti

dei miei due cari e amati pargoletti,

conducendo una grama, triste vita

ad evitare ognor caccia agguerrita,

in un’eterna fuga travagliata,

nel timor di cader nell’imboscata.

Ad altra folta macchia chiesi aiuto

e divenni anche il “Re di Montauto”.

La Legge mi marcò come brigante

(appellativo tragico e umiliante),

ma io mi definii qual “Giustiziere”,

dei poveri e dei vinti prode alfiere.

Fui basso unicamente di statura,

ma per lealtà fui d’alta levatura,

così, scherzando in modo un po’ esaltante,

a definirmi vo “basso gigante”.

Trascorsi nera vita, sì tremenda

che oggi resto ancor nella leggenda;

quello che non ottenni mai da vivo

(ai piaceri ed onori sempre schivo),

dato m’è stato solo dopo morto,

e or mi sento come chi è risorto:

vivo nel cuore ognora e nella mente

di tanta brava e comprensiva gente.

Però non imitate, o Celleresi,

l’errato modo con cui io pretesi

di combattere la sopraffazione

di chi dell’altrui vita era padrone,

(pur se difesi i vinti con ardore,

e dissero che fui “Livellatore”).

Ancor ai vostri dì c’è l’ingiustizia,

ma combatterla deve la Giustizia

perché nessun di noi ebbe il mandato

di risolver questioni da privato.

Spero che chiaro giunto sia il messaggio

di chi nella sua vita non fu saggio;

sappiam, però, che quando con la morte

si raggiunge la pura ed alta Corte

avviene quel profondo cambiamento,

ch’è frutto del più vivo pentimento.

Or basta, ho detto tutto e resto muto;

Cellere, addio dal “Re di Montauto”!

 
 

Gente di Cellere, ascoltate!

 

Lucia Attili fu la mϊa mamma,

ma ancor di più fui figlio di Maremma,

terra di pianto, e di risorse avara,

dura, ingrata, matrigna e tanto amara.

Essa per me fu carcere coatto

perché compii, ahimè, un gran misfatto,

per cattiveria certo non commesso,

ma sol per collera giunta all’eccesso,

nel corso d’una vita “pene e stenti”

sotto la “bava” di ricchi potenti:

stroncai la vita con armata mano

ad un solerte e cinico guardiano;

l’ingiustizia affrontai in modo errato

ed in prigione fui assicurato.

Par di vedermi ancor con le catene

strette e impietose a offender le mie vene,

desideroso ognor di libertà

che conquistai con forza e abilità.

Nell’intricata selva del Lamone

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per sfuggire ai miei avidi aguzzini.

Ebbi con me compagni di sventura,

dei quali presi con mano sicura

pieno comando e fui il condottiero

di gente disperata; ma ancor fiero

mi sento, ché al ricco il più levai

ed ai poveri e oppressi lo donai.

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In me non corse mai sangue malato,

ma sangue solamente disperato.

Mario  Olimpieri

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