Viterbo CRONACA CON LA PROVVIDENZA

I come : Importanza (di essere Matteo)
Matteo Orfini è stato appena eletto nuovo presidente del Partito Democratico. Non credo che nella nomina abbia contato il nome “Matteo”, nome che in questo momento sembra portare fortuna, però…
Oscar Wilde si rivolterà nella tomba perché nell’intitolare questa voce ho preso senza il suo permesso l’idea dal titolo della sua celebre commedia “The Importance of Being Earnest”. Ma il richiamo è stato così forte che non ho potuto resistere. Ammetto che tale richiamo è già stato usato parecchie volte e quindi non ho scritto un’originalità e tanto meno una raffinata o intelligente citazione letteraria, e sicuramente altri ne stanno approfittando come me. Però il richiamo è questa volta particolarmente azzeccato. E spiego perché.
Matteo è nome ebraico e significa “dono di Javhè”, cioè “dono di Dio”.
Mussolini fu proclamato dal Papa Pio XI “uomo della Provvidenza”, Berlusconi affermò di avere ricevuto la stessa considerazione di “uomo della Provvidenza” da parte di don Giussani. Sappiamo come è finito male il primo e come non stia tanto bene il secondo. Ma nessuno dei due si chiamava “Matteo=dono di Dio” e probabilmente lo Spirito Santo non illuminò a sufficienza la mente dei suoi rappresentanti in terra.
Ma per Renzi è diverso. Renzi si chiama proprio Matteo e che significhi “dono di Dio” lo dice la Bibbia. Quindi speriamo bene per il nostro infaticabile presidente del consiglio.
E speriamo pure bene per gli altri importanti Matteo che sono in circolazione, cominciando da Matteo Salvini e Matteo Orfini, e (perché no?) arrivando a Matteo Messina Denaro, che Dio lo illumini e ne faccia un novello San Paolo, trasformandolo in un pentito.
E un augurio per tutti gli altri Matteo, in parlamento e fuori : che si comportino veramente come doni di Dio.
M come : Maleducazione tecnologica
Ho imparato ad accettare con francescana rassegnazione gli usi maleducati della tecnologia moderna, che si tratti di luci, suoni o frastuoni. Li accetto senza protesta né risentimento perché sono un effetto collaterale del benessere che la tecnologia ci procura. Li accetto tutti tranne uno: l’allarme antifurto che mi sveglia nel pieno della notte.
Mi riferisco all’allarme domestico rumoroso come una sirena da allarme bellico, ma anche più fastidioso perché variamente modulato.
Questa notte sono stato svegliato malamente perché un allarme domestico è entrato in azione all’improvviso e ha ululato ininterrottamente per almeno cinque minuti che mi sono sembrati un’eternità. Dopo si è fortunatamente acquietato.
Ma non sempre va così, diciamo, bene. Se va male - e spesso va male – l’ululato riprende dopo pochi secondi e prosegue all’infinito o almeno finché qualcuno interviene e lo spegne. Ma se quel qualcuno, cioè il proprietario, se ne è andato in gita e torna solo il giorno dopo?
Un mio vicino fa spesso il week end fuori casa, per cui se l’allarme suona nella notte tra sabato e domenica non c’è nessuno che lo spegne. Ha un allarme molto sensibile che si attiva per un’inezia: un tuono, un animaletto che gli entra in casa, una breve interruzione di corrente elettrica… L’ho invitato a lasciare una chiave ai vicini di casa. Mi ha risposto: “La casa è sacra e io, per principio, non mi fido di nessuno”.
Questo vicino tiene in giardino un cane nevrotico che abbaia per un nonnulla, è peggio dell’allarme, ma qui la maleducazione tecnologica non c’entra. Questa è maleducazione di tipo tradizionale.
E come : Eccesso
Ogni eccesso è dannoso, controproducente.
Lo sanno tutti o quasi tutti. Sembra che non lo sappiano certi produttori di pubblicità che affollano in modo aggressivo le pagine di internet interferendo con i loro messaggi su ciò che sto leggendo, lampeggiando fastidiosamente e saltando qua e là come diavoletti impazziti. L’eliminazione di questi intrusi richiede un clic su una ‘x’, che però talvolta è quasi invisibile o, peggio, talvolta è inefficace e bisogna uscire dal programma con perdita di tempo e di dati. Di recente sono comparsi anche messaggi senza “x”, ma questi di solito sono temporizzati e se ne vanno da soli… ma senza fretta.
Una giusta dose di pubblicità, disposta intelligentemente ai lati del testo che sto osservando, come avviene per esempio su questo giornale, non solo non disturba, ma è utile perché mi segnala delle opportunità. Con la coda dell’occhio vedo un marchio o un nome che mi resta in mente e posso richiamarlo quando mi serve. Se mi interessa un certo tipo di negozio, una pizzeria, un artigiano ecc, lancio uno sguardo panoramico per vedere se c’è e, se lo trovo, lo prendo in considerazione.
Invece la pubblicità aggressiva, invasiva, petulante crea - almeno così è per me - un senso di intolleranza e ne deriva da parte mia una reazione di rifiuto.
Per esempio, ad una signorina di call center, che mi ha telefonato per propormi di cambiare gestore telefonico, ho detto: “Non voglio neppure sentire quello che lei mi vuole proporre. Mi perdoni, non ce l’ho con lei che fa un lavoro stressante e probabilmente mal pagato, ma ce l’ho con la sua azienda che mi ha già rotto abbondantemente ‘le scatole’ invadendo continuamente la schermata del mio computer con i suoi messaggi, i quali, tra l’altro, sono gli stessi che mi hanno già rotto abbondantemente ‘le scatole’ nella casella di posta elettronica e nella pubblicità televisiva!”
Non avrei voluto usare il termine ‘le scatole’, ma un altro al maschile, molto più espressivo… ma era una signorina e, soprattutto, lei non aveva colpa.
Aggì






















