Viterbo STORIA VISSUTA
Dall’opera “Lo scrigno” di Maria Antonietta Ellebori un brano liberamente ridotto

“Il primo conflitto mondiale era già iniziato da un anno, quando l’Italia si inserì nel piano bellico e molti padri di famiglia dei poderi intorno al nostro furono richiamati.
Il fronte toccava le zone confinanti con l’Austria e la conformità del territorio obbligava ad adattarsi di conseguenza; le trincee erano scavate nella neve e tra i ghiacci, dove soltanto i muli erano utili alla bisogna.
La guerra si stava consumando senza alcun episodio che portasse alla conclusione, quando furono precettati anche quelli che avrebbero compiuto il diciottesimo anno di età entro l’anno.
Fui richiamato anch’io assieme a tanti altri come me, ancora non diciottenni, e questo mi trovò impreparato, considerato che, fino a poco tempo prima, avevo imbracciato soltanto un fuciletto di legno per giocare con i miei compagni.
Quello che mi diedero, però, era di ferro e molto pesante, e, quando sparavo, il contraccolpo mi lasciava la spalla indolenzita per tutto il giorno.
Ogni singolo muscolo del mio corpo ed ogni pensiero nell’animo erano ancora nella fase di un assestamento completo e non riuscivo a rapportarmi con gli uomini adulti … forse perché ancora non lo era l’adolescente che era in me od … ancora voleva rimanerlo.
Fare la guerra, quella vera, è tutta un’altra cosa.
Il dovere di soldato mi obbligava ad uccidere un essere umano e la mia coscienza si rifiutava, mentre sapevo che, contravvenendo agli ordini, sarei stato fucilato come disertore, come recitava la Circolare n. 1061 del 1916 del generale Cadorna.
Nell’animo rimbalzava un’accozzaglia di sentimenti, intensi ed opposti, che portava e lasciava un malessere così insistente, che nessuna giustificazione poteva ammorbidire.
Mi dicevo: “Devo uccidere degli esseri umani che non conosco, soltanto perché appartengono ad un paese avverso, altrimenti sarò ucciso io dai miei stessi compagni?”
Quasi ne fui sollevato, quando una scheggia di granata mi colpì una gamba, dilaniando il muscolo: il dolore non cancellava il disagio spirituale, ma almeno dava una pausa all’animo in subbuglio, dove le ferite erano profonde ancor più delle trincee scavate nei ghiacci.
Stetti alcuni mesi in un ospedale da campo e quella fu un’esperienza di vita ancor più traumatica dello sparare.
Vidi ragazzi monchi delle braccia e delle gambe, senza parte del volto o ciechi, intubati con l’ossigeno, quando c’era, perché avevano respirato il gas, ed ogni giorno gli assistenti liberavano decine li letti da quelli che non ce l’avevano fatta.
L’aria era gonfia dell’odore acuto del sangue vivo e del cloroformio, che si mescolava al puzzo nauseabondo delle ferite in cancrena ed ai lamenti dei poveretti, con un effetto inenarrabile.
Nell’ottobre del 1917 la notizia della disfatta di Caporetto si sparse tra i ricoverati, nei quali, al già sofferente patimento del corpo, si aggiungeva il senso di colpa per non essere stati all’altezza, anche se la verità era da ricercare nel fatto che eravamo ragazzi “mascherati” da adulti e “maldisposti” a combattere.
Una volta guarito, tornai in trincea e mi costrinsi a servire la Patria, come volevano i miei superiori e non facendomi più domande; in realtà amavo più la morte che la vita ed ero pronto a tutto, poiché, ormai, quella dannata guerra aveva violentato il mio animo e niente sarebbe stato più come prima …
Nell’ottobre del 1918, a Vittorio Veneto, partecipai all’offensiva contro il nemico che sancì la fine del conflitto con l’armistizio a Villa Giusti a Padova e la vittoria dell’Italia.
I compagni mi ritenevano un balordo se dicevo che nelle guerre nessuno è vincitore, quando gli esseri umani cadono sui campi di battaglia ed i vivi muoiono nell’animo come me”.
Il vecchio fece una pausa, inghiottì il groppo che aveva in gola e negli occhi appannati dalle lacrime appariva il tormento riaffiorato con il ricordo.
Continua la prossima settimana ….






















