Viterbo STORIA Decimo incontro con i lettori de La Città (www.lacitta.eu)
Maurizio Pinna

 

Quaderno scolastico. Veicolo di informazione

I precedenti articoli

9 - Ventennio: Fu propaganda o comunicazione? Come nei mercati azionari le “quotazioni” salgono e scendono
8 - Ventennio: Fu propaganda o comunicazione? Mussolini non ha effettuato studi specifici, eppure…

7 -
Ventennio: Fu propaganda o comunicazione? Un uomo amato e odiato, che non passò inosservato
6 - Ventennio: Fu propaganda o comunicazione? Gli errori restano errori, così come il bene resta il bene

5 - Ventennio: Fu propaganda o comunicazione? Dal Ventennio a oggi nulla è cambiato

4 - I bombardamenti sembrano una festa. Ma è propaganda militare
3 - I bombardamenti su Viterbo. Incursioni aeree di febbraio 1944
2 - La persecuzione degli ebrei
1 - Bombardare Viterbo! 1943-1944. Un volantino rarissimo svela i metodi della propaganda

Sin dalle prime righe di questo argomento, il lettore sarà portato inevitabilmente a fare un confronto tra la situazione che stiamo vivendo nel tempo presente e quanto dichiarava allora il capo del Governo Mussolini.
E questa tendenza a fare dei paragoni con la nostra epoca, con i nostri politici, con gli attuali metodi e mezzi di comunicazione la conserveremo fino alla fine degli argomenti che seguono.

 

 Il consenso a Mussolini fu spontaneo

Quaderno scolastico. Veicolo di informazione

Secondo i tecnici della moderna comunicazione, appare assodato che Mussolini non si affermò con l’uso della forza, ma attraverso il consenso spontaneo delle masse. Ciò non toglie che la persuasione esercitata dal Duce fu costrittiva, non essendoci alternative.

Mussolini non accettava di buon grado il marchio di dittatore, perché non si riteneva tale. Tuttavia, ben consapevole di ciò che pretendeva con irremovibile fermezza, disse: «Molto territorio, molta libertà; piccolo territorio, piccola libertà (…) in Italia il territorio è ristretto e la razza vivace (…) le strade per quanto si allarghino e si allunghino rigurgitano sempre di folla. Quarantadue milioni di italiani si dan di gomito, quasi scolari in collegio o coscritti in caserma. Il più indisciplinato popolo, il più individualista della terra, se vuol campare senza intollerabili frizioni e pestaggi, deve in qualche modo assoggettarsi a regolamenti da camerata e da dormitorio. Non è facile, non è piacevole. Ma purtroppo è necessario» (M.Sarfatti, DVX, p. 289).

Successivamente, nella necessità di chiarire ulteriormente il pensiero, da qualche parte inteso come una repressione della sacra libertà, Mussolini aggiunse che negava la libertà, se la libertà consiste nel turbare a capriccio la vita della nazione, e nello sputare sui simboli religiosi e patriottici. (M.Sarfatti, DVX, p. 292).

Nel citato libro, la Sarfatti, p. 173, esprime il suo pensiero in merito all’obbedienza al Duce: «L’italiano non è un astrattore; popolo di vecchia civiltà storica non crede alle entità cerebrali ma solo agli uomini. Perciò, eccellente soldato e seguace fedele a patto di trovare un vero Capo: fanatico di lui, sino alle dedizioni supreme. Le stesse degenerazioni criminose, la camorra, la mafia, e l’omertà, provano questo istinto idolatro, capace di produrre eroi».

Con il suo stile, quindi, aveva deciso di portare avanti il suo programma per una Italia forte e rispettata nel mondo.

Quel programma prendeva parte da una sua idea di Patria, e questo è importante per comprendere che Mussolini non dovette capire o adeguarsi al programma di altri, bensì mettere in pratica un progetto derivante da un suo personale trascorso politico formatosi tra i socialisti e approdato nel fascismo.

Avendo, quindi, egli ben chiaro l’obiettivo da raggiungere, non esitò un istante a mettere in campo la sua arma più potente, incontrastabile, che non temeva rivali e che ancora oggi rappresenta qualcosa di carattere eccezionale: quest’arma, micidiale per la potenza che è capace di sprigionare e per i risultati che consente di conseguire, è la comunicazione.

Diversamente, se la sua arma così potente fosse stata da fuoco, non si sarebbe parlato di consensi sottratti con astuzia o spontanei o derivanti da pura condivisione di idee, bensì si sarebbe trattato di pure costrizioni con violenze perpetrate ai danni della popolazione, ed il regime avrebbe assunto ben altri connotati tipici dei veri regimi dittatoriali repressivi a tutti ben noti.

Regimi che nulla hanno a che fare con il concetto di «Andare verso il popolo», ribadito continuamente da Mussolini, nonostante una necessaria limitazione della libertà, quando male interpretata.

 

C’era chi creava i consensi e chi li distruggeva

Forme violente per ottenere consensi, riconosce Ceserani, non avvennero. Ci furono, invece, casi isolati provocati dall’eccesso di potere e dall’esaltazione di alcuni uomini del regime, affetti da manie di protagonismo, interessi o frustrazioni personali, che esercitavano arbitrariamente atti di violenza.

Gesti condannati da Mussolini, che tuttavia non sempre riusciva a prevenire e contrastare, ma che non possono essergli attribuiti se veramente vogliamo ritenere il Duce un cultore della comunicazione, un esperto, quindi, che non poteva scivolare ingenuamente su errori così barbari, vista la minuziosa e colossale attività messa in campo per accrescere il suo consenso.

 

Mussolinismo e fascismo, una selezione naturale

Questo fenomeno, vedremo più avanti, portò successivamente a diversificare il consenso tra “mussolinismo” e “fascismo”, con ampio successo per il primo e sempre maggiore distacco della gente per il secondo.

 

L’importanza della propaganda si manifesta in trincea

Fu lì, afferma Ceserani, che Mussolini apprese l’importanza della comunicazione, attraverso volantini e giornali di propaganda disfattista, esercitata dall’Esercito Austriaco: «Le truppe sfiduciate, venivano martellate da una propaganda intensiva e condotta con efficacia, che invitava i combattenti a disertare e ad accettare il buon nemico austriaco». L’attività propagandistica austriaca, poi, subiva analoga attività controinformativa e altrettanto propagandistica da parte delle altre forze avversarie in campo. In quel caso, come nel copione ripetuto in maniera molto più amplificata durante il Secondo conflitto mondiale, l’obiettivo era quello di attirare e condizionare le masse di cittadini e militari, esercitando, con ciò, una guerra psicologica.

Una guerra psicologica che si è ripetuta negli anni 1939 – 1945, sia da parte degli Alleati, sia da parte della Germania nazista, ma che data la sua complessa strategia e quantità di atti esercitati sulle popolazioni coinvolte, non mi è possibile condensare in questo libro, se non con questi brevi accenni.

È sorprendente scoprire cosa riuscì a concepire la propaganda per alimentare il consenso, trasmettendo quel senso di appartenenza che faceva gridare forte a ciascun italiano «Presente!» Una parola sola per dire: «Io ci sono, conta su di me. Non desidero

sedere tra gli spettatori, ma voglio partecipare da protagonista nei cambiamenti che faranno grande l’Italia».

In ogni attività, specie quella industriale e produttiva, il successo è dato dall’intuito, dalla capacità, cioè, di concepire una buona idea e dalla capacità di realizzarla, veicolandola poi tra il pubblico attraverso un impeccabile piano pubblicitario – propaganda – al fine di renderla desiderabile dalla massa o da una elite di persone; ed il prodotto non deve necessariamente essere utile e indispensabile, ma se lo fosse, sarebbe tanto meglio.

Queste capacità, Mussolini, le possedeva in pieno e possiamo riassumerle con una sigla che appartiene ai ricordi della mia iniziale formazione militare: COC (Concepire, Organizzare, Condurre).

 

I dischi in vinile con i discorsi del Capo del Governo

Grammofono La Voce del Padrone. 1925-1931. Costo 675 lire

Nel piano di propaganda fascista vennero incisi e venduti i dischi in vinile a 78 giri, per consentire agli italiani di ascoltare in casa, con i grammofoni a manovella, fissi o portatili, le registrazioni dei discorsi del Duce.

Perché questo oggi non sarebbe possibile? Ma semplicemente perché a parlare sono in molti e c’è crisi anche per i cantanti, poi perché i discorsi sono privi di idealismo, di valori, spesso non sono comprensibili e affascinanti, i fatti non seguono le promesse e quindi la massa non prova alcuna emozione nell’ascoltarli una seconda volta, gli scandali sono infiniti, l’esempio non è educativo, il mercato discografico, in sostanza, oggi offre di meglio.

Nonostante ciò resta il fatto che la massa della popolazione ha necessità di credere e di sperare, e chiede di essere guidata, possibilmente, con umana, responsabile e produttiva considerazione. Tutti elementi che teoricamente rientrano in un Governo democratico, ma che troppo spesso la gente percepisce come distanti, assenti, impossibili da ottenere.

Ed è proprio sulla necessità di credere e sperare della gente comune che vivono e vegetano, tra i politici più seri, impuniti millantatori.

Soggetti alla guida di piccole o grandi realtà di Governo che creano, al tempo stesso, oltre ai danni economici e sociali, un danno d’immagine nei confronti dei loro colleghi che operano con un più sincero spirito di servizio, ed ancora più grave, un danno d’immagine all’Italia stessa.

 

La radio ed il cinema fecero la loro parte, ma con quali risultati?

Qui darò un brevissimo accenno a quella che fu la produzione cinematografica che iniziò a fornire il suo contributo propagandistico nel 1935, poiché prima di tale data l’importanza della pellicola, come mezzo di comunicazione, non fu ben compresa dal regime.

Nonostante la buona intuizione di Mussolini di realizzare gli Studi di Cinecittà a Roma, inaugurati il 21 aprile 1937, e la Scuola Sperimentale di Cinematografia “Philip Cannistraro”, Ceserani, studiando la propaganda esercitata durante il Ventennio, giudica negativo il successo ottenuto dal regime attraverso il cinema, attribuendo le colpe ai censori governativi, i quali: «(...) impedirono che gli italiani trovassero sullo schermo temi e valori indesiderati».

Tra i film da ricordare è da citare “La battaglia del grano”, per proseguire a rilento rispetto alla diffusione della radio, con “Era dei telefoni bianchi”, film definito d’evasione, per poi ritornare ai prodotti d’ispirazione fascista come “Il Decennale”, “Camicia Nera”, “Sole”, “Luciano Serra Pilota”, “Vecchia Guardia”, “I Condottieri”, “Scipione l’Africano”, quest’ultimo prodotto nel 1937, e “Un pilota Ritorna”, girato a Viterbo nel 1941.

Il regime, dal canto suo, nel 1941 istituì il Comitato per il cinema di guerra e politico, con il compito di produrre film, documentari e spettacoli dai temi militari. L’obiettivo fu centrato, tanto che alla biennale di Venezia del 1942, il film “Bengasi”, di Augusto Genina, vinse il premio “Mussolini” per il miglior film italiano in concorso, e la coppa “Volpi”, per l’interpretazione di Fosco Giacchetti. Per realizzare le scene di “Bengasi”, negli Studi di Cinecittà fu riprodotto un intero quartiere della cittadina libica, colonia italiana.

Inoltre, data la mediocrità dei film prodotti dagli altri Paesi in gara, la cinematografia italiana vinse un secondo premio con “Alfa Tau”, di Francesco De Laurentis.

Gli altri film celebri in quel periodo, furono: Giarabub, girato in Libia nel 1942 da Goffredo Alessandrini; Treno crociato, di Carlo Campogaliani; Quelli della Montagna, di Aldo Vergano, dedicato ai reparti degli alpini; Marinai senza stelle, di Francesco De Robertis, in montaggio durante il giorno dell’Armistizio e prodotto in una nuova versione a guerra finita, utilizzando le riprese delle scene verificatesi in seguito alla resa italiana.

Nella prossima uscita completeremo il capitolo “Propaganda o comunicazione?” con:

-       Fu un consenso di qualità o di superficialità?

-       Un uomo da sempre osservato e studiato

-       Un mito notevole nella sua epoca

-       Il miracolo della puntualità, della cortesia e dell’efficienza

-       Gian Paolo Ceserani, un professionista obiettivo

Maurizio Pinna

(Fonte e riferimenti bibliografici: Viterbo dal fascismo alla guerra con uno sguardo ai giorni nostri, Maurizio Pinna, 2011).

 

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