Viterbo CINEMA
Andrea Stefano Marini Balestra  

Maximiliano Hernando Bruno

       Ci voleva un registra argentino Maximiliano Hernando Bruno, di chiara origine italiana, ma lontano dalle passioni nostrane quindi osservatore lucido della storia recente per dirigere una pellicola che narra episodi tragici del nostro prossimo passato.

         Si tratta della “pulizia etnica” perpetrata in Istria e Dalmazia dalle bande comuniste del m.llo Tito dopo la disfatta bellica del 1943 e precisamente all’indomani dello sciagurato intempestivo armistizio del 8 settembre 1943.

         Senza le non sopite ragioni o non ragioni di noi che degli episodi avvenuti nel martoriato territorio italiano abbiamo dato, diamo e stiamo continuando a darne una connotazione politica, il regista argentino (classe 1977), quindi ormai un narratore storico “puro”, rappresenta il suo racconto nella sua vera veridicità.

         Infatti, traendo occasione dallo sbandamento dell’Esercito Italiano, ben rappresentato nel film dal personaggio Gen.Esposito ed altrettanto quello politico rappresentato dai ragionamenti dal gerarca fascista del luogo, si dimostra che le bande partigiane titine non tanto avevano interesse a propagare la loro ideologia politica quanto cancellare la cultura latina ed il popolo italiano presente su quei territori prima colonizzate dai romani, poi sempre, per secoli, amministrate dalla Serenissima Repubblica di Venezia.

         L’ottima interpretazione di Franco Nero nella persona del prof. Ambrosin in un tratto del film narra come durante l’Impero Romano e quello della Repubblica di Venezia, le popolazioni slave e latine convissero in pace e concordia e che soltanto nel 1943 sorse un odio razziale verso gli italiani che quelle terre avevano sempre abitato, coltivato e rese feconde per ricchezza e cultura.

         Il leit motiv del film, quindi, non è la contrapposizione tra fascismo e comunismo che pure sembrerebbe esserci, ma solo fanatismo degli slavi verso i diversi loro vicini di geografia: cioè gli italiani. Non un panegirico dei fascisti, anzi, e nemmeno la santificazione dei comunisti, solo narrazione di una pulizia etnica perpetrata con cura.

         Del resto, lo abbiamo visto, dopo lo sfascio della nazione jugoslava, il concetto di pulizia etnica è stato puntualmente applicato, così dimostrando il carattere particolare delle genti slave che già impressionarono gli storici romani e fecero dire ad uno slavo d’eccellenza come San Girolamo: Parce mihi Domine, quia dalmata sum.

         Il racconto del regista Bruno non è quindi per riaprire ferite e rinfocolare odi, ma solo dimostrazione di ciò che avvenne e come tanti altri autori di film storici ha voluto portare a conoscenza il vero dei fatti verificatisi in Istria senza veli, reticenze dopo che per decenni era calato un imbarazzante silenzio.

         Ritengo che i silenzi sulle tragiche vicende del 1943, continuate anche sino a guerra finita e cioè sino al 1946, furono non tanto voluti da chi, come, per es. i comunisti nostrani, che in parte epigoni dei partigiani rossi, volevano l’eliminazione fisica degli avversari, o di altri moderati, che vedevano nei misfatti commessi il tradimento della sbandierata pace tra i popoli. Quindi, l’ordine “dimenticare”, era obbligo.

         Ma perché il nostro Governo nato dopo la Guerra abbia voluto stendere un velo la spiegazione è certamente un’altra. E’ stata una motivazione di geopolitica dovuta alla spartizione dell’Europa dopo Yalta. Le potenze vincitrici della 2° Guerra mondiale, “amichevolmente” avevano spartito il territorio europeo: da una parte la Unione sovietica dall’altra gli Stati Uniti d’America. Certamente il presidente americano Roosevelt, il primo ministro Churchill ed il dittatore Stalin sin da quel giorno non si fidavano reciprocamente e d’accordo tra l’Italia ed i paesi della “Cortina di ferro” interposero uno stato cuscinetto: la Jugoslavia retta da Josip Broz, detto Tito.

         Nella spartizione a tavolino, l’Italia toccò agli Stati Uniti, anche se per ottenere Trieste italiana occorsero altri otto anni solo per la preveggenza del Foreign office britannico che per evitare che un porto fondamentale dell’Adriatico finisse “al nemico” lo tolse a Tito, però, proprio perché quest’ultimo con la sua nazione che dimostrava autonomia anche ideologica dall’URSS, era “utile” alla conservazione della pace, non fu mai toccato e reso responsabile delle stragi commesse dai suoi uomini verso la popolazione italiana.

         Certamente, Tito, se non fosse stato a capo di uno stato che poteva essere di aiuto sia all’uno che l’altro dei contendenti della “guerra fredda” sarebbe stato processato per crimini di guerra e fucilato.

         Certamente crediamo che i nostri governi passati sin dagli anni ’50 abbiano cercato di dire la verità sui fatti dell’Istria, quindi della eliminazione fisica degli italiani in modo brutale perché fatti morire nelle foibe, della occupazione dei loro beni e quant’altro, però, non era politicamente corretto parlarne.

Chi si lamentava perché a Trieste venne restaurata la Risiera di San Saba e non si parlava di foibe veniva azzittito come neofascista.

         Dopo la fine della “guerra fredda” gli americani hanno consentito che delle stragi commesse dal loro accarezzato per decenni m.llo Tito se ne potesse finalmente parlare. Tito era morto e la necessità di uno stato interposto tra il Patto di Varsavia e la NATO non c’era più.

         Siamo ai giorni nostri.

La terribile fine di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana trucidata dopo essere stata violentata dai partigiani titini, è stata già ricordata ed ad essa alla memoria venne dal Presidente della Repubblica Ciampi concessa la Medaglia d’oro al valor civile.

Oggi la sua storia famigliare è stata magistralmente narrata nel film RED LAND (Rosso Istria).

Ne consigliamo la visione, in particolare ai giovani delle scuole.

Non c’è solo da visitare i campi di sterminio nazisti, a meno chilometri di distanza ce ne furono altrettanti.

 

 

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