
Andrea Stefano Marini Balestra
Un monologo di Sebastiano Lo Monaco, siciliano verace come il drammaturgo Luigi Pirandello, anzi quasi suo sosia, ci ha intrattenuto e stregato nel racconto che narrando la sua infanzia nella natia Floridia (Siracusa), la passione per il teatro ed il diploma alla Silvio d’Amico lo ha portato alla ribalta dei più grandi teatri di prosa italiani.
Con disinvoltura e semplicità, Lo Monaco dopo aver recitato il canto V dell’Inferno di Dante, quello di Paolo e Francesca, senz’altro il più toccante dell’intera Divina Commedia, ha notato come le strofe dantesche siano state scritte in italiano puro, proprio quello che oggi, ancora dopo 160 di unità nazionale, non è parlato da tutti.
Scherzosamente, sempre lo Monaco disse che quando fu mandato a scuola a 5 anni, scelse come lingua straniera l’italiano in quanto lui ed i suoi genitori parlavano solo in siciliano. A questo punto si è parlato di Pirandello, delle sue opere segnate dal disincanto che le contrassegna come la figura del suo autore nella sua sfortunata vita famigliare.
Aneddoti della vita del grande drammaturgo di Girgenti che mai avremmo potuto conoscere se non da Lo Monaco che lo ha studiato profondamente, anzi, diventandone quasi una reincarnazione, perché le sue interpretazioni dell’opera pirandelliana sono ritenute al vertice della critica proprio per quella simbiosi attore con l’autore che esiste tra loro.
Dalla sua narrazione esce una figura di Luigi Pirandello intima, delicata ed ironica anche un po’ diversa dai suoi personaggi cosi contorti negli atteggiamenti della vita.
Un’ora e mezza di tuffo nel nostro recente passato letterario nazionale frutto di un massimo autore di teatro di prosa del 900 che ottenne, tra i tanti riconoscimenti internazionali anche un premio Nobel per la Letteratura nel 1934, due anni prima della sua morte.
