
Gennaro Abatemaggio detto o’ Cucchieriello
GIACOMO EMILIO CARRETTO (13-1-1939 / 10-1-2015)
Questa storia narra qualcosa di due pericoli dalla diversa natura, camorra e colera, che nel 1911-1912 contribuirono a terrorizzare tanti viterbesi.
Narra, quindi, del famoso processo Cuocolo, del primo maxi-processo, allora si disse mastodontico, contro la camorra, prototipo per tanti eventi successivi, il cui presidente aggiunto fu Giacomo Carretto.
Giacomo aveva 48 anni quando, all’inizio del marzo 1911, giunse a Viterbo per cercarsi un alloggio: doveva trovarlo solo a Bagnaia. Nel suo primo incarico, nel 1888, era stato pretore in Sicilia, a Villalba, e il suo primo contatto con il meridione, specie al passaggio da Napoli, fu molto difficile. A riconfermare una complessa unità culturale mediterranea, che sarebbe importante non dimenticare, il suo incontro fu stranamente simile a quello, nel 1921, di un segretario ottomano che accompagnava una principessa albanese-egiziana di cultura turco-islamica. E simile sarà la successiva comprensione di far parte di una stessa famiglia.
Il giovane pretore era dunque uno dei tanti settentrionali che, con l’unità d’Italia, si trovarono a risolvere problemi del meridione, ma senza alcuna preparazione per affrontare quel mondo in apparenza tanto diverso. Sarà, la loro, una difficilissima iniziazione allo Stato unitario, lasciati soli a risolvere i propri e gli altrui problemi, soli con le proprie capacità, i propri giudizi e pregiudizi.
Giacomo nacque a Mondovì nel 1862 da Carlo Carretto e Nicoletta Muzio, ma era e si sentiva di Bardineto, sulle Alpi liguri, un mondo appartato. Ancora oggi, in epoca di generale omologazione, sul mare a Finale, Imperia o Albenga, si può sentir parlare di quelli di lassù come di qualcosa di diverso: è questo, il contrasto fra pianura e montagna, che ritroviamo in tutto il Mediterraneo. In Sicilia, a Taormina o a Giarre, parleranno nello stesso modo di quelli di lassù, della Montagna.
I Carretto si dedicavano all’agricoltura e alla religione, i Muzio alla legge e, nel XIX secolo, alle guerre dell’indipendenza italiana. Ma certo i luoghi lontani, esotici di cui parlavano i tanti libri di viaggi, fra XVII e XVIII secolo, conservati nella biblioteca di famiglia, erano per loro più reali di un sconosciuto meridione d’Italia.
Giacomo pensava a una carriera universitaria, scriveva poesie e nel 1881 pubblicava un poemetto, nel quale intrecciava l’amore che governa la natura con il suo amore per la bruna Clara, ottenendo una lettera gentile da De Sanctis, maggiori soddisfazioni dal commento di Edmondo De Amicis, e la reazione più soddisfacente, quella di Giuseppe Giacosa, che riusciva a scrivere malgrado i dolori reumatici e i postumi di una caduta dalla carrozza. Ma poi per sposare la bionda Federica, o Fedda come la chiamava, accettò l’incarico in Sicilia, e dopo nuovi compiti nei tribunali di Sarzana, Cavour e Roma, venne proposto per il processo Cuocolo. Accettò dopo molte incertezze.
Gli amici dicevano che era silenzioso, ma ora, a Viterbo, quel silenzio diveniva un dovere, perché avrebbe agito, parlato solo se il presidente, Giuseppe Bianchi, avesse trovato qualche impedimento, naturale o per colpa della terribile camorra. Giacomo finì, in questo modo, per annoiarsi, angosciarsi e, grazie alla cucina viterbese, ingrassarsi di cinque chili.
A Viterbo si era portato alcuni quaderni, di quelli neri usati a scuola dai figli.
Vi avrebbe segnato uno schematico promemoria, con le fasi principali di ogni udienza, e continuò, seriamente, a prendere i suoi appunti dall’11 marzo 1911 al 5 luglio 1912, riempiendo sette quaderni. Ma a un certo punto, alla 53ª udienza, il 17 giugno 1911, avrebbe cominciato a scarabocchiare sul quaderno, accennando un disegno, il copricapo dei giudici, poi uccelletti in gabbia, in fuga dalla gabbia, infine soggetti più complessi, spesso colorati e accompagnati da poesiole satiriche.
Ogni giorno percorreva otto chilometri a piedi, e nel caldo estivo si era a volte fermato, sedendosi su qualche basso muretto, all’ombra, per abbozzare un pupazzetto. Aveva sempre invitato i due carabinieri, che lo seguivano, a ripararsi anch’essi, ma questi rimanevano costantemente immobili, al sole: non ne aveva mai compreso il motivo, aveva tuttavia rinunciato a quelle piacevoli soste, disegnando solo a casa.
Ma pensiamo un momento all’effetto del trasferimento in massa, nella tranquilla cittadina laziale, di imputati, testimoni, curiosi, giudici, carabinieri, giornalisti italiani e stranieri, lo stesso esercito in funzione d’ordine pubblico, perché i pericoli paventati erano misteriosi e paurosi. Per tutti, in Italia, divenivano familiari espressioni in un napoletano più o meno fantasioso, e tutti parlavano dei nuovi camorristi, interessati solo al denaro, dei picciotti e degli antichi guappi, dei loro duelli rusticani, zumpate e dichiaramenti.
I terrori derivavano dal pauroso potere della Bella Società Riformata e dal colera: per ambedue c’erano precedenti. Già nel 1880, come ricorderà il Pubblico Ministero Giovanni Santoro, a Viterbo si era tenuto un altro processo, sempre per una condanna mortale del tribunale camorrista, e dopo pochi anni nuovi terrori, per le epidemie del 1884-1885. Nel 1911 contro il colera, dal meridione diffuso in tutta Italia, la prefettura prendeva efficacissime misure preventive, ma ora si temeva che l’epidemia, con tutto quell’afflusso di gente da Napoli, sarebbe arrivata anche in città.
Anche a Tarquinia, che già nel 1907 aveva vissuto una grave epidemia di febbre tifoidea, venivano prese severe misure preventive. Dal 1909 il Ministero dell’Interno aveva comunicato al sindaco che in Russia si espandeva un’epidemia colerica, e l’anno dopo avvertiva di controllare chiunque giungesse da questo paese o dall’Austria-Ungheria. Dopo l’ispezione, ordinata per il gennaio 1911 dal Medico circondariale-Commissario prefettizio, il sindaco di Tarquinia faceva affiggere un manifesto nel quale si prendevano le seguenti disposizioni:
- I generi alimentari dovevano essere protetti da polvere, mosche e contatti contaminasi, vietando di involgerli in carta scritta, stampata o comunque usata.
- Entro 20 giorni dovevano essere imbiancati e riparati spacci, osterie, locande, rivendite pubbliche, mentre le abitazioni dovevano avere acquai e cessi prescritti da regolamenti.
- Le stalle dovevano venir imbiancate annualmente.
- Era proibito lavare, negli abbeveratoi riservati agli animali, erbaggi, derrate e utensili di qualsiasi specie.
- Bisognava sgombrare, ogni giorno, cortili, rimesse e stalle dal letame e da altre sostanze che infettassero l’abitato, e il materiale così rimosso doveva essere portato, prima delle ore 8, fuori città a una distanza dalle mura di almeno 500 metri.
- Era vietato agli ortolani di irrigare orti e lavare erbaggi con acque immonde, come quelle dei rifiuti domestici, del liquame delle fogne e degli scarichi dei lavatoi, come era vietato trasportare erbaggi su carri per il trasporto del letame.
- Erano proibiti i depositi di stracci, ossa, pelli, grassi di animali all’interno della città.
- Era proibito tenere maiali in città o nei pressi fino alla distanza di 500 metri.
- Era vietato gettare acque immonde nelle strade e di lordarle con escrementi umani.
Il 5 marzo 1911 l’ufficiale sanitario comunicava al sindaco le disposizioni per le quali il Lazzaretto, la casa contumaciale e i locali per la disinfezione dovevano essere collocati nel Ritiro dei Passionisti (Eremo della Bandita di S. Pantaleo), rendendo idonei i locali. Lodava le disposizioni per allontanare i rifiuti di 500 metri, perché l’attuale distanza di 300 metri riempiva la città di cattivi odori e miliardi di mosche. E l’ufficiale sanitario commentava:
«È da eloggiare altamente la S.V. che ha riconosciuto tali provvedimenti di una necessità e di un’urgenza assoluta; mentre certamente si eleverà contro il coro degli ignoranti, dei maldicenti, dei scribacchini, che mentre ora protesteranno contro le spese, che il Comune dovrà incontrare, e contro le misure profilattiche, sarebbero i primi ad inveire contro l’Amministrazione comunale se tali provvedimenti in caso di un’epidemia colerica od anche di qualche caso importato non fossero presi.»
Era tempo di transumanza ed era tale la paura che il sindaco chiedeva perfino il foglio di via per coloro che giungessero in paese da zone solo sospette, tanto che il Sottoprefetto del circondario di Civitavecchia, il 17 settembre 1911, rispondeva che «non dovranno poi tollerarsi in modo alcuno misure vessatorie e non consentite dalle vigenti disposizioni di legge contro le provenienze da altri Comuni». Misure eccessive, ma sembra efficaci, anche se, il 5 novembre dello stesso anno, il sindaco veniva avvertito che i dieci «contumaciali protestano per prolungato isolamento ed intendono di lasciare anche violentemente il Lazzaretto»: malgrado i divieti, emessi ad personam, una fuga si verificava il giorno successivo.
Non sappiamo quanto si estese, fuori Viterbo, la paura di infiltrazioni camorristiche. Ma certo i territori da esse generati e il nome del luogo dove fu ucciso Gennaro Cuocolo, Cupa Calastro, scogliera vicino al mare proprio dietro il macello, appariva anche troppo adatto a un misterioso delitto da feuilleton. Si temeva perfino la Mano Nera, visto che il famoso Joe Petrosino era stato ucciso nel 1909 a Palermo, e si tremava per le immaginate vendette, per quell’immaginato, pauroso intreccio di organizzazioni segrete che si scambiavano messaggi attraverso l’oceano. Così nel 1911 si rifiutavano gli alloggi ai nuovi arrivati, specie agli avvocati difensori, chi poteva, abbandonava la città, e alcuni colsero l’occasione per scappare in vacanza all’estero. E nessuno voleva fare il giurato, anche se poi i prescelti saranno orgogliosi del loro compito storico.
Giacomo, mentre cercava dove andare a dormire, pensava agli appunti presi in Sicilia, sotto l’influenza di Fedda e della lettura di Pascal, per trovare una legge di gravitazione delle anime, perché in certe vite si riscontrano perturbazioni e cambiamenti che segnalano la presenza di un’influenza ignota, di una persona della quale con determinati elementi si potrebbe stabilire la forza di gravità, proprio come le perturbazioni nell’orbita di un corpo celeste possono rivelare la presenza di un altro, invisibile. Ora quella legge dimostrava il proprio potere, con l’influenza di eventi e persone che, fino a poco tempo prima, Giacomo avrebbe ritenuto del tutto estranei.
La sera del 5 giugno 1906 al quinto piano del numero 25 di via Nardones a Napoli, proprio di fronte alla Questura di San Ferdinando, veniva assassinata Maria Cutinelli, ‘a Bella Surrentina, sposa di Gennaro Cuocolo. Venne trovata uccisa dai colpi di una lama triangolare, in camicia da notte, intorno astucci vuoti per gioielli e sangue, anche nel lavandino della cucina dove qualcuno si era lavato le mani. Maria dalla bellezza giunonica, tanto apprezzata dai giornalisti di allora, anche se oggi il nostro giudizio sarebbe molto meno lusinghiero, prima di sposarsi aveva avuto un negozio di crusca e carrube nel Vico Rotto San Carlo (poi angiporto Galleria Umberto I), esercitando inoltre la prostituzione. Potremmo pensare che ai giornalisti, per il loro mestiere, facesse comodo inventarsi il corpo bellissimo riverso sul letto, ma restiamo stupiti quando anche Giacomo, nelle sue vignette satiriche, definisce una delle due imputate, Maria Stendardo, appetitosa come una tacchina: possiamo solo ritenere che i gusti, almeno quelli, sono da allora proprio cambiati.
Intanto la Polizia di Torre del Greco, in contrada Cupa Calastro, trovava il cadavere di Gennaro Cuocolo con ancora in mano un coltello, colpito da quarantasette pugnalate sempre di una lama triangolare, mentre un colpo di rasoio gli aveva tagliato il labbro.
Si disse subito che si trattava di delitti parigini, più adatti a un romanzo di Emile Gaboriau che a un ambiente napoletano, e d’altronde, presto, sarebbe apparso un locale Monsieur Lecoq, dai metodi ancor più disinvolti, nelle vesti di un capitano dei carabinieri. L’omicidio darà a Giacomo l’occasione per disegnare due pupazzetti con un tocco di humour nero.
La Polizia all’inizio sospettò di un gruppo di malviventi che, la sera dell’omicidio, si trovavano vicino Cupa Calastro, a cenare con un capitone di cinque chili da Don Mimì a Mare, un locale lodato anche da Caruso per i suoi spaghetti. Erano i fratelli Ciro e Enrico Alfano, quest’ultimo detto Erricone, Giovanni Rapi, Don Giovanni o’ Maestro, Gennaro Ibello, ‘o Fraulese, e Gennaro Jacovitti. Ma poi le indagini presero una diversa strada, seguendo le dichiarazioni del padrino di Erricone, Don Ciro Vitozzi cappellano del Cimitero, considerato un associatore, ossia persona in grado di agire da tramite fra il popolino e il potere. Vennero accusati Tommaso De Angelis, soprannominato la Francesca, e Gaetano Amodeo, detto Amodeo, i quali avrebbero ucciso i coniugi Cuocolo: Gennaro, infatti, era un basista, ossia si dedicava, insieme alla moglie, a studiare i colpi, per affidargli agli esecutori materiali, occupandosi poi della ricettazione, spesso ingannando i compari nella spartizione del bottino.
Ma i Carabinieri ripresero la pista abbandonata dalla Polizia. Si diceva che lo stesso Duca di Savoia avesse voluto il loro intervento, stanco delle ingerenze di camorristi negli ambienti della Napoli bene. Infatti personaggi come Erricone, Don Giovanni o’ Maestro, Gennaro De Marinis, detto o’ Mandriere, riuscivano a frequentare il bel mondo, sfruttando i prestiti a usura, la passione di molti per il gioco d’azzardo, e facendo perfino i galanti con le signore, forse con la stessa Duchessa d’Aosta.
Così il capitano Carlo Fabroni, aiutato dai marescialli Capezzuti e Farris, si sentì investito della missione di eliminare la camorra, basandosi su un pentito, come diremmo oggi, ossia un detenuto per truffa Gennaro Abatemaggio detto o’ Cucchieriello, di 23 anni, che era stato cocchiere di De Marinis. E quest’ultimo rivelò che il tribunale della camorra, la sera del 26 maggio 1906 riunito nella trattoria di Coppola a Bagnoli, sotto la presidenza del capo in testa formale, Luigi Fucci o’ Gassusaro, e del capo effettivo, Erricone, aveva deciso la soppressione di Gennaro Cuocolo, accusato di sgarro e infamità da Luigi Arena, o’ Coatto, e dallo stesso De Marinis.
Da questo momento le cose si complicano, formando un inestricabile groviglio di interessi, anche politici. Vi furono processi contro la Questura, trasferimenti di funzionari, suicidi, infarti, esaurimenti nervosi e carriere spezzate.
Vi furono gravissimi dubbi espressi dal P.M., il conte Leopoldo Lucchesi Palli, allora Abatemaggio fece nuove rivelazioni, ammise di aver mentito per salvarsi, ma ora, nell’interesse generale e contro quello personale, indicava Rapi: questi, per eliminare il pericolo di essere accusato di ricettazione dai Cuocolo, con l’aiuto di Nicola Morra, ‘o Puzzulaniello, aveva richiesto l’uccisione di Gennaro, convincendo anche De Marinis che, insieme ad Arena, desiderava solo una punizione. Gennaro sarebbe stato attirato a Cupa Calastro con la scusa di organizzare un nuovo furto, e la chiave, presa dalla sua tasca, sarebbe servita per introdursi nel suo appartamento e assassinare la moglie.
Nel 1911 alle Assise di Viterbo, dove era stato spostato il processo per legittima suspicione, vennero processate 43 persone con varie imputazioni, fra le quali l’associazione a delinquere per tutti i partecipanti alla riunione di Bagnoli. Esecutori materiali dell’omicidio di Gennaro Cuocolo sarebbero stati Morra, Mariano Di Gennaro, o’ Diciassette, Corrado Sortini, Sannicola, Antonio Cerrato, Totonno Mezzapalla, e dell’omicidio di Maria lo stesso Sortini e Giuseppe Salvi, Peppe ‘o Curto. Vennero accusati di essere i mandanti Erricone e il fratello Ciro Alfano, o’ Giretiello, Ferdinando De Matteo, ‘o Piscione, Gennaro Ibello, Rapi e De Marinis.
Durante la 146ª udienza del 19 novembre 1911 Giacomo in un disegno rappresentava lo smantellamento delle confessioni di Abatemaggio. Era infastidito da quel processo, dove ormai sulle norme di legge predominavano interessi politici, pubblici umori e malumori. Quando era pretore in Sicilia aveva affermato di preferire mille volte che un reo sfuggisse alla giusta pena, piuttosto che un innocente finisse in prigione. E nel 1892, nella sua prima pubblicazione giuridica, parlò di un’infezione morale che aveva colpito alcuni ragazzi di Bibiana, portandoli a compiere reati, scrivendo poi di un’epidemia rivoluzionaria nei fanciulli, del maggio 1898, rimasta inedita. Dava, quindi, una particolare importanza alla figura complessiva del delinquente, potremmo dire alla sua forma, più che al singolo reato.
Il lavoro venne segnalato da Cesare Lombroso in una recensione, anche se Giacomo aveva ammesso che la misurazione dei crani non aveva dato risultati utili. Confessava anche che, tutte le volte in cui aveva assistito a tali misurazioni, gli occhi interrogatori ed impauriti dei fanciulli, mi causarono sempre un invincibile turbamento, ricordandogli le parole di un personaggio di Dickens, Abel Magwitch: Allora essi mi guardavano, ed io li guardavo, e qualcuno fra loro misurava la mia testa; avrebbero fatto meglio di misurare il mio stomaco.
Ma a Viterbo non riusciva a provare simpatie per quegli imputati, era felice di non dover pronunciarsi, e sperava di non farlo mai. D’altra parte non credeva in quel regno del terrore che, secondo l’avvocato Alessandro Lioy, dal 1907 si sarebbe instaurato a Napoli con l’inchiesta di Fabroni. Anche un giornalista come Roberto Marvasi, socialista che aveva appoggiato Fabroni per poi prenderne le distanze, considerava l’attività del capitano essenziale per liberare Napoli dalla camorra, per iniziare il mutamento dell’assetto socio-politico del paese, più che per risolvere il caso Cuocolo, facendo notare che tutti gli arresti compiuti dai Carabinieri erano stati vanificati dai magistrati. Ricordava in particolare lo stretto intreccio fra politica e malavita, che aveva portato alla sconfitta, alla Vicaria, del candidato socialista, proprio ad opera di alcuni degli imputati, favoriti nella loro azione dalle autorità.
Infastidiva Giacomo anche lo stile della difesa, per lui troppo enfatico e letterario. Ricordiamo che l’avvocato Rocco Salomone, ancora nel suo libro del 1932, parlando dell’arringa di Vecchini, il più esperto fra i difensori, diceva: La sua indagine penetrava come una lama d’acciaio. La sua critica demoliva. La sua censura flagellava. Le sue invocazioni prostrarono le anime come in cospetto di Dio.
Troppo spesso i difensori si adeguavano all’atteggiamento dei loro difesi, presentandoli come gente onesta, e si dilungavano su argomenti non utili per illuminare la giuria, tanto che gli stessi imputati se ne erano lamentati. E il caso più evidente fu quello dell’avvocato Alessandro Lioy, che pure aveva svolto un utilissimo lavoro nel denunciare gli abusi durante l’istruttoria. Ma a Viterbo infastidì tutti, compresi gli altri difensori, con lungaggini e divagazioni. Per incapacità di sintesi non riusciva a concludere la sua arringa, dalla 255ª udienza del 28 maggio alla 275ª udienza del 26 giugno 1912, e Giacomo scriveva: Non comparisce l’avv. Lioy con soddisfazione generale, onde il presidente dà atto dell’abbandono da parte di lui e passa oltre.
Fastidio vi era anche per l’aula del tribunale perché, malgrado alcuni adattamenti, nell’antica chiesa, giunto l’inverno, si moriva di freddo. Così Giacomo, al termine della 115ª udienza del 19 settembre 1911, per la prima e unica volta scrisse sui quaderni alcune note che definì divagazioni, come si vergognasse di lasciare, anche se per sé solo, il suo ruolo di tecnico del diritto:
Divagazioni.
Il processo scritto.
Se due buone comari, dovendo dipanare una matassa, ci si mettessero contemporaneamente una dall’un capo del filo, e l’altra dall’altro, non riuscirebbero certamente a produrre un garbuglio maggiore di quello che hanno fatto le autorità inquirenti di Napoli.
Si supponga che mentre le comari dipanano, e si bisticciano, l’una tirando a destra e l’altra a sinistra, sia venuto a far loro visita un prete, che per sostenere il puntiglio della più giovane, abbia messo anch’egli le mani nell’imbroglio. Si aggiunga ancora che tratte dal clamore, tutte le comari del vicinato siano accorse, e rosse in viso, divise in due campi, si siano messe, vociando, a sostenere le due opposte ragioni.
E poi facilmente si comprenderà quanti nodi, quanti strappi, quanti indecifrabili garbugli ne siano seguiti; onde debba ringraziarsi la divina Provvidenza, perché il male non è maggiore.
Il dibattimento.
Ottimi sono i tessitori. Ma con questa specie di gomitoli posti a loro disposizione, spesso il filo si spezza, le trame si imbrogliano, e da ciò derivano, alla tela, nodi e buchi. E pensare che è di questa interminabile tela che si formeranno i lenzuoli, su cui, al momento del verdetto, dovranno riposare i signori giurati.
Povero cav. Marini quante trafitture, quali sorprese, e come dovrà scontare in quel momento la soddisfazione di essere passato alla storia!
Gli accusati.
Passione predominante: la vanità.
Un periodico illustrato straniero li immagina vestiti da operai, con la cravatta rossa; invece sono tutti vestiti da gentiluomini all’ultima moda. La vanità predomina in ogni loro atto, in ogni loro parola, nel sistema di difesa.
Logicamente dovrebbero dire: siamo dei birbanti, ma non abbiamo ucciso Cuocolo e la Cutinelli; invece pare dicano: nulla importa se abbiamo ucciso o fatto uccidere quei due infami, ma noi siamo dei gentiluomini e dei galantuomini.
Vogliono apparire ossequienti alle autorità, misurati, ben educati, ed occorrono ben gravi cause, perché scoppi da loro irrefrenabile l’urlo del selvaggio che si nasconde sotto le belle apparenze.
Giacomo non prese più appunti dopo il 5 luglio 1912. Il 9 luglio, quando venne letta la sentenza di condanna, i cronisti dell’epoca parlarono di una scena dantesca, in un’aula colma di soldati e carabinieri. Molti piangevano, anche fra i difensori, mentre urlavano i condannati, uno dei quali, De Marinis, si ferì alla gola con un pezzo di vetro. Fra i principali imputati, a parte due dei presunti mandanti, Arena e Ibello, tutti furono condannati con un verdetto non unanime, a pene che andavano dai quattro ai trent’anni.
Possiamo, oggi, vedere che venne commesso un errore giudiziario, favorito da una fortissima pressione dell’opinione pubblica, che voleva essere rassicurata.
Rimangono, tuttavia, molti lati oscuri, anche se molti hanno affermato che la prima pista, seguita dalla Polizia, fosse quella giusta.
Così ebbe termine il processo, che, secondo i socialisti come Marvasi, avrebbe dovuto essere veramente mastodontico, con centinaia d’imputati, per rinnovare la società. Quando nel 1930 uno dei difensori, l’avvocato Rocco Salomone, basandosi sulle parole di Abatemaggio che ora ritrattava tutto, chiese l’adesione alla richiesta di grazia per i condannati, l’antico presidente aggiunto rispose positivamente e Salomone, nel suo libro, pubblicò la lettera. In realtà Giacomo aveva cominciato a scrivere così:
Ottimo e caro amico,
ho assistito al processo Cuocolo, Ella lo ricorda, come Presidente Aggiunto, ossia come spettatore passivo e silenzioso nel lungo e grave dibattito, imponendomi il dovere di non esprimere mai il mio convincimento, qualunque esso fosse, sulle complesse questioni alle quali risposero poi i giurati. Nemmeno oggi credo poter rompere il mio scrupoloso riserbo…
A questo punto si fermò. Era seduto davanti alla macchina da scrivere e tutta quella storia, lontana, gli appariva davanti agli occhi. Lentamente cancellò l’ultima frase incompleta, battendoci sopra il segno di eguale. Così nella lettera pubblicata, favorevole alla grazia, affermava di non aver mai creduto che le deposizioni di Abatemaggio potessero essere accolte senza molte e prudenti riserve, aggiungendo che molti punti del processo non erano ben chiariti. Anche il presidente Giuseppe Bianchi fu favorevole, come il pubblico ministero Giovanni Santoro, il quale riaffermò che, allora, il suo convincimento era stato assai fermo circa la colpevolezza di alcuni dei condannati.
Le scarcerazioni avverranno solo tramite l’istituto della liberazione condizionale.
Ma i giornali vollero creare qualcosa di simile a una maledizione, con i rappresentanti delle due diverse soluzioni, Fabroni e il questore Ballanti, il primo morto di idrofobia, il secondo folle e suicida, e poi Lucchesi Palli deceduto di melanconica angoscia, e il maresciallo Farris gettatosi dall’alto di un palazzo. In precedenza si era parlato di altri finiti in manicomio, come di folli amori che portavano alla perdizione. Il processo entrava nel mito, dunque, anche se qui nulla si può dire del destino di altri magistrati e investigatori.
Di Giacomo Carretto aveva scritto solo Rocco Salomone, per pubblicare la lettera di adesione alla grazia. Pure una più recente pubblicazione, che qualifica gli eventi connessi con il delitto Cuocolo come seconda guerra napoletana, ci dice che Giacomo non ebbe la soddisfazione di presiedere, ma in compenso faceva da cicerone ai visitatori di riguardo, nazionali e stranieri, terrorizzandoli con racconti di mafia. Nessuno aveva riferito il contenuto di queste piccole lezioni di sociologia criminale, ma si poteva intuire dagli sguardi atterriti che gli ascoltatori volgevano al gabbione. Quindi, se fosse stato chiamato a presiedere, sarebbe stato ricusato dai difensori.
Ci chiediamo come avrebbe accolto, Giacomo, questo commento, visto che aveva accettato l’incarico solo nella certezza della buona salute del presidente Bianchi, convinto dell’inaffidabilità di Abatemaggio e lodato, durante la requisitoria, da Francesco Miceli-Picardi, come in precedenza da altri avvocati difensori, per la sua correttezza e il suo silenzio. Avrebbe, probabilmente, impiegato, anche in questo caso, un po’ di auto-ironia, come doveva sempre fare anche nei momenti più difficili della sua vita, proprio come aveva fatto, nell’aula gelida, durante i lunghissimi tempi morti del procedimento.
Restavano, e restano, molti punti oscuri, se Rocco Salomone, parlando della liberazione dei condannati, dopo tanti anni poteva presentare, come ulteriore prova, il fatto che in quasi tutti i processi istruiti dai carabinieri del capitano Fabroni, connessi con il caso Cuocolo e deferiti al tribunale di Napoli, vi fu il fallimento dell’accusa. Roberto Marvasi, parlando degli stessi procedimenti che avrebbe voluto riuniti nel vero maxi-processo, rovesciava il giudizio affermando che quelle assoluzioni erano scandalose e, nel 1914, che la camorra era più viva che mai e nulla si era detto dei rapporti fra malavita e politica: l’associazione a delinquere, più che evidente, non era stata colpita.
Possiamo, a questo punto, aggiungere solo che il Giudice silenzioso, passato nel 1914 a un incarico di sostituto avvocato generale erariale, doveva vivere una lunga vita, serena per quanto è dato a noi umani, e a più di ottant’anni si dedicava ancora ai suoi studi, prendendo appunti per un libro sul diritto minerario.
da:
Società Tarquiniense d'Arte e Storia
BIBLIOGRAFIA
Archivio Storico Comunale di Tarquinia, 1911, Cat. 4, Classe 3, Igiene – Malattie contagiose.
Articoli in L’Illustrazione Italiana, 19 marzo 1911, 16 aprile 1911, 23 luglio 1911 e La Tribuna Illustrata, 14 luglio 1907, si possono consultare sul sito dell’Arma dei Carabinieri: http://www.carabinieri.it/arma/ieri/cronache_del passato/Racconti_Main.htm (connesso il 10-10-2004).
RINALDO BORGHETTI, cartoline e disegni sul sito:
http://www.viterboincartolina.it/index.htm#101 (connesso il 10-10-2004).
GIACOMO E. CARRETTO, Viaggio di un turco in Italia, Torino, Promolibri, 1999 (diario del segretario turco di una principessa egiziana).
GIACOMO CARRETTO, Una infezione morale fra piccoli delinquenti. Fatti raccolti e annotati, Roma, Tipografia delle Mantellate, 1898, estratto di 45 pp. dalla Rivista di discipline carcerarie, 1898 n. 12 e 1899 n. 1.
GIACOMO CARRETTO, Assise di Viterbo. Causa penale contro Marra Nicola ed altri, 1911-1912, sette quaderni manoscritti, 450 ff + 1 foto e 7 cartoline illustrate.
G. DI GIACOMO, G. MIRANDA, F. DELL’ERBA, V. TUCCI, Cuocolo. Narrazione del più interessante romanzo giudiziario, Napoli, Tirrena, [193?]
GIUSEPPE GAROFALO, La seconda guerra napoletana, Napoli, 1984.
LIVIO GUIDOTTI, Il processo Cuocolo, Roma-Milano, Curcio, [1950].
CESARE LOMBROSO, Recensione a G. Carretto, Una infezione morale…, in Archivio di psichiatria, scienza penale ed antropologia criminale, fasc. III, vol. XX, p. 312.
MARCELLA MARMO, “Processi indiziari non se ne dovrebbero mai fare. Le manipolazioni del processo Cuocolo (1906-1930)”, e Aldo Mazzacane, “Letteratura, processo e opinione pubblica: le raccolte di cause celebri tra bel mondo, avvocati e rivoluzione”, in La costruzione della verità giudiziaria, a cura di M. Marmo e L. Musella, Napoli, Università degli Studi Federico II – Clio Press – Dipartimento di Discipline Storiche “E. Lepore”, 2003, pp. 53-100 e 101-170, scaricabile dal sito Internet:
http://www.storia.unina.it/cliopress/marmo.html (connesso il 10-10-2004).
ROBERTO MARVASI, Così parlò Fabroni, Roma, Biblioteca di “Scintilla”, seconda edizione 1914 (terza edizione 1921, con una nota critica di Vilfredo Pareto e una soggiunta sulla revisione del Processo Cuocolo).
ROCCO SALOMONE, Il processo Cuocolo, Milano, Corbaccio, [1938]. (Salomone sarà al Ministero Agricoltura e Foreste nell’VIII Governo De Gasperi, 16 luglio 1953 – 17 agosto 1953, e nel I Governo Pella, 17 agosto 1953 – 18 gennaio 1954).
