
Mario Olimpieri
- Mi scusi signore, io mi chiamo Mario, e lei, dall’aspetto e con questa bella barba, dovrebbe essere Francesco Mazzariggi, o mi sbaglio?
- No, non si sbaglia affatto.
- E come mai si trova qui a Cellere e proprio in via Cavour?
- Ah, sì? Adesso si chiama via Cavour? Ai miei tempi si chiamava VIA MAESTRA, essendo la via principale. Però sono proprio contento che abbiano intitolato questa via al mio amico Cavour.
- Cavour era un suo amico?
- Certamente, io e mio fratello Tommaso, figli di Nicola e di Camilla Mariani, eravamo patrioti e condividevamo gli stessi ideali di Camillo Benso, conte di Cavour per un’Italia libera e indipendente.
- Io ho inteso dire che facevate parte di una Associazione denominata Castrense; in che cosa consisteva?
- Era un’Associazione composta da cittadini d’orientamento liberale delle quattordici comunità che anticamente avevano fatto parte del ducato di Castro e che perseguiva «Indipendenza e unità nazionale, sviluppo progressivo della libertà, miglioramento intellettuale, morale e materiale del popolo».
- Ma è vero che vi faceva parte anche Domenico Tiburzi?
- Sì, ne faceva parte anche lui e, a suo modo, era portatore di idee patriottiche; ma guarda, Mario, che c’erano anche i Bonaparte di Canino, il buon chirurgo Cozzolini di Bolsena, i famigerati fratelli Bocci di Ischia di Castro…
- Il più combattente, però, sarà stato lei, unitamente a suo fratello.
- Indubbiamente! Io e Tommaso nel 1849 combattemmo agli ordini di Giuseppe Garibaldi, a fianco di Goffredo Mameli e di Luciano Manara, durante la disperata difesa della Repubblica Romana.
- Ha conosciuto anche Goffredo Mameli, l’autore del nostro Inno Nazionale?
- Certamente; Goffredo era un giovane patriota e un bravissimo poeta e morì proprio ad appena 21 anni, in seguito a una ferita andata in cancrena, ricevuta mentre difendeva nel 1849 la Repubblica Romana.
- Poi come continuò la vostra vita?
- Ormai eravamo ben conosciuti e nel 1866 venimmo arrestati perché trovati in possesso di “materiale propagandistico a carattere liberale e di una notevole corrispondenza volta all’organizzazione di una nuova insurrezione” e fummo rinchiusi nelle carceri viterbesi, poi fummo trasferiti a Roma nelle carceri di via Giulia e, infine, in quelle di S. Michele.
- Come vi trattarono in quel carcere?
- In modo orrendo, e il 13 aprile del 1868 accadde una vera tragedia: mio fratello Tommaso fu colpito alla testa da una fucilata di una guardia papalina mentre era affacciato alla finestra della cella.
Io ebbi modo di arrivare fin da lui, di tenergli sollevata la testa e di assistere piangente alla sua morte.
- Lei ha detto proprio la verità, e quanto mi ha riferito è scritto su una lapide esterna qui nel COMUNE di Cellere.
- Veramente? Passo subito a leggerla e poi voglio salire su in Comune, dove fui eletto come Sindaco per molti anni.
- È vero; infatti in tanti vecchi certificati di nascita e di morte, da me consultati, è riportata la sua firma come SINDACO.
- E che pensava che stessi dicendo il falso?
- No davvero, signor Francesco, e so anche bene che lei è stato molto generoso con Cellere, avendo donato al paese tutti i suoi beni, non imitando i comportamenti di sua madre Camilla, sempre “sparagnina”, cioè estremamente tirchia, come ho letto in uno scritto di Anna Alfieri.
Mi scusi ancora, signor Francesco, ma ho bisogno che lei mi tolga un dubbio: come mai a Cellere non esiste la tomba di suo fratello Tommaso?
- Mi è facile risponderle. La salma di mio fratello non venne portata a Cellere per evitare possibili sommosse.
- E lei per quanti anni rimase in carcere al S. Michele?
- Il 29 maggio 1868 fui condannato a cinque anni di carcere, poi fui liberato ed esiliato in Toscana.
- E finalmente avrà vissuto anni di tranquillità.
- Ma niente affatto. Cercai di raggiungere Giuseppe Garibaldi e rischiai di nuovo l’arresto.
- Una vita calma e tranquilla proprio non le piaceva!
- In verità, mi ritirai in vita privata a Roma, ma, dopo parecchie insistenze dei celleresi, feci ritorno a Cellere e il 18 novembre 1870 ne fui nominato Sindaco, lasciando poi per testamento tutti i miei beni per opere di assistenza e per i poveri.
- Bravo, bravissimo signor Mazzariggi. Piacere di avere avuto con lei questo storico incontro.
- Il piacere è anche il mio e la prego di far sapere agli abitanti di Cellere di questo nostro incontro e vorrei che questa sua inattesa intervista fosse firmata anche da me.
- Sarà fatto, carissimo Francesco, e grazie per la sua gentilezza.
- Adesso voglio salire su in Comune. A proposito, come si chiama il Sindaco attuale?
- Si chiama Edoardo Giustiniani.
- Grazie, così potrò rivolgermi a lui con un confidenziale BUONGIORNO EDOARDO e si stupirà sicuramente.
- Sì sì, gli faccia questa bella improvvisata!
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