
Primo Carnera e a destra Alberto Ciorba
Vincenzo Ceniti
Il “Gigante buono”
La sera del 21 luglio 1958 all’arena Nazionale di Viterbo (nel giardino-cortile del Buon Pastore in via della Volta Buia) venne organizzato dalla Sezione pugilato dell’Unione Sportiva Viterbese guidata da Alberto Ciorba.
Un incontro di catch, una sorta di lotta libera, con Primo Carnera da tempo sul viale del tramonto. Erano trascorsi 25 anni dalla conquista del titolo mondiale dei massimi (1933), ed ora il “Gigante buono” , come era chiamato, si doveva accontentare di incontri minori in giro per l’Italia. Combatté quella sera contro il francese Felix Miguet e vinse per “due schienate su tre”. Le cronache del tempo raccontano che fu una serata deludente malgrado il tutto esaurito. Carnera morirà relativamente giovane a 61 anni.
Gli “stracci” della Bohème
I viterbesi hanno sempre nutrito amore per l’opera lirica, anche quando, in seguito ai bombardamenti del 1944 che danneggiarono gravemente il teatro Unione, dovettero ripiegare su un improvvisato e precario spazio all’aperto chiamato ”Arena Paradiso” (a metà salita in via della Caserma nel quartiere Paradiso) dove sorgono oggi alcuni mega condomini.
Ricordo di aver assistito negli ultimi anni Quaranta a Bohème e Traviata e ho davanti agli occhi alcuni melomani del tempo che all’uscita commentavano soddisfatti cantanti e orchestra. Di regia ancora non si parlava. Uno disse di preferire la Traviata poiché i costumi erano più sfarzosi di quei quattro “stracci” indossati dai personaggi di Bohème.
Requiem per i morti
Ricordiamoci nel giorno dei morti del cimitero di San Lazzaro a Viterbo. La zona monumentale (avviata nel 1872 su progetto di Virginio Vespignani) è ricca di autentiche opere d’arte realizzate tra Otto-Novecento da artisti e marmorari per lo più viterbesi: Monteverde, Corinti (Falocchetto), Bianchini, Jelmoni, Aurelj, Zei, Fasce, Spinedi, Giannini, Gottardi, Nagni, Paccosi, Salcini e numerosi altri. Le tombe sotto le arcate e le edicole limitrofe dei primi “insediamenti” evocano i nomi di famiglie viterbesi che hanno fatto la storia della città subito dopo l’Unità d’Italia.

Requiem di Mozart al cimitero San Lazzaro
A mente: De Parri, Polidori, Grispigni, Scerra, Bazzichelli, Di Maria, Fani, Carletti, Grandori, Mazzaroni, Capotondi-Calabresi, Balestra, Spinedi, Bordoni-Francesini, Ascenzi, Schenardi, Rossi-Danielli, Prada, Ludovisi, Petroselli ecc. Poco distanti dal Pincetto (la parte più alta del cimitero) si fanno notare i sepolcri di personaggi che si sono distinti nel campo della letteratura, della musica, del giornalismo, dell’arte, come Cesare Dobici, Francesco Nagni, Fausto Ricci, Enrico Canevari, Sandro Vismara, fino a Pietro Vanni che ha lasciato preziose testimonianze pittoriche all’interno della chiesa di San Lazzaro.
E ci sono anche le croci di coloro che hanno sacrificato la vita per la Patria compresa una lapide che ricorda un manipolo di soldati austro-ungarici periti nella Grande Guerra a dimostrazione che la morte unisce tutti in un unico destino. Nel luglio 2016 per iniziativa del Touring Club e dell’Associazione “XXI Secolo” venne allestito nello spazio antistante la chiesa di San Lazzaro il Requiem di Mozart davanti a 400 spettatori.
Gli “scotolatori”
Nei secoli andati Viterbo vantava una qualificata produzione di canapa e lino la cui coltivazione era estesa soprattutto nel versante occidentale della città. Il lino era di altissima qualità, al pari di quello pregiatissimo di Napoli, ed alimentava un commercio molto redditizio. Venivano da ogni parte d’Italia per acquistarne cospicui quantitativi.

Gli Scotolatori davanti a Porta del Carmine nel 1900 (Archivio Mauro Galeotti)
La coltivazione della canapa è stata attiva a Viterbo fino agli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso prima di essere soppiantata da prodotti sintetici. La presenza delle “pettatrici” deve aver incuriosito anche Dante che ne parla nel XIV Canto dell’Inferno. Mario Matteucci nel suo storico oleificio-museo a Pianoscarano custodisce cimeli, attrezzi, foto ed altro legati all’arte della canapa che dava lavoro a molti viterbesi.

Mario Matteucci nel suo oleificio-museo di Pianoscarano
Tra loro c’erano gli “scotolatori” (la scotola era un coltellaccio di grandi dimensioni) che avevano il delicato compito di separare il fusto dall’anima fibrosa delle piante. Il lavoro di questi abilissimi artigiani era talmente prezioso ed utile (a loro Viterbo ha addirittura dedicato una piazza nel quartiere di Pianoscarano) che le autorità del tempo autorizzavano la lavorazione notturna anche all’interno della città, normalmente vietata per evitare gli incendi.
Il custode Leone
Si chiamava Leone. Il cognome non conta. Comunque all’anagrafe era Angeli. Alto, robusto, pelle rugosa, fumatore, capelli ispidi, rissoso, bestemmiatore. Quando parlava ruggiva. Per noi ragazzi in quei primi anni Cinquanta ci appariva come un orco. Era il custode a Viterbo del Campo Sportivo (inaugurato nel 1930, già Littorio) di via della Palazzina. Il termine stadio ancora non si usava. Il Comune in cambio di alcuni servizi di custodia gli aveva concesso un’abitazione ricavata in alcuni ambienti degli spogliatoi con accesso dalle case popolari. Viveva in questo tugurio con la moglie e due figlie. Una belloccia con una lunga treccia nera.
Era lui a tracciare ogni domenica le linee del campo terroso e polveroso con una sorta di carriola colma di calce bianca spinta a mano. Attappava le buche del terreno con una pala e ricuciva alla meglio le reti delle porte che smontava e rimontava ad ogni partita. La moglie lavava ogni settimana le maglie della Viterbese che metteva a stendere su lunghi fili al vento. La squadra in quegli anni vantava giocatori come Giovanni Patara, Franco e Aldo Bernini, Aldo Iacovone, Luciano Baruzzi, Stelio Stavagna, Pietro Lucaccioni, Franco Spadaro. ed altri. Leone vedeva le partite della Viterbese con occhio distratto, ma ne valutava l’andamento in funzione degli strilli dalla tribuna.
