
Mario Olimpieri
- Domenichì, nell’ultimo incontro non rimasi pienamente soddisfatto dei tuoi chiarimenti e oggi vorrei che tu mi raccontassi nei minimi particolari ciò che avvenne dopo la tua morte a LE FORANE.
Alcuni hanno scritto che nel casale furono trovati due impermeabili, un fucile a retrocarica, due fiaschi di vino, due borse di pelle con viveri, medicine, oggetti di pulizia, (spugne, spazzole), un cannocchiale monocolo, un orologio e altri oggetti. Confermi?
- Ma certamente! Erano tutti oggetti estremamente necessari per la mia persona, però è un vero problema ricordarsi un po’ tutto il resto, ma ci proverò.
- Non ti preoccupare, a me interessano solamente le notizie più importanti.
Poi che cosa avvenne?
- Fui caricato dai carabinieri su un carro trainato da due grossi buoi e condotto da Nazzareno Franci; nel tragitto fui sballottolato a destra e a sinistra, per via della strada sconnessa, e portato fino al cimitero di Capalbio.
- Immagino la curiosità della gente che finalmente poteva vederti da vicino.
- Ci fu una gran calca e i carabinieri stentavano a tener lontano tutti quei curiosi.
Giunti al cimitero, avvenne un grosso battibecco tra le autorità, la gente e il parroco.
- E per quale ragione?
- Per un motivo che mi offese tanto: il parroco don Filippo, che doveva essere il più disposto al perdono, non voleva che io fossi sepolto tra la gente perbene, essendo vissuto da brigante.
- Ma poi, in realtà, che cosa avvenne?
- Mi trovai in una fossa, scavata lì al muro di cinta, con le gambe dentro il cimitero e la parte superiore, testa e torace, al di fuori, senza croce e senza lapide.
- Ma guarda un po’, non l’avrei mai immaginato.
Io ho osservato bene tutto il muro di recinzione e non sono riuscito a trovare la tua tomba.
- Ma, capisci, con il tempo le situazioni cambiano e adesso chissà dove mi avranno collocato.
- Senti, Domenichino, ti viene in mente niente se ti nomino un certo Gustavo Matteini?
- Sì, in verità, al cimitero c’erano molte persone attorno a me, prima di seppellirmi, e in una stanza sentivo dire: “Dottor Matteini, ha terminato l’autopsia?” – “Sì, ho eseguito tutto e ho anche preso una porzione di cervello, che sarà spedita al dottor Cesare Lombroso”.
Ciò è quel che sentivo, ma non ne comprendevo il motivo.
- Te lo spiego io. Quel celebre medico e antropologo, studioso di fisiognomica, doveva esaminare il tuo cervello per comprendere le cause delle tue efferate uccisioni.
- Fisiognomica, che parola difficile hai detto! E che vuol dire?
- Significa che, attraverso lo studio del cranio, si può evidenziare la predisposizione al crimine.
- E quale fu il risultato?
- Il Lombroso ipotizzò che tu avessi una certa genialità che, però, si era innestata su un carattere dedito alla criminalità, e le cause erano da ricercare nella società civile e nell'ambiente in cui eri cresciuto.
- Lo vedi che la colpa non è stata tutta la mia e che non potevo agire diversamente con quel cervello?
- Domenichì, non ti giustificare eccessivamente, le hai combinate troppe e gravissime, da far rabbrividire!
Poi, in quanto alle autopsie, devi sapere che venivano effettuate su tutti i briganti.
Alfio Cavoli di Manciano, in un video, ha dichiarato che subirono l’autopsia anche Domenico Biagini, Luigi Demetrio Bettinelli “il Principino” e Luciano Fioravanti, però da parte del suo amico dott. Tommaso Fratini di Manciano.
- Mario, grazie della notizia, e adesso te la voglio dare una anche io, l’ultima. Lo sai che per prima azione, lì al cimitero di Capalbio, fui legato a una colonna romana e fotografato dal celebre fotografo di Orbetello Ausonio Ulivi?
- Lo so bene, e so anche che Ausonio ebbe contatti con i famosi fratelli Alinari Leopoldo, Giuseppe e Romualdo, titolari della più antica azienda fotografica del mondo. Egli vinse anche numerosi premi nazionali e internazionali.
Ma spiegami, come mai in quella foto sembri ancora vivo e con gli occhi aperti?
- L’hai detto tu proprio adesso: Ausonio era bravissimo e, per farmi sembrare in vita, mi mise due stecchi invisibili, adatti a tenere le palpebre aperte.
- Un’ultima notizia, Domenichì, adesso te la do io.
- E quale sarà mai?
- Lo sai che sulla tua testa avevano posto una taglia di 10.000 lire?
- Ma che dici, 10.000 lire, manco fossi stato pericoloso come Nerone!
- Eppure le cose stanno così e ho il documento che lo attesta.
- Mah! Mi sembra qualcosa di esagerato.
- Domenichì, io non ho nient’altro da chiederti, mi hai spiegato un po’ tutto e non mi rimane altro che salutarti definitivamente.
Ciao, Domenico Luigi Tiburzi.
- Ciao Mario, e adesso vatti a sfogare per l’ultima volta su facebook, ah, ah, ah!

