Tuscia in pillole
Vincenzo Ceniti

Dev’essere stata una meraviglia agli occhi del giovane Mozart quella stupenda Cattedrale di Civita Castellana ricostruita nel 1740 sulle precedenti strutture romaniche, appena trent’anni prima che v’entrasse col padre Leopoldo nel viaggio in Italia del 1770.

I due  “passeggeri” provenienti da Roma (di ritorno da Napoli) dopo un estenuante viaggio di notte e con il freddo, malgrado il mese di luglio,  fecero tappa a Civita Castellana dove alloggiarono presso la locanda della Posta. Nel visitare la Cattedrale il giovane Mozart ebbe anche modo di suonare l’organo durante la messa. L’evento è ricordato da una targa posta alcuni anni fa presso il portico d’ingresso per interessamento dell’allora console TCI Alessandro Fortuna.

In quella chiesa monumentale, ricca peraltro di preziosi mosaici cosmateschi che si svolgono come un colorito tappeto nella navata centrale, siamo ritornati l’altra sera per il Requiem di Mozart diretto da Arman Azemoon, origine iraniana, nell’ambito di un nutrito programma del Civitafestival sotto  la direzione artistica del dinamico Fabio Galadini.

L’ampia scalinata che sale all’altare ricavato da un sarcofago romano in marmo con la raffigurazione del Primato di Pietro, era letteralmente invasa dal coro, protagonista assoluto della partitura, pur nelle costrizioni della mascherina anticovid,  con apporti di varie formazioni “Cantar gli affetti” di Roma, “San Francesco” di Terni,  “In-Canto” di Fara Sabina e “New Chamber Singers” di Roma.  Orchestra Sinfonica “Nova Amadeus” ed i soli Laura Felice (soprano), Stefania Colesanti (contralto), Costantino d’Aniello (tenore) e Federico Fioretti (basso). Su in alto alle spalle del pubblico, sopra l’ingresso, troneggiava lui, l’organo, a dispensare, con la sua presenza, inaspettate e suggestive atmosfere.  

Il Requiem mozartiano ha tutto il fascino e il rammarico dell’opera incompiuta per la morte dell’Autore nel 1791. I vari “episodi”, completati dal fedele Franz Xaver Sussmayr e finalizzati a celebrare la memoria del defunto, sono stati scanditi da Azemoon con cadenza solenne e pacata, anche nel “fuoco” del “Confutatis maledictis”. La sua bacchetta sobria e controllata mostrava una giustificata predilezione per il coro cui si rivolgeva con accurate premure, senza trascurare le varie sezioni orchestrali tramite occhiate e accenni puntuali. Un musicista a tutto tondo incline a rapportarsi coi giovani, nella convinzione che saranno loro a garantire un domani migliore: “Sono sempre affascinato dalla molteplicità dei timbri orchestrali. Ogni strumento ci parla come la voce di un amico e dirigere l’orchestra è come parlare con tanti cari amici”.

Vibrante  la “Tuba mirum”, teatrale e sacrale secondo i dettami di Mozart, in cui la voce del basso Federico Fioretti,  ben modulata e colorita, ha fatto da solido sostegno al sapiente utilizzo degli altri “soli”.   Il nostro ok va anche alla location (ineguagliabile), al pubblico premurosamente silente fino al “Lux Aeterna” (mostrando una non comune educazione musicale), e all’agevole organizzazione.