
Le Terme comunali nel 1935 (Archivio Mauro Galeotti)
Angelo Allegrini
Direttore dell'Archivio di Stato di Viterbo
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Nonostante l'opinione comune tenda a far risalire le origini della città di Viterbo all'epoca etrusca ed ai fasti che quel popolo conobbe nell'antichità, "Viterbo è una città nuova, che non fonda le sue origini su una tradizione municipale romana, ma sorge in età medioevale. Il suo nucleo primitivo è costituito da un castello, testimoniato a partire dalla metà del secolo VIII"[1].
Quale che sia comunque la realtà, che fosse esistito un pago etrusco distrutto al tempo della discesa delle legioni dalla selva Ciminia, così come sostenuto da taluni, o che, invece, nulla di tutto ciò sia accaduto, certo è che, almeno dal tempo della costruzione della via consolare Cassia, le sorgenti termali viterbesi furono conosciute ed apprezzate per la loro unicità e per la qualità straordinaria delle acque.
I resti di 14 stabilimenti romani costruiti tutti nei paraggi dell'antico tracciato della Cassia attestano ancora oggi che prima ancora che la nostra città nascesse valeva la pena mettersi in viaggio per raggiungere le terre della Tuscia e immergersi nelle sue acque, degne di assurgere ad una insigne dignità letteraria.
VOS TENET, ETRUSCIS MANAT QUAE FONTIBUS UNDA,
UNDA SUB AESTIVUM NON ADEUNDA CANEM[2]
scrive Tibullo nella sua V Elegia, continua poi dimostrando familiarità e nostalgia per le nostre acque e tutto un ambiente mondano, forse anche un po' lascivo, che con un pizzico di gelosia invidia agli amici lontani che "AT VOBIS TUSCAE CELEBRANTUR NOMINA LYMPHAE ET FACILIS LENTA PELLITUR UNDA MANU"[3].
Largamente apprezzate e conosciute nell'antichità, le terme di Viterbo compaiono citate an che nelle opere di Vitruvio, Strabone, Marziale, Stazio, Scribonio Largo e Marcello Empirico[4], ove vengono decantate per le loro proprietà terapeutiche, talvolta improbabili poiché legate alle conoscenze scientifiche dell'epoca.
In ogni caso la convinzione che il medico dell'imperatore Tiberio aveva riportato nelle sue Compositiones e cioè che le acque calde che si trovano in Tuscia fossero benefiche oltre che per curare le ulcere anche per guarire "tumorem et dolorem vesicae ..." si consolidò nei secoli, nonostante il declino della romanità e della civiltà classica sostituita dall'oscurità del medioevo.
Le proprietà portentose delle acque si ammantarono del velo del mistero e vennero coinvolte nel circuito di paure che accompagnava la vita quotidiana delle donne e degli uomini del tempo; abbandonate definitivamente le mollezze e le blandizie dei bagni, le sorgenti termali - inserite in un panorama popolato da fumi e vapori, dominato dal calcare e dall'odore dello zolfo - divennero facilmente nell'immaginario collettivo una specie di anticamera, un passaggio per l'inferno.
Poco a poco gli antichi stabilimenti caddero in rovina, sia perché le condizioni economiche e sociali non permettevano più agi né raffinatezze, o sia perché - come suggerisce qualche autore - taluni di questi edifici erano di proprietà di privati signori e con il venir meno, l'estinzione delle loro casate, anch'essi rimasero abbandonati e destinati alla decadenza.
Nella rovina delle pietre antiche la mutazione sopravvenuta trasformò completamente l'esistenza; l'imbarbarimento dei costumi si affiancava all'impoverimento dell'economia ed alla ricerca del solo soddisfacimento dei bisogni elementari. La penisola italiana e l'Europa tutta divennero profondamente diverse e completamente cristiane. Emergeva una civiltà nuova, destinata a segnare la storia in maniera ancora più incisiva che traeva forza e alimento dalla duplice eredità proveniente dal passato: l'eredità di Cristo e l'eredità di Roma.
Come non venne meno la memoria dei fasti imperiali, non venne meno neanche la consapevolezza delle proprietà terapeutiche dell'acqua che, con il risorgere della civiltà comunale e la dignità che la città di Viterbo assunse nel XIII secolo, ripresero ad essere decantate e citate da più parti.
E' papa Gregorio IX il primo personaggio importante che negli anni '30 del 1200 si ricorda del consiglio di Scribonio Largo e viene a curare il suo "mal della pietra" a Viterbo, mentre già poco tempo dopo, nel 1251, gli Statuti comunali regolamentano le modalità con cui i "bagnaiuoli" potranno servirsi delle acque.
Dopo la scoperta o, per meglio dire, il ritrovamento della sorgente della Crociata nel 1217 la pratica termale conobbe un rinnovato impulso e una Domus Balnei venne arrivata per agevolare i pazienti bisognosi di cura. Era il momento iniziale della ripresa morale ed economica della penisola che avrebbe poi condotto all'umanesimo ed al rinascimento e ben presto ci si accorse del potenziale reddito che dalle terme poteva scaturire; nel 1256 il bagno della Crociata venne affittato alla famiglia Gatti in cambio di un canone annuo di 6 libbre di denari senesi ed una serie di servizi da rendere agli utenti che si fossero serviti delle terme.
Di lì a breve, nel 1292, allo scopo di reperire una zona idonea al trattamento ed alla lavorazione della canapa e del lino ma anche di assicurare la possibilità di usufruire delle acque del Bulicame, il Comune acquistò tutta l'area in piano dei Bagni al prezzo di 2000 libbre di denari paparini.
Era questa l'insorgenza più famosa di tutto il bacino termale viterbese, un autentico paesaggio lunare, talmente dantesco da essere inserito - come è noto - nel XIV canto dell'Inferno e citato da Fazio degli Uberti nel Dittamondo quale meraviglia naturale nel cui bollor tanto infinito era possibile cuocere e spolpare in un momento un intero montone.
Narrano le cronache dell'anno 1320 di un orribile evento che vide coinvolto proprio il laghetto del Bulicame: "ingombrarono ad un tratto la città nuvole sì tenebrose, udironsi tuoni sì formidabili, caddero fulmini sì frequenti, soffiarono venti così gagliardi, scesero pioggie sì vaste ed impetuose, crollarono la terra tremuoti così terribili, e si sentivano per l'aria gridi, e stridori sì spaventevoli, che non solamente gli uomini, ma anche gli animali di ogni sorta ululando, e fuggendo da' loro alberghi, facevano credere evidente il subissamento della Città [...] scorrevano per l'aria copiosissime schiere di Demonj sotto forma chi di corvi, chi di nottole [...] che incessantemente gridavano: L'Inferno vi aspetta [...]".
I viterbesi implorarono allora il patrocinio di Maria che si mosse a pietà: "fervorosamente supplicatala, ecco che i tuoni, e le pioggie, ed i scrollamenti della terra all'improvviso cessati, videsi comparire una chiarissima stella, quasi sole di mezzogiorno, dalla quale uscì la voce di Maria, che così comandò a quelle squadre di Demonj: Ritornatevene, o legioni Infernali, al vostro oscurissimo regno; il che sentendo que' brutti spiriti a vista di tutto il Popolo si precipitarono in quel tal picciolo lago perpetuamente ardente, che chiamasi il Bulicame"[5].
Forse per questa cattiva reputazione o, più probabilmente, per la lontananza della sede papale spostatasi ad Avignone, bisognò aspettare l'avvento del XV secolo per registrare il verificarsi di nuovi eventi importanti per la storia e lo sviluppo delle terme.
Nel 1404 Bonifacio IX si fermò a Viterbo per curarsi, dopo essere stato ai bagni di Pozzuoli e dopo una cinquantina d'anni fu la volta di papa Niccolò V, spronato dal suo segretario viterbese Pietro Lunense e dalla madre e dalla sorella che lo anticiparono nel 1448 per sperimentare l'efficacia delle acque ferruginose della Grotta.
Grazie ai buoni uffici di costoro Niccolò V prese a cuore le sorti delle nostre terme e commissionò all'architetto Bernardo Rossellino "la costruzione d'un palazzo da piantarsi sopra quelle sorgive termali, a tutte spese della Camera apostolica"; era questo "lungo 35 passi e largo 24, con due torrioni in due canti nel fossato del Caldano che esce da Viterbo. Sopra era la volta e merlato d'intorno. [...] Sotto detta volta, era il bagno della Crociata in quattro peschiere (piscine) [...] e il popolo nostro che volle glorificare l'opera sua munificente e insieme la sua venuta, chiamò sin d'allora quella terma il Bagno del Papa"[6].
Da questo momento le nostre acque riassunsero l'antica importanza che le aveva glorificate in epoca romana; numerosi cardinali - tra cui il Bessarione - e anche papa Pio II Piccolomini vennero a Viterbo a curarsi.
Era ancora una volta il famoso mal della pietra a muovere le persone ed a spingerle verso i nostri bagni e nel '500 anche Michelangelo e Michel de Montaigne giunsero a Viterbo in cerca di sollievo.
Il primo, mosso dal desiderio di curare quel disturbo che lo faceva sopravvivere "mugghiando di e notte senza dormire", venne nel capoluogo intorno alla metà del secolo e rimase tanto soddisfatto delle proprietà miracolose delle acque da caldeggiarne addirittura un uso esclusivo anche in cucina; forse per passatempo o forse per ammirazione trovò anche il modo di riprodurre il luogo delle sue cure, lasciandoci due disegni appena accennati dell'interno e della pianta dello stabilimento cosiddetto del Bacucco, oggi posseduti dal museo di Vicar de Lille.


Terme del Bacucco disegni di Michelangelo Buonarroti
Il celebre filosofo invece fece di Viterbo una tappa significativa dei suoi viaggi, soffermandovisi due volte, nel 1580 e nel 1581; come abbiamo detto anche lui soffriva di calcoli e ce ne lasciò memoria negli appunti del suo "Journal de voyage en Italie"[7], il diario in cui annotava le cose più interessanti: "Vicino alla strada maestra, discosto di qualche passo a man dritta, a sei miglia di Montefiascone, c'è un bagno ... posto in una grandissima pianura, et a tre miglia o quattro del monte più vicino fa un piccolo lago - di Bagnaccio - all'un termine del quale si vede una grossa polla bollir gagliardamente e buttar acqua da abbruciare. Puzza assai al solfo. Il bagno è del dominio di una certa chiesa - S. Angelo in Spata a Viterbo". Continuava poi a riguardo di Viterbo: "Più là è il palazzo che si dice 'del papa' ; perché si tiene ch'il papa Nicolò lo fece o lo rifece... Questa acqua ha un grandissimo grido, e se ne porta via con some per tutta l'Italia ... se le attribuisce grande virtù per le cose dei reni... ''.
Spinto da interessi diversi Montaigne anticipava un nuovo corso storiografico che avrebbe preso piede nel secolo successivo con i viaggi in Italia del Mabillon e del Montfaucon e, soprattutto, con la svolta impressa da Ludovico Antonio Muratori che con i suoi Rerum italicarum scriptores, Le Antiquitates ltalicae Medii Aevi e con gli Annali d'Italia fu il primo erudito a tentare di redigere una vera storia nazionale.
Fino ad allora numerose furono le "storie locali che si misero insieme in ogni parte d'Italia; ma quel che in esse predomina di solito è la vanagloria e l'interesse municipale [...] Fu quello anche il tempo in cui imperversarono i genealogisti e scrittori di storie nobiliari, nelle quali sono tutti i vizi degli storici municipali, peggiorati dai bassi sentimenti della cortigianeria e dell'adulazione e dal mercimonio delle falsificazioni"[8].
Non fece eccezione da questo punto di vista neanche la nostra storia e diversi trattati e trattatelli continuarono ad uscire dai torchi delle tipografie fino a tutto il XVIII secolo; tra questi vanno senz'altro ricordati il Trattato dei Bagni di Viterbo di Cesare Crivellati e quello intitolato Delle Acque Caje ovvero de' Bagni di Viterbo ad opera del medico Giandomenico Martelli.
Sempre nel '700 fu la celeberrima Istoria della Città di Viterbo di Feliciano Bussi[9] a tentare di dare un ordine sistematico ai bagni, offrendo per ciascuno una descrizione della sua collocazione geografica nel territorio, della sua storia e delle virtù terapeutiche delle acque; Bussi le individua ventitre principali seguendo la traccia del Crivellati: il Naviso, il Prato, le Serpi, il Bagno nuovo, le Bussete, il Bollicame, Ser Paolo, il Cajo, il Bagno lungo, la Madonna, la Cruciata, la Grotta, il Bagnolo, le due Acque di fuori, il Bagno de' Giudei, il Paganello, il Re Pipino, la Regina, lo Stoppione, l'Asinello, S. Ippolito, l'Acqua sopra le Fornaci e la Piscina de' Cavalli[10].
A questi vocaboli, alcuni dei quali sono sopravvissuti fino ai nostri giorni, altri se ne sono aggiunti, sovrapponendosi alle antiche denominazioni dando vita ad un panorama unico che rende bene l'idea di quanto significativa sia stata per la nostra città ed i suoi abitanti la risorsa termale; terme del Masso, piscine Carletti, terme degli Almadiani, delle Zitelle, di S. Maria in Silice, della Lettighetta e del Bacucco, sono tutti luoghi che hanno accompagnato la storia dei viterbesi e dei rimedi curativi che tradizionalmente sono stati tramandati di padre in figlio come soluzione per le malattie più disparate.
Nel frattempo, trascorso il secolo dei lumi, anche Viterbo viene a contatto, gradualmente, con le novità della modernità; tra queste, in un processo di consolidamento di una nuova classe borghese che si affianca al notabilato proveniente essenzialmente dalla proprietà terriera e ascende agli alti gradi della gerarchia sociale, prende piede anche il ruolo delle professioni: accanto agli avvocati - primi tra tutti - si affermano i medici, insieme a tutti gli altri appartenenti ad una élite che non guarda più alla terra come fonte di prestigio, aspirando piuttosto ad una laurea che apra le porte di nuove possibilità di guadagni.
La medicina conosce così una nuova stagione di notorietà e con essa anche la branca dell'idrologia; la pratica dei bagni termali viene consigliata con maggior ricorrenza ed il Municipio, assistito da due "Professori Sanitarj" che prescrivono "la qualità delle acque ed il modo di usarne a seconda delle occorrenze", attrezza lo stabilimento con camere mobiliate idonee ad un "conveniente trattamento".
Già prima dell'unione al Regno d'Italia la Deputazione Comunale si risolse poi nella decisione di affidare in appalto la gestione dello stabilimento dei bagni e di tutti i suoi servizi che comprendevano tra l'altro una scuderia ed una rimessa di cavalli da posta e, insieme alla "medica assistenza", i clienti delle terme poterono trovare "ogni loro comodità" nella Locanda dell'Aquila Nera di proprietà dell'appaltatore Giacomo Agnesotti.
La modernizzazione porrò anche alla scoperta della villeggiatura, sebbene disponibilità ed impiego del tempo libero furono fenomeni quasi esclusivamente borghesi almeno fino all'ultima fase dell'epoca liberale. "Il mare della villeggiatura nacque per ragioni terapeutiche, sulla base delle convinzioni allora in voga che il sole e i bagni marini fossero benefici nei casi di anemia, scrofolosi e rachitismo. I borghesi e gli aristocratici scoprivano così il turismo balneare, mentre per i figli degli operai del Nord afflitti da malattie curabili con elioterapia, venivano istituite le prime colonie"[11].
Le stesse ragioni terapeutiche diedero così impulso anche alle vacanze termali e località come Montecatini, Porretta, Chianciano ed altre ancora costruirono in questo torno di tempo la loro fama e gettarono le fondamenta del loro successivo sviluppo economico, a differenza di Viterbo dove ci si limitò ad alcuni lavori di manutenzione dello stabilimento nel 1894 e ad un circoscritto allargamento dell'edificio nel 1900.
Fallito un tentativo di coinvolgimento e di collaborazione con la Società Terme Italiane della Porretta, avviato nel 1909 a margine della celebrazione nella nostra città di un Congresso Idrologico per l'Italia Centrale, nel 1919 si costituì una Società Anonima Terme di Viterbo con lo scopo di realizzare un complesso turistico progettato in maniera sistematica dall'ing. Edgardo Negri che prevedeva diversi stabilimenti per cure terapeutiche e un albergo ad essi collegato; sempre nello stesso anno poi, "nell'intendimento di avviare ad una pratica soluzione l'importantissimo problema della utilizzazione delle locali sorgenti minerali, sulla ricchezza delle quali deve fondarsi lo sviluppo ed il migliore avvenire", per iniziativa di circa novanta sottoscrittori - primo fra i quali l'avv. Domenico Mangani - si tenne in data 22 dicembre un'adunanza nel palazzo Municipale, alla presenza di oltre 400 cittadini che approvarono un ordine del giorno che in sostanza auspicava la realizzazione di un progetto presentato in quella stessa occasione dall'ing. Torquato Cristofori.
Era questo un progetto ambizioso, destinato a "far grande questa nostra vecchia città" assegnandole "solide basi proprie industriali che ne assicurino il successo finanziario", per mezzo della realizzazione di una "nuova Città della Salute" che avrebbe dovuto sorgere sulla collina del Bulicame ed essere costituita "da un grande albergo, da un modesto Istituto Fisico, da un Istituto Chimico, da un Istituto Medico, da uno stabilimento per bagni di grande e medio lusso, da padiglione e laghetto per bagni popolari e da un Istituto Agricolo"; tutto questo avrebbe dovuto essere accompagnato da un grande intervento di ristrutturazione urbana, con creazione di nuovi quartieri popolari e residenziali e la istituzione di un servizio tranviario di collegamento con le terme. "La popolazione si moltiplicherà - concludeva Cristofori il suo discorso - con immenso sviluppo dei lavori edilizi; rifioriranno le arti, le industrie, i commerci; [...] degno premio delle sue opere grandiose, verranno davvero la elettrificazione della ferrovia di Roma, la nuova linea ferroviaria per Firenze, la trasversale Orte-Civitavecchia [...]: tornerà il Capoluogo di Provincia ''.
Invece, come è noto, non se ne fece nulla, né del progetto Negri, né di quello Cristofori e le terme continuarono ad essere sottoutilizzate come prima; dopo un tentativo altrettanto infruttuoso di far demanializzare le acque, il 14 dicembre 1929 il Comune, "convinto di agevolare il compito assistenziale di una delle più geniali creazioni del Regime", donò all'Opera Nazionale Dopolavoro lo stabilimento esistente unitamente alle sorgenti della Crociata, della Grotta ed altre minori, stabilendo nelle more contrattuali il divieto di cessione a terzi dell'impianto e l'obbligo di restituzione in caso di cessazione dello sfruttamento.
L'ambizione del fascismo era quella di creare uno stato nuovo, totalitario, che ricomprendesse al suo interno tutte le manifestazioni della vita sociale, economica ed anche della sfera privata; anche il tempo libero, lo sport e lo svago in genere rientravano dunque tra le categorie politiche oggetto di controllo del PNF e l'O.N.D. era lo strumento deputato a ciò. Data l'importanza riconosciuta alla materia l'Opera intervenne immediatamente per rimediare allo stato di abbandono delle Terme, si ricostruì ciò che era andato distrutto e si sistemò quello che era stato dimenticato e il 15 luglio 1930 lo stabilimento riaprì le porte a tutti i dopolavoristi italiani.
A riprova dell'interesse del regime, due anni più tardi, il 29 maggio 1932, celebrata con fasto e pompa magna, venne inaugurata la nuova piscina natatoria alla presenza del segretario del partito Achille Starace e del ministro Bottai; nella circostanza tutta la città partecipò all'evento, le forze del fascismo vennero precettate con obbligo di indossare camicia nera e decorazioni, treni speciali da Orte e da Oriolo Romano e autobus da tutti i paesi trasportarono a Viterbo le masse omaggianti a S.E. il segretario che, di lì a poco, avrebbe sancito il riconoscimento del ruolo strategico del controllo della vita privata incorporando l'OND all'interno del partito.
Sotto Starace le terme potettero godere di maggiore attenzione e manutenzione fino a quando, improvvisamente, nonostante gli impegni sottoscritti con il Comune di Viterbo, nel 1938 l'Opera Nazionale Dopolavoro cedette lo stabilimento e le sorgenti all'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale. Dopo la guerra l'Istituto - divenuto ormai INPS - restituì al Comune la piscina con gli spogliatoi e le sorgenti del Bagnaccio e del Bulicame, trattenne invece per se la concessione necessaria per lo sfruttamento di acque e fanghi a sufficienza con l'intenzione di realizzare un nuovo stabilimento, contiguo alle terme comunali, che venne inaugurato nel 1956.
Da allora in poi il resto della storia è noto: il complesso dell'INPS, in avanzata fase di decadimento, è chiuso da anni in attesa che il Comune trovi il modo di mettere a profitto una risorsa preziosa capace di portare beneficio e ricchezza all'intera città, mentre lo stabilimento comunale è stato affidato alla Società Gestione Terme che ha provveduto a ristrutturare tutti gli impianti realizzando un confortevole e moderno centro di cure che sfrutta, tra l'altro, le proprietà terapeutiche dei fanghi del Bagnaccio e della grotta naturale scavata nei sotterranei dell'edificio.
[1] A. Lanconelli, Dal castrum alla civitas, in "Società e storia", n° 56, 1992, p. 246
[2] Tib. Lib. III, El. V: Voi l'onda tiene che dalle fonti etrusche sgorga, onda che non va visitata al sopravvenire della canicola estiva (trad. Onorato Tescari, 1951).
[3] Idem: Voi invece, le divinità frequentate dall'onda toscana, la facile acqua sospingendo con la mano tesa.
[4] Strabo: De Situ Orbis - Lib. V
Martialis: Epigrammata - Lib. VI, 42
Statius: Silvarum - Lib. I, 5
Scribonius Largus: De Compositione Medicamentorum - cap. 143
Marcellus Empiricus: Dc Medicamentis Empiricis - cap. 26.
[5] Feliciano Bussi, Istoria della Città di Viterbo, Roma, 1742, p. 187
[6] C. Pinzi, Storia di Viterbo, Roma , 1887-1899, p. 109 -110
[7] Le citazioni sono tratte dall'articolo di Arduino Anzellotti "Acque termali e bozzetti viterbesi nelle impressioni del Montaigne" in Biblioteca e Società, n°3, 1980.
[8] B. Croce, Storia dell'età barocca in Italia, Laterza, Bari 1953, p. 136
[9] F. Bussi, Istoria della città di Viterbo, cit., p. 77 e segg.
[10] Bussi si sente poi in dovere di aggiungere un'altra sorgente che non si può inserire a pieno titolo nel nostro discorso ma nondimeno è cara ai viterbesi : "Oltre tutte le dette acque di Bagni, un'altra ve n'è parimenti minerale, non già calda, ma fredda [...] chiamasi il fossato dell'Acqua Rossa [...] perché donde questa passa, lascia una tintura come di sangue [...] di cui il detto Almadiani eziandio così cantò:
Un'altra v'è, che non lo crederai,
Se non l'assaggi, come è forte al gusto,
Che quasi come vino beverai.
La quale fa lo stomaco robusto,
E crea l'appetito et ha rimossa
La flemma nello stomaco combusto.
La qual per nome è detta l'Acqua Rossa,
Al passo a la Cittade Ferentina,
La qual fa rosso intorno alla sua fossa.
Questa a digiun si beve la mattina,
Move di sotto selza alcuna cosa,
Come soave, e parve medicina."
[11] F. Socrate: Borghesie e stili di vita In G. Sabbatucci e V. Vidotto (a cura di). Storia d'Italia 3. Liberalismo e democrazia. Laterza, 1995, p. 426.
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Articolo tratto da: http://www.archiviodistatoviterbo.beniculturali.it/index.php?it/157/blog/post/15/le-terme-di-viterbo-una-lunga-storia-tra-miseria-e-nobilt
